
Oltre a presentarci case da incubo, Enry Orso ha un altro compito notevolissimo qui sulla Bara Volante, quello di portare quanto più Christopher Lee possibile, lo fa con questo titolo che quest’anno spegne le sue prime cinquanta candeline e che sono sicuro, in pochi ricordavano.

Di Dracula si può (sor)ridere, perché i vampiri sono una cosa seria. Lo sa bene Christopher Lee, che subito dopo avere interpretato Il Conte per eccellenza in quel capolavoro che è Dracula il Vampiro (1958), ha sempre puntato oltre per non fossilizzarsi. Infatti, vola subito in Italia, a pochi chilometri da casa mia (Sestri Levante) per girare la parodia Tempi Duri per i vampiri dove dà vita ad un binomio bizzarro con Renato Rascel: in pratica I Gemelli trent’anni prima. Però interpreta lo zannuto Roderico da Bramfurter, perché di vampiri si può ridere, ma Dracula è una cosa seria. Ho scritto il contrario? Vedrete perché.

A Londra, Lee si ritrova per vicino di casa un anziano signore alto e simpatico: Boris Karloff. Il quale, oltre a dispensare consigli e aneddoti al rampante collega Chris, da bravo vecchio saggio della montagna, gli racconta anche della triste fine del suo partner Bela Lugosi, schiacciato dal ruolo di Dracula: il suo grande errore fu di rifiutare il ruolo del mostro Frankenstein per vanità: “sotto quel mascherone nessuno mi avrebbe riconosciuto!” è la frase con cui avrebbe chiuso la partita. Ironia della sorte, la parte poi andò a Karloff e Lugosi rimase intrappolato nel ruolo del vampiro e fra le spire della morfina – “per avere gli occhi più minacciosi”, diceva – tanto da finire seppellito in frac e il mantello. Una storia triste, che ha raccontato molto meglio di me Tim Burton con commozione e affetto nel suo Ed Wood. Lee accoglie il consiglio, e per altri otto anni rifiuta di “draculare” ancora, finché la Hammer riesce a ricattarlo per ben altri sei film sul Conte, più altre particine cameo qua e là come vampiro. Perché dai, Lee è Dracula, con buona pace dei Lugosiani doc. A Bela bastava solo un po’ di cipria e rossetto per diventare il Conte, però Lee ha avuto dalla sua un fascino aristocratico e un magnetismo animale che nessun’altro ha auto.
Così, quindici anni – e altrettanti Dracula dopo -, ritroviamo il buon Christopher in una situazione tipo L’uomo che inventò il Natale (2017), quel film dove Charles Dickens compone e vede davanti a sé le sue creazioni, interagendo con loro, avete presente? Ecco, immagino l’attore a battibeccare con la silhouette di Dracula. Non ne può più di interpretarlo, implora al Conte di morderlo ed entrare nel suo curriculum come in una cripta. «Sono stanco di questi copioni raffazzonati che non usano neanche le battute di Stoker. O mi dirige Zeffirelli, o raccontiamo una storia diversa. Basta, io abdico dal ruolo. Non posso, non devo e non voglio farlo ancora.»
Dracula sogghigna e mostra i canini beffardo; non è ancora finita. Ride bene…Chi ci ride sopra. Così nel 1976, tre anni dopo aver giurato di non riprendere più il ruolo, l’ormai cinquantenne Lee ci sorprende con questa scelta mai chiarita, perché Molinaro è bravo e leggero, ma non è Zeffirelli e di fedeltà a Stoker qui non c’è manco l’ombra… O forse è proprio questo il motivo?

