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Dragged Across Concrete (2019): Arma Zahlerale

A differenza di quanto vi diranno mai recensori e critici
molto convinti dei loro mezzi, il tempo è il miglior critico cinematografico
del mondo. Sulla lunga distanza non solo diventa più facile giudicare il vero
valore di una pellicola, ma anche del suo regista.

Viene spesso da pensare che il meglio del cinema sia già
passato, tra remake, reboot e altre parole reboot(tanti) del genere l’istinto è
un po’ quello. Ora, io sicuro dei miei mezzi lo sono, ma sono più sicuro delle
parole dell’ispettore Callaghan: “Ogni uomo dovrebbe conoscere i propri limiti”.
Io ne ho tanti, ad esempio, quello che più torna di moda per questo post, è la
mia incapacità di azzeccare le previsioni, eppure quando guardo i film di S.
Craig Zahler, mi viene da pensare che uno che ha ancora delle cose da dire al
cinema e che potrebbe fare strada, sia proprio lui.

Scrittore, sceneggiatore, regista, compositore, direttore della
fotografia e metallaro (storia vera), non voglio spingermi a dire che Zahler
sembra l’uomo destinato a portare l’equilibrio nella Forza, perché, come dicevo,
i miei limiti li conosco, ma è chiaro che se uno riesce a portare il cinema di
genere, sui tappeti rossi dei film festival e beccarsi pure dei “Bravò!”, da
tutti quei critici seri (più seri del vostro amichevole Cassidy di quartiere,
anche se ci vuole molto poco) beh, vuol dire che allora “Bravò!” lo è davvero.

Zahler, il cast del film e il suo ragguardevole look da tappeto rosso.

Bone Tomahawk era
un bellissimo “weird west” con abbondanti dosi di gore e Kurt Russell, Cell Block 99 – Nessuno può fermarmi era
così orgogliosamente vecchia scuola nella sua exploitation carceraria da
redimere Vince Vaughn da anni di commediole scemone. Quando S. Craig Zahler si
prende una pausa e si