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Domino (2019): Le rovine di un’antica civiltà

Nel 2019, il nuovo film di Brian De Palma viene pubblicizzato
più per la presenza nel cast degli attori di Giocotrono, che per il nome del suo regista. Vi lascio un minuto
per assimilare questa mazzata.

Anzi, è quasi una beffa che “Domino” sia arrivato a vedere
il buio delle nostre sale cinematografiche, basta guardare Nikolaj
Coster-Waldau sulla locandina del film per pensare a uno di quei filmacci d’azione,
girato magari da qualche parte in Bulgaria, che popolano il mercato home video.
Quando ho realizzato che il film dura 90 minuti spaccati ho pensato: «Ok,
quante parti sono state tagliate?» (storia vera).

Sapete che sono un fanatico del formato da 90 minuti, ma
ammettiamolo è un minutaggio che si addice poco a De Palma. Infatti i tagli in
questo film non sono mancati, si parla di oltre mezz’ora di pellicola rimasta
sul pavimento della sala di montaggio per una produzione infernale ben
riassunta dalle parole del regista: «Domino non è un mio progetto. Non ho
scritto la sceneggiatura. Ho avuto un sacco di problemi coi finanziamenti, non
ho mai avuto un’esperienza così orribile sul set. Una gran parte del nostro
team non è ancora stata pagata dai produttori danesi. Questa è stata la mia
prima esperienza in Danimarca, e quasi sicuramente sarà l’ultima».

“Capisci? Come potevo lavorare così, mi hanno tagliato le man… Ehm, scusa Jamie”

“Domino” non è un film, anzi sono certo che in tanti lo
etichetteranno molto presto come qualcosa di più vicino alla monnezza che all’arte,
ma per un ragazzo come me, che vede la poesia nella merce (Cit.) l’ultima
sudata fatica di De Palma è un monumento ai caduti, è Stonehenge, gli scavi di Pompei,
oppure le piramidi, sono i resti di un’era gloriosa di cui ci sono rimaste solo
le macerie.

Non ho modo di giudicare la sceneggiatura scritta da Petter
Skavlan visto che non l’ho letta, e i famigerati tagli non aiutano questo “Intrigo
internazionale” 2.0, in cui molto non torna, parecchio è tirato per i capelli e
il bastardissimo agente della CIA Guy Pearce, entra in scena tardi ed esce in
modo anche poco logico.

Guy Pearce in versione Umarell, intento a controllare il cantiere aperto che è questo film.

Tutto inizia proprio come i peggiori DTV che avete visto in
vita vostra, biciclette in giro per Copenaghen e il titolo del film scritto con
una grafica degna di Word, non proprio quella delle grandi occasioni. Si inizia
con una coppia di sbirri Danesi, il disordinato Lars Hansen (Søren Malling) e
il suo compare, il preciso Christian Toft (Nikolaj Coster-Waldau, il Jamie got
a gun di Giocotrono, qui “without a gun” dopo vi dico perché) che però la sera
prima, impegnato a fare dello “zumpa zumpa” con una, esce di casa dimenticando
la pistola accanto al letto, mentre è ancora impegnato a cercare le mutande.
Una metafora sessuale più chiara di così è anche difficile trovarla, De Palma
la sottolinea con uno zoom lento e inesorabile sulla pistola a bordo letto,
mentre Nikolaj Coster-Coso ci da dentro. Mi spiace signore, avete pochi secondi
per sbirciare.

Mentre si lanciano sulle piste del componente dell’ISIS Ezra
Tarzi (Eriq Ebouaney), Lars finisce con la gola tagliata e Christian sulle
tegole del tetto ad inseguire l’aggressore, e malgrado il set sia una
poveracciata incredibile, e il successivo inseguimento appesi alla grondaia
finisce spiaccicati su un carretto di pomodori sottostante (guarda tu a volte
il caso), la scena è davvero come dicevo prima, i resti di una civiltà che ha
dominato il mondo del cinema: i movimenti di macchina da presa simulano il
punto di vista di Christian, e se la messa in scena attorno, la fotografia e
tutta l’operazione in generale, non sembrasse così tanto quella di un episodio
televisivo di una serie d’azione Tedesca a caso, resta comunque chiaro come il
sole che quel signore, la macchina da presa sa come muoverla.

Visto che facevo bene a chiamarlo Jamie got a gun ai tempi di Giocotrono?

La vicenda si complica quando in scena arriva Alex (Carice
van Houten la Melisandre sempre di Giocotrono)
agente di polizia che ha avuto una lunga storia con il defunto Lars ed ora
gradirebbe giustizia, il perché non è poi così difficile da capire, ma De Palma
lo racconta al meglio sfruttando la facciona da toncolo di Nikolaj Coso-Waldo.
Oh signore! Non vi offendere! Lo so che è bello bellissimo in modo assurdo,
però le parti in cui è spaesato, sono quelle che gli riescono meglio che vi
devo dire?

