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Donnie Darko (2001): avere vent’anni (e un coniglio gigante di nome Frank)

Faccio parte di una generazione che molti dei grandi
film, quelli cosiddetti della vita, li ha scoperti, visti e rivisti sulla
televisione di casa, per questo il grande revival dei film degli anni ’80 mi ha
travolto, ma sono convinto che la cresta della grande onda dei ricordi non sia
ancora stata raggiunta, anche se abbiamo avuto un sostanzioso antipasto. Ad esempio sono rimasto intontito due
minuti quando ho realizzato che “Donnie Darko” è uscito vent’anni fa. Ma come
vent’anni? Io l’ho visto mercoledì scorso!

In realtà “Donnie Darko” ha fatto un giro lunghissimo,
non lo considero tra i miei film della vita, avevo già macinato parecchi
chilometri (di pellicole) quando ho fatto la conoscenza di Donnie e del
coniglio Frank, ma questo non cambia il fatto che sia stato un titolo di culto
e così per molte altre persone, di sicuro è stato il film della vita di Richard
Kelly.

Tanti nella storia del cinema si sono ritrovati
appiccicata sulla fronte l’etichettona con su scritto se non proprio “Enfant
prodige”, almeno “Grande speranza”, è successo anche a Richard Kelly che dopo
un paio di cortometraggi, apparentemente dal nulla, forse da una dimensione
parallela, ha attraversato le specchio per sganciare sul mondo un film che è
stato considerato complesso da buona parte del pubblico, ma che secondo me ha
colpito tante persone, così tante perché era coerente, compatto sotto
tutti i punti di vista e con una sua precisa idea di cinema, talmente precisa e
chiara che l’uomo con un nome al posto del cognome, sembrava destinato ad una
luminosa carriera. Non è andata proprio così.

“Vuoi un consiglio per il futuro? Stai lontano da The Rock e Justin Timberlake”

Perché il primo film, fumetto, romanzo, lo prepari tutta
la vita, per il secondo invece hai solo pochi mesi, “Donnie Darko” funziona
perché ancora oggi, a vent’anni dalla sua uscita, sembra una storia
assemblata pescando oggetti dai cassetti della memoria, questo forse spiega
la sua coerenza stilistica. Ma questo film è diventato di culto senza però essere
davvero scimmiottato, certo abbiamo avuti parecchi costumi da scheletro ad
Halloween e qualche tatuaggio con Frank oppure qualche conto alla rovescia (28 giorni 6 ore 42 minuti 12 secondi) su alcuni avambracci, ma nessun film
palesemente ispirato.

Il singolo fotogramma più odiato dai tatuatori di tutto il mondo.

“Donnie Darko” resta un’opera nerd fino al midollo che
sfrutta la fantascienza e qualche vago richiamo Horror per parlare di
adolescenza, penso che ancora oggi ci siano in giro ben pochi film capaci di
portare sullo schermo quel costante stato confusionale, misto a istinti di
ribellione alternati a lunghe fasi depressive, che risponde al nome di
adolescenza. Un film che ancora oggi sembra vivere nella sua bolla, intrappolato
nei giorni che vanno dal 2 al 30 ottobre (del 1988), che abbiamo seriamente
rischiato di non vedere mai.

L’ambientazione durante il mese più figo dell’anno è un punto a favore del film.

Si perché in realtà nessuna casa di produzione era
disposta a rischiare soldi su una storia che, cosa sarebbe esattamente? Un
Horror? Fantascienza? Un film drammatico forse? Nessuno era pronto a rischiare,
anche se la mitologia di questo film, tramanda la leggenda per cui sul set di “Charlie’s Angels”(2000),
Richard Kelly e Drew Barrymore si accordarono: per quattro milioni e mezzo di
fogli verdi con sopra facce di ex presidenti defunti, la casa di produzione
della Barrymore, la Flower Films, avrebbe prodotto il film con l’attrice nel
ruolo dell’unico adulto del film minimamente positivo, ovvero la professoressa Karen
Pomeroy, che facendo leggere in classe Graham Greene, non solo offre spunti (di
distruzione) al protagonista, ma è anche l’unica a ribellarsi all’oppressivo
sistema scolastico della vita di provincia. Anche se io vorrei sapere come ci era
finito Richard Kelly sul set di “Charlie’s Angels”, lo ha portato un “Wormhole” o che altro? Su questo vige il
generale silenzio.