Transilvania, 1784. Una carrozza con a bordo Erminia (Catherine Breillat) viene intercettata dai servitori del vampiro che la conducono al castello dove il conte, vuole due cose da lei: prima un erede e poi il suo collo. Nove mesi dopo nasce il piccolo Anacleto (Ferdinand in originale) e Dracula morde la sua promessa; che si dimostra subito infelice di non potersi più specchiare, ma che lui consola dicendole che lo specchio non le servirà più perché: «Ci sarò sempre io qui a dirvi che siete la più bella.» Ho provato anch’io questa frase per beccare, ottenendo reazioni che andavano da sopracciglia inarcate, a risolini di compatimento. Ma è perché devo cambiare dopobarba, altrimenti l’intonazione la faccio uguale, ve lo giuro.
Erminia però si attarda nella prima notte di caccia, finendo in cenere e lasciando Dracula vedovo, il quale però si fa una bella clessidra con le ceneri dell’amata. Altro che gli oceani del tempo…

Passano i secoli, Anacleto si è fatto uomo, ma – onta e disonore! – beve ancora dal biberon, non ha ancora imparato a mordere! Con l’avvento del comunismo, padre e figlio sono costretti ad emigrare, ma finiscono divisi subendo traversie tragicomiche: Dracula approda in Inghilterra, dove diventa una star dei film horror, mentre Anacleto si ritrova in Francia come guardiano notturno e solidarizza con alcuni immigrati. I due si ricongiungeranno, ma scatterà la faida tra padre e figlio per amore di Nicole (Marie Hèléne Breillat, sorella di Catherine/Erminia). Papi vorrebbe morderla, Anacleto invece la preferisce integra.

Dracula padre e figlio, è una parodia dei vampiri brillante e garbata, dall’umorismo tutto francese, pieno di trovate gustose: da Anacleto bambino che gioca a bowling con le urne funerarie e un teschio, venendo rimproverato da papà con “Anacleto, non si gioca a birilli con le ceneri della mamma!”, oppure la falce e martello usata dai comunisti come croce contro i vampiri, o ancora Dracula alle prese col mondo moderno: entra in una casa, azzanna una donna semi coperta e questa si sgonfia… Da brava bambola gonfiabile. L’incipit settecentesco però funziona alla grande, con quel tono serio da horror Hammer a base di carrozze, croci e castelli, tanto da essere quasi un segmento a sé.
L’escamotage di Lee è – oltre a sfoggiare una zazzera canuta – è quello di interpretare un vampiro generico e di non parodiare mai il Conte: «Io non interpretavo la parte di Dracula, non era un film su Dracula, che non appariva mai nella storia, nemmeno per nome.» Racconta l’attore, anche se il riferimento è inevitabile (e voluto) perché gli permette di fare il verso al suo status di divo dell’horror e di villain classico. Il suo è l’addio al personaggio e ad una fase della propria vita: Lee infatti, in quel periodo si trasferisce in America alla ricerca di una carriera più ampia e vuole lasciarsi alle spalle il mondo del terrore (anche se romperà la promessa con quella vaccata di Howling II, ma dico, scegli meglio: hai pure rifiutato il ruolo del dottor Loomis in Halloween – La notte delle streghe, tu che volevi sempre fare il buono!) e quale modo migliore per farlo se non con una risata proprio sul mondo vampiresco? Una risata vi seppellirà, ma non prima di avervi morso sul collo. Lee che parlava correttamente otto lingue, nella versione francese recita con la sua voce. In quella inglese venne doppiato senza il suo permesso. Ma niente paura: una telefonata all’avvocato e voilà, Dracula speaks Lee.
Molinaro è un regista collaudato, nasce col polar e traghetta nelle commedie con Louis de Funés (aver De Funés nel CV è segno che sei Big in France), dirige con brio e racconta un simpatico conflitto tra padri e figli. Bernard Menez (Anacleto) è una buona spalla con quell’aria da Calimero impacciato e femmineo che si ritrova, tanto da sembrare il cugino di Carlo d’Inghilterra, ramo cadetto e funereo (a proposito di principi e dinastie eterne… Ops!)
Ma si può parlare di vampiri senza menzionare l’altra metà del cielo (notturno ça va sans dire)? Le sorelle Breillat, belle, pallide e more portano quel tocco di malizia e innocenza accentuata dalla loro vaga somiglianza adatta a far scattare la molla fra i due galli del pollaio, oltre all’aria di famiglia sul set: Molinaro, infatti, all’epoca era sposato con Marie Hèléne. Morale: Vampiri e ironia vanno a braccetto. Attenti però: pungono.


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