Vorrei stare qui a raccontarvi che nel secondo atto, tutti i
pezzi di questo “Domino” vanno al loro posto, scatenando in maniera geometrica
e logica l’effetto che da il nome al film, cioè è chiaro che l’intento
originale fosse quello, portare in scena una serie di momenti causa/effetto, una caccia all’uomo, il cui apice è il finale con l’attentato dell’ISIS da
sventare in spagna. Ma per via dei tagli, le limitazioni economiche e i cambi
in corsa, è molto difficile trovare qualcosa di logico e geometrico in questa
trama.

Il riassunto del secondo atto del film.

Basta dire che la storia continua a spostarsi tra la
Danimarca, Almeria e Malaga, proprio come ha fatto una produzione che ha dovuto
arrangiarsi, la protagonista femminile avrebbe dovuto essere Christina
Hendricks, sostituita al volo da Carice van Houten che è caruccia quanto
volete, ma quando si ritrova protagonista di un paio di momenti d’azione, fa
tenerezza. Nel finale la vediamo alzare quella gambetta per dare un calcio che
sul serio, non so proprio come commentarlo, dovrebbe essere un colpo sotto la
cintura per stendere un terrorista, sembra più o meno quando lasci indietro la
gamba per bloccare la porta dell’ascensore, quando in mano stai portando i sacchetti della
spesa.

Per altro non credo esista un regista, che ha saputo rendere
le donne assolute protagoniste delle sue pellicole come ha fatto Brian De
Palma, se penso a cosa sarebbe potuta essere Christina Hendricks diretta da un
De Palma in un momento migliore della carriera, rischio di esibirmi in un caso
violento di E.N.E. (Epistasi Nasale Esplosiva). Se invece Carice van Houten la
conoscete solo nei (pochi) panni di Melisandre forse è meglio, perché non avete
idea del potenziale sprecato, se penso a quanto è stato in grado di farla brillare un altro grande regista
di personaggi femminili come Paul Verhoeven, e faccio il confronto diretto con
questo film, mi viene voglia di andare ad ammazzarmi di super alcolici al primo
bar nelle vicinanze.

Carice van Houten nella parte del mio dopo sbronza.

Eppure tra le rovine, si possono ancora trovare i segni di
un talento cristallino e di un filo rosso autoriale, che è un po’ una costante
per De Palma, a cui continua ad interessare l’immagine, il nostro modo di
reagire ad essa, oppure come si possa gestirla sul grande schermo, dilatando
all’infinito i tempi, moltiplicando i punti di vista, magari usando le
telecamere di sorveglianza come se fossero uno “Split screen”.

Le ossessioni voyeuristiche di De Palma fanno a cazzotti con
la volontà di esibire la violenza dell’ISIS, la scena finale, appiccicata dopo
i titoli di coda è poverissima nei mezzi, tanto che la guardi e pensi «Ma cos’è
‘sta roba?» eppure a livello di contenuto è ancora De Palma che riflette sulla
realtà e sull’attualità, sono i resti di “Redacted” (2007).
Anche se questo film ha l’aspetto, il budget e forse si
beccherà anche i giudizi tipici dei DTV da cestone “Tutto a due Euro”, per De Palma
la stella polare artistica è sempre Alfred Hitchcock, nel finale si trovano
ancora tracce di “L’uomo che sapeva troppo” (1956).

“Bambini! Avete finito di fare casino? Ve lo buco quel pallone, anzi, gli sparo!”

Non è un caso se la scena madre del film avvenga durante una
corrida (uno dei più barbari sfoggi di violenza, ad uso degli sguardi vogliosi
del pubblico), sulle note del Bolero di Ravel, si resta comunque incollati a
guardare, malgrado i calcetti di Carice van Houten, malgrado le luci al neon
non siano più quella di “Omicidio a luci rosse” (1984) e il coinvolgimento
emotivo dato da causa ed effetto (domino) tra gli eventi che ci scorrono
davanti, non siano proprio ai livelli da capogiro di “The Untouchables” (1987), della scena finale di “Carlito’s Way” (1993) oppure di quella bomba assoluta di “Omicidio
in diretta” (1998).

Più dell’utilizzo di Carice van Houten nel film, fa davvero
tristezza che a quasi ottant’anni, non so quanti altri film di De Palma
potremmo vedere (oh! Cento anni di salute Brian!), e anche nella remota
possibilità di una versione “director’s cut”, la povertà di tutta l’operazione
non ci restituirebbe di certo un capolavoro.
Bisogna prendere atto che il mondo è andato avanti, tira più
una coppia di attori di “Giocotrono” che quel pezzo di cinema figo di De Palma, di cui qui rimangono giusto pochi segni. Ma proprio come per Stonehenge, le piramidi e
Pompei, quel poco che si vede sta ancora lì a ricordarci la grandezza di quello
che è stato.
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