Drew dopo aver realizzato di aver lanciato la carriera di Richard Kelly.

Sta di fatto che con Drew Barrymore a bordo, la dinamo “Donnie
Darko” ha iniziato a girare incamerando energia, Mary McDonnell e Holmes Osborne vennero scelti per il ruolo dei coniugi Darko, anche se Kelly avrebbe voluto Tim Robbins per la parte del padre (storia
vera). Alcune facce quasi famose come quella di Noah Wyle nei panni del professore
incaricato degli “spiegoni” più nerd, cominciarono ad aggiungersi al cast
mentre pare che Patrick Swayze,
l’unico che davvero aveva già fatto la storia in tanti film degli anni ’80, sia
andato a ripescare vecchi vestiti dal suo armadio personale, per impersonare
l’irritante Jim Cunningham, aggiungendo così un altro titolo di culto alla sua filmografia già di culto.

Anche se qui sembra Troy McClure, lui li conosceva bene gli anni ’80 (ciao Patrick, manchi un botto)

Ma se volete qualche altro nome, preparatevi a tre
soggetti che vi faranno sollevare un sopracciglio (se non entrambi), ma che mi
servono per esprimere un concetto chiave, rifiutarono la parte di Donnie
nell’ordine: Vince Vaughn per motivi di età, Jason Schwartzman per
precedenti impegni lavorativi e “Marky” Mark Wahlberg, perché volevo recitare
tutti i dialoghi borbottando. Secondo voi uno di questi sarebbe stato adatto
per la parte? Proprio no, perché “Donnie Darko” è uno di quei film in cui se
anche un solo elemento fosse stato fuori posto, non sarebbe diventato il titolo
di culto che è oggi.

Allitterazioni che sarebbero piaciute a Stan Lee.

Non si può immaginare un universo parallelo dove Donnie
Darko non ha la faccia un po’ da labrador bastonato di Jake Gyllenhaal, un
attore che a mio avviso è migliorato tantissimo nel corso degli anni e qui, non
era nemmeno a metà della scalata verso la vetta del monte del suo talento. Eppure con quell’aria mesta ma furba, le spalle curve di chi sta portando sulle
spalle il peso del mondo, rende alla perfezione il modo esatto in cui si sente
qualunque adolescente del pianeta. Inoltre non mi risulta che nessuno dei tre
marmittoni citati lassù disponesse di una (sensualissima) sorella attrice come Maggie Gyllenhaal, a completare alle perfezione il quadretto della famiglia Darko.

Gyllenhaal, i vicini di casa che tutti vorrebbero avere.

Si perché sono stati i cambiamenti anche in corsa a
rendere mitico questo film, per la scena del cinema, Richard Kelly nella
sceneggiatura aveva scritto che Donnie e Gretchen (Jena Malone, un’altra
lanciata da questo film) avrebbero dovuto andare a vedere “C.H.U.D.” (1984) ma
l’unico a concedere i diritti fu quel sant’uomo di Sam Raimi – uno che conosce
bene le difficoltà dei giovani registi – ed ecco che il film in sala è diventato
di colpo Evil Dead (storia vera). Per
altro si può calcolare il tempo impiegato da Donnie per stare in giro a far danni, solo
guardando le scene sullo schermo del film di Raimi, sono sicuro che qualcuno lo
abbia fatto, questo film è stato studiato e analizzato fotogramma per fotogramma.

Groovy! (cit.)

A proposito di cambiamenti che hanno favorito il film e
la sua atmosfera sospesa nel tempo, Richard Kelly (facciamo una colletta per
comprare un cognome vero a quest’uomo?) non ha avuto problemi solo per i
diritti del film “C.H.U.D.” ma anche per le canzoni presenti nella colonna
sonora. Il numero di ballo delle ragazze era stato coreografato sulle note di “West
End Girls” dei Pet Shop Boys, cambiato in corsa con “Notorious” dei
Duran Duran (più anni ’80 di così non era possibile). Ma forse il cambio in
stile cestistico più clamoroso è stato l’eccessivamente costoso “MLK” degli U2,
finito in panchina in favore di “Mad World”, non nella versione originale dei Tears
for fear (loro si sentono con “Head over Heels” in un momento abbastanza
“videoclipparo” del film), piuttosto con la cover di Gary Jules. Ora vi sfido a
citarmi la seconda canzone più famosa di questo cantante, basta dire che entro
natale 2003 la sua versione di “Mad World” era tra i pezzi più richiesti nelle
classifiche, non di Spotify perché ancora non esisteva (storia vera).

