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Dracula (1931): fate gli auguri al vecchio conte

Arzilli vecchietti, novantenni di extra lusso, festeggiamo il compleanno di uno di quei classi(d)y così colossali che li conosce anche chi non li ha mai visti, titoli come “Dracula” di Tod Browning.

Dovete capire che ho consumato buona parte della mia infanzia sui classici horror, che fossero titoli della Hammer, quelli diretti da Corman oppure ovviamente i mostri della Universal, questa tipologia di film ha sempre avuto una grande presa su di me, gli altri, gli orsetti del cuore io, film horror. Si vedono gli effetti a lungo termine eh? Il conte Dracula è tra i più rappresentativi mostri della Universal, un personaggio che ha sempre fatto gola al cinema, fin da quanto Bram Stoker firmò il suo capolavoro, il romanzo del 1897 che però era già stato adattato in svariati formati, fuori dalle pagine firmate dallo scrittore Irlandese.

Il cast del film intento a rileggere la sceneggiatura.

Forse il primo adattamento (rigorosamente non ufficiale) più celebre è stato “Nosferatu il vampiro” (1922) di Friedrich Murnau, questo spiega il motivo per cui il conte protagonista di quel film ha cambiato nome in Orlok, ma anche perché i discendenti dello scrittore diedero il via ad una vera e propria caccia alle streghe: oltre alla causa legale gli Stoker cercarono di distruggere ogni copia in circolazione del film, per fortuna non tutte, altrimenti avremmo perso un capolavoro del cinema, però voi non ditelo ai discenti del vecchio Bram ok? Potrebbero avere ancora il canino avvelenato.

Ecco perché quando la Universal Picture decise di produrre una versione del film più aderente al romanzo, la famiglia Stoker accettò di buon grado, specialmente quando la regia venne affidata ad un professionista dalla mano sicura come Tod Browning, uno che a quel punto della carriera aveva già all’attivo una lista di titoli da regista, lunga come il vostro braccio.

La Universal non voleva sbagliare un colpo che avrebbe rappresentato un successo sicuro, il romanzo godeva di enorme popolarità e l’adattamento teatrale omonimo del 1924 vendeva biglietti a tutta forma, infatti lo sceneggiatore Garrett Fort venne assunto per trasformare in sceneggiatura lo spettacolo pensato per il teatro da Hamilton Deane e John L. Balderston. Squadra che vince non si cambia? Più o meno, l’attore ungherese che a teatro faceva impazzire il pubblico, alla Universal proprio non piaceva per il ruolo del protagonista.

«Ma come? Non vi sembra un perfetto conte della Transilvania? Ho anche il candelabro»

Per convincere la produzione a sceglierlo nel ruolo che aveva interpretato così bene a teatro, Lugosi scrisse numerose lettere, ma il ruolo gli venne affidato solo all’ultimo minuto e quasi controvoglia. Sembra incredibile ma è stato proprio così, l’attore universalmente ricordato nel ruolo di Dracula trattato come l’ultimo degli apprendisti, anche se qui è necessario fare un po’ di chiarezza.

Si perché Bela Lugosi è da sempre associato al personaggio di Dracula, anche se il ruolo del conte lo ha interpretato per davvero solo due volte, in questo film e nella parodia con Gianni e Pinotto “Il cervello di Frankenstein” (1948), quando ormai Lugosi era parecchio in là lungo il viale del tramonto e in preda alla sua dipendenza da morfina. Già perché una vecchia ferita di guerra ha afflitto Lugosi per tutta la vita, il marcato accento ungherese, la fama grazie al ruolo di un vampiro e la dipendenza (sempre più grave) da medicinali, ha contribuito a far mormorare l’ambiente di Hollywood, una delle ragioni per cui il grande divo finì povero, dimenticato e a lavorare con Ed Wood, come ci ha raccontato alla perfezione Tim Burton in un gran film del 1994.

«Ti piace il mio nuovo profumo all’aglio?», «Ma porcamiser…»

Voglio essere chiarissimo fin da subito, “Dracula” non è il mio film preferito di Tod Browning, non è nemmeno tra i miei prediletti tra i classici film di mostri della Universal e a costo di venire inseguito con torce, forconi e paletti di frassino, vi dirò che come adattamento del romanzo di Bram Stoker, preferisco di gran lunga la versione più orgogliosamente post moderna di Francis Ford Coppola, anche se devo confessare una passione sfrenata per la versione di John Badham del 1979 con Frank Langella. Eppure il film di Tod Browning è un classico assoluto perché ha creato il modello che tutti avrebbero seguito negli anni a venire.

L’anziano conte del romanzo di Stoker, nella versione di Tod Browning diventa elegante, affascinante e soprattutto iconico, provate a chiedere ad una bambina o un bambino di disegnare il conte Dracula, state pur certi che il risultato finale sarà quasi sicuramente un ritratto di Bela Lugosi con il mantello nero, garantito al limone.

«Mi metto in posa, così potrete disegnarmi meglio»

Proprio per questo motivo non credo nemmeno sia più necessario raccontare la trama, ad esclusione della scena dello specchio (un’invenzione dello spettacolo teatrale), la trama è quella del romanzo, identica a qualunque altra versione di Dracula vi sia capitata di leggere o vedere negli ultimi novant’anni. L’arrivo dell’avvocato R. M. Renfield (Dwight Frye) al castello del conte in Transilvania, dove curiosamente sono visibili dei cartelli con scritte in ungherese, visto che nei primi anni ’30 i confini erano differenti e la patria nativa dei vampiri era anche la stessa di Bela Lugosi (storia vera).