Un po’ di musica per il vostro balletto.

Ma quando sostengo che ogni scelta ha influito sul
risultato e sullo stato di culto del film, intendo dire anche le sfortune,
perché in fondo i film come le persone sono anche il frutto delle loro sfighe e
“Donnie Darko” ne ha avuta una sola, però enorme. Sempre stando alla mitologia
della pellicola, Richard “serve un cognome” Kelly ha girato il film in 28
giorni (occhiolino-occhiolino), ma il film completo vide il buio della sala
solo il 19 gennaio del 2001, di una sala per la precisione, quella tra le
montagne dello Utah del Sundance Film Festival, dando il via al suo giro
dei festival, tra cui il Torino Film Festival il 22 novembre del 2001, ma a
quel punto il film era già uscito nelle sale americane, in pochissime copie il
26 ottobre del 2001 incassando la bellezza di… niente, i cinema che decisero di
trasmetterlo quella sera, forse fecero più soldi vendendo i pop-corn. Si perché
parliamoci chiaro, secondo voi quanti americani, con la tragedia dell’undici
settembre ancora fresca negli occhi, avevano davvero voglia di andare al cinema
a vedere un film che inizia con un motore di aereo che distrugge la casa del
protagonista?

Direi che con gli aerei per un po’ meglio evitare, che dici?

Il suo stato di culto “Donnie Darko” se lo è costruito
negli anni, per passaparola e sentito dire e anche per questo, resta un film a
suo modo unico, perché forse è stato uno dei pochi titoli a fare la gavetta alla
vecchia maniera, senza poter contare sull’enorme megafono di Internet, non come
lo intendiamo oggi almeno. Ecco perché alla faccia di quella lungimirante
proiezione al Torino Film Festival, uno strambo Paese a forma di scarpa trovò
il modo di distinguersi ancora, facendo uscire il film in sala solo a settembre, ma del 2004.

Le facce allegre dei miei amici in sala nel 2004 ed io,
sorridente in disparte.

Quando andai a vederlo con i miei amici, guarda caso
avevo vent’anni (simmetrie), anche se sono poco più giovane di Jake Gyllenhaal
in quel momento ero il fratello maggiore di Donnie, forse anche per quello mi
ritrovai molto nel personaggio, tante lettrici e lettori più giovani di questa
vecchia carcassa impegnata a battere sui tasti mi capiranno, di sicuro non mi capirono i miei amici, che per
un mese mi lanciarono anatemi per averli costretti a vedere quel film definito
“matto” da uno di loro, che poi è il miglior complimento che si possa fare, ad
una persona e ad un film. Sono tentato, mi lascio tentare? Aggiudicato…
Classido!

Ve lo dico subito così ci togliamo il dente, i danni
grossi “Donnie Darko” li ha fatti dopo la sua uscita, per giustificare il
successo tardivo, con una maldestra operazione commerciale venne messa in
vendita la stramaledetta “Director’s cut” da 133 minuti (contro i 113 della
versione originale), la prova che Richard Kelly non solo non ha un cognome, ma
a quel punto della sua carriera non era già più in grado di distillare il
fulmine dentro la bottiglia come aveva fatto nel 2001.

Un libro finto, per la collezione di Lucius.

La versione estesa, in
quei 20 minuti aggiuntivi contiene solo spiegoni illustrati in maniera
didascalica, presi dalle pagine del libro finto “La filosofia del viaggio nel
tempo”, di Roberta “Nonna Morte” Sparrow, un tedio mai finito, un modo pedante
di spiegare il trucco, urticante come uno che fa una battuta che non fa ridere
e poi continua a ricamarci sopra. Non la sopporto proprio quella versione, l’ho vista
una volta e la ritengo inutile e pedante.

“Donnie, che cosa ti ha detto Roberta Sparrow?”,
“Di ignorare la Director’s cut”

Si perché la versione vista in sala forniva già al
pubblico tutti i mezzi per capire il (non) mistero della trama, una storia che funzionava
perché Kelly (secondo me ha ancora bisogno di un cognome), ha saputo creare le
regole interne della storia, spiegarle al pubblico senza tediarlo troppo, ma lasciando
aperta la porta dell’interpretazione in modo sincero e privo di paraculaggine. Di
fatto “Donnie Darko” è un lungo episodio di “Ai confini della realtà” in cui
l’elemento fantascientifico serve a portare in scena uno spaccato di America di
provincia, che sembra uscito dai ricordi giovanili del regista e in cui, per
molta parte di pubblico è facile ritrovare un po’ della propria adolescenza.

Attraverso lo specchio, dritti dentro il nero dell’adolescenza.

Donnie è un ragazzo tormentato che soffre di episodi di
sonnambulismo, i casini che ha combinato in passato non ci vengono spiegati per
filo e per segno ma sono chiari, non è nemmeno difficile intuire che il suo tormento deriva da un
ambiente estremamente oppressivo: sua madre Rose è amorevole ma non riesce a
trovare un punto di contatto con il figlio, il padre invece sembra più
interessato alle elezioni in cui tifa spudoratamente per il candidato
repubblicano Bush (senior), un modo spiccio ma chiaro per inquadrare la situazione a casa Darko.

Proprio il sonnambulismo salva Donnie la notte in cui il
motore di un aereo precipita proprio sulla sua camera, nessuno sa da quale volo
di linea si sia staccato, ma è l’inizio di un film circolare (l’universo
tangente) annunciato dalla comparsa di Frank, un inquietante costume da
coniglio alto due metri. Se Jimmy Stewart aveva l’amichevole “Harvey” (1950),
il nostro Donnie deve accontentarsi di Frank che gli annuncia che tra 28 giorni
6 ore 42 minuti e 12 secondi, il mondo finirà.

“Un buon non compleanno a te? A me?”

Un’altra visione per un ragazzo già in cura dalla
psicologa? Uno talmente sfigato e considerato strambo, da avere come nome
un’allitterazione («Donnie Darko, strano sembra il nome di un super eroe») e da
essere perseguitato dal più improbabile dei bulli. Sul serio chi ha Seth Rogen
come bullo? Per altro ci tengo a sottolineare che nel suo primo film da attore,
Rogen esordisce pronunciando la sua prima battuta: «Mi piacciono le tue tette»
riferita a Jena Malone. Poi ditemi che la carriera di Rogen non è stata
coerente fin da subito.

Peggior. Bullo. Di sempre!

Tra discorsi sui Puffi, poesie di Graham Greene e frasi
di un famoso linguista (in realtà è stato Tolkien a dirlo, storia vera) per cui
“Cellar Door” è la più bella parola della lingua inglese, “Donnie Darko”
dissemina ovunque i suoi indizi. Anche a rivederlo oggi resta un film che scopre le
carte poco alla volta, ma è onesto nel suo fornire al pubblico tutti gli
elementi necessari per capire le regole imbastite da Kelly, a volte è quasi
didascalico nel farlo (come quando Donnie pronuncia le parole «Deus ex
machina», proprio mentre un Deus ex machina gli salva la pelle), ma non ha mai la spocchia
del primo della classe o di chi cerca di sollevare una cortina di fumo per
sembrare più sveglio (veeeeero Nolan? Si Sto parlando male di Nolan, gne gne!). Ogni spettatore può arrivare alla sua
soluzione anche se Kelly ci guida per mano verso la sua, il risultato finale
resta simile al mistero dell’unicorno di Blade Runner, una teoria che resta sul fondo della storia, che serve ad
alimentare il mito di un film, permettendo al pubblico di lanciarsi in mille
teorie, ma i personaggi non ne sono (quasi) toccati, impegnati a completare la
loro storia. Ad esempio io ho la mia di spiegazione, ve la riporto qui, non è SPOILER, ma lo segnalo lo stesso.