“Dracula” si porta dietro tutte le sue novanta candeline, rivedendolo oggi è impossibile non notare come le scene più cruente vengano solamente descritte dai personaggi e il più delle volte avvengano fuoricampo. Ma dove il film mostra, lo fa davvero alla grande, anche perché Tod Browning arrivava dai film muti e quello che viene dato un po’ per scontato, è la capacità di raccontare per immagini che dovrebbe essere tipica dei registi (e del cinema), infatti a Browning basta a volte un primo piano per far arrivare l’orrore al pubblico: l’entrata in scena del conte Dracula è incredibile, gli occhi di Bela Lugosi e quel suo viso bianco, più bianco del bianco e nero, bucano letteralmente lo schermo.

Lo stesso succede con la scena in cui Renfield viene ritrovato a bordo della nave diretta verso Londra, messo a guardia della bara (non volante, ma navigante) del suo padrone, quando lo vediamo inerpicarsi su per la scaletta, mentre piolo dopo piolo si avvicina ai marinai (e a noi spettatori), lo guardo dell’attore Dwight Frye riassume alla perfezione l’orrore che viene trasportato nella stiva della nave.

«Padrone, siamo a bordo di una Bara Volante non ci crederà!»

Si perché “Dracula” è stato uno dei primi film a traghettare il cinema dal muto al sonoro, altro elemento che noi spettatori novant’anni dopo diamo per scontato, quando non è affatto così, molti divi del muto si sono ritrovati con la carriera stroncata con l’avvento del sonoro, solo perché erano titolari di una voce non all’altezza della loro bellezza. Bela Lugosi invece con il suo fortissimo accento ungherese riusciva a suggerire immediatamente al pubblico la nobiltà del suo conte proveniente dall’est Europa. Anche se bisogna dirlo, quando si tratta di sonoro, non tutto per “Dracula” è stato pesche e crema come con l’accento di Lugosi.

Potrebbe essere il più grande cacciatore di vampiri del mondo, ma ha qualche problema a vederli.

Si perché la nuova frontiera dei film sonori era un’enorme opportunità per l’industria cinematografica, ma generava problemi fino all’altro ieri mai considerati, facile distribuire lo stesso identico film muto in tutto il mondo, al massimo era necessario far tradurre nelle varie lingue i cartelli con i dialoghi, un altro paio di maniche era farlo con un film sonoro, per una ragione molto semplice, la tecnologia che permetteva di doppiare i film è stata inventata solo nel 1933, come fare? Bisognava girare più film, in diverse lingue.

Di giorno, Tod Browning dirigeva Bela Lugosi sul set di “Dracula”, quando calavano le tenebre, nottetempo avveniva un cestistico cambio della guardia, dentro il regista George Melford alla testa di una banda di pipistrelli gatti senza collari tutti di origine latina. Si perché sugli stessi identici set la Universal produceva anche il secondo film, pensato per i mercati di lingua spagnola intitolato “Drácula”, sembra uno scherzo invece per certi versi, è anche un film migliore di quello di Browning.

Migliore, ma non di sicuro per il protagonista e le sue facce tragicomiche.

Si perché Melford, che immagino ne avesse le borse (sotto gli occhi) abbastanza piene di lavorare agli orari dei vampiri, aveva il compito di chiudere il secondo film il più velocemente possibile, con il minimo dei costi ma dalla sua, aveva anche un vantaggio non da poco, poteva visionare i giornalieri girati da Browning per prendere spunto. Ecco perché “Drácula” è un film molto più frizzantino, le carrellate e i movimenti di macchina di Melford sono molto più ricercati e per certi versi anche riusciti, il suo vantaggio era quello di poter migliorare un lavoro già finito, inoltre consapevole di poter distribuire il suo film sul mercato spagnolo, poteva permettersi qualche concessione in più, ad esempio sulla profondità della scollatura della sua protagonista, quasi osé rispetto alla versione di Browning, sempre per gli standard di un film del 1931 eh? Non immaginatevi Elvira la strega!

Quindi proviamo a ricapitolare: non è il mio adattamento preferito di Bram Stoker, non è il mio film preferito di Browning e a ben guardare, se ci limitassimo alla regia, persino la versione “maroccata” in salsa spagnola risulta migliore. Come fa “Dracula” ad essere un classico del cinema? Per voi ho due parole chiave, la prima è Bela e la seconda è Lugosi.

Lo sguardo leggendario di un’icona come Bela Lugosi.

Carlos Villarías che interpreta il conte Dracula Drácula, in più di un’occasione scade nel ridicolo involontario, quando dovrebbe spaventare il pubblico, con la sua mimica esagerata al massimo può strappare una risata. Bela Lugosi invece è un elegante aristocratico che dà davvero l’impressione di svegliarsi ogni notte dopo aver dormito in una bara. Non un’espressione fuori posto, non una reazione sbagliata, quasi un peccato che il grande divo ungherese sia stato “maledetto” dal ruolo del conte, perché nel corso degli anni ha saputo regalarci tante ottime prove, tutte molto magnetiche (sto pensando a “L’isola degli zombies” del 1932), ma qui è talmente incredibile da caricarsi letteralmente sulle spalle il film, ma anche l’immagine del conte Dracula, trasportandola dritta nella storia del cinema. Persino ascoltare l’aria più celebre di “Il lago dei cigni” (unica canzone presente in tutto il film), non è mai più stato lo stesso dopo Bela Lugosi.

Bauhaus cantavano della sua morte in un loro celebre pezzo, a novant’anni dalla prima volta che ha indossato il mantello, il mito di Bela Lugosi e di questo film non è mai stato più grande, auguri Dracula!

Sepolto in precedenza martedì 6 aprile 2021

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