Ha chiamato il Cobra Kai, rivogliono indietro il costume di Halloween.

Alla fine “Donnie Darko” è davvero la storia di un
ragazzo che affronta la fine del mondo, la fine del suo mondo per certi versi. Una scappatoia fantascientifica fornisce a Donnie meno di un mese per sistemare
qualcosa che è andato storto, provare a lasciare un segno che faccia la
differenza (lo smascheramento di Jim Cunningham, che non a caso piange anche se
impunito nel finale, sulle note di “Mad World”). I 28 giorni e qualcosa dell’universo
tangente nato dal varco aperto dal motore, sono ore di vita aggiuntive per
qualcuno che è già morto come Donnie, un’anima che infatti non si mette ad urlare al mondo
che la fine sta arrivando, perché un adolescente lo sa che la fine è dietro
l’angolo. Di sicuro ne é consapevole Donnie, che trova il coraggio di fare cose che prima
non avrebbe mai fatto, come conoscere Gretchen oppure dire una parola buona alla
bistrattata Cherita («Un giorno le cose andranno meglio»), o magari dimostrare di
aver imparato una lezione, comportandosi da “distruttore” contro una società
che vive di apparenza. Perché parliamoci chiaro la Kitty Farmer interpretata da
Beth Grant è la migliore versione in carne ed ossa della signora Lovejoy di
Simposiana memoria.

“Vorrei far notare a tutti che Cassidy non sta pensando ai bambini, perché nessuno pensa a Cassidy che non pensa ai bambini!?”

Dopo essere andato attraverso lo specchio e aver seguito
il coniglio Frank giù nella sua tana, Donnie ha un’ultima occasione per un giro
di saluti finali, ma anche per togliersi qualche sassolino dalla scarpa, in
questo senso gli anni ’80 del film pur rappresentando la società oppressiva (e
dell’apparenza), risultano molto più realistici e sensati di tanti anni ’80 di
plastica, che sono stati idealizzati dal
mondo dell’immaginario
.

It’s the end of the world as we know it (and I feel fine)

Ora posso scriverlo, fine
della parte che non è SPOILER
ma che ho deciso di chiamare così lo
stesso.

Anche a (gulp!) vent’anni dalla sua uscita, “Donnie Darko”
ha ancora il fascino di un episodio di “The Twilight Zone”, ma anche una buona dose di
malinconia di fondo incredibilmente efficace. Un film che riesce ancora a
rimetterti in connessione con l’adolescente depresso e incazzato che sta in
ognuno di noi, che in fondo non è mai andato via per davvero, ma ha lasciato un
segno prima di sparire nel suo universo tangente. Un film immerso ancora nella
sua bolla che il tempo pare non aver scalfito, certo fuori da quella bolla è
successo di tutto, sono passati (gulp!) vent’anni e per quanto Padre Tempo con
il suo logorio, possa averci trasformati tutti nei personaggi che ruotano attorno a Donnie, piuttosto che al protagonista (Drew
Barrymore nel caso migliore, Beth Grant o Seth Rogen in quello peggiore), quello
uscito peggio resta sicuramente Richard “Urge cognome” Kelly.

Sono vent’anni che me lo chiedo Frank, io ne volevo uno da Godzilla.

Dannato a vita dalla maledizione del film d’esordio perfetto e
impossibile da replicare, da lui stesso ma anche da chiunque altro, volete due
parole sul seguito ufficiale “S. Darko” (2009)? Fa schifo. Sono due parole no?
Per Kelly è stato impossibile tornare ai livelli dell’universo tangente che
aveva così onestamente saputo creare, non voglio sprecare parole sul resto
della sua filmografia perché sarebbe come sparare sulla croce rossa, dirò solo
che Richard Kelly sarà stato anche Donnie, ma ora è come Roberta Sparrow, uno che
continua a fare avanti indietro dalla buca delle lettere, sperando di trovarci
dentro qualcosa. Anche questa se volete, è una delle distorte simmetrie che
hanno reso unico “Donnie Darko”.

Saluti dall’universo tangente dove la carriera di Richard Kelly ha mantenuto le aspettative.

When people run in circles it’s a very, very mad world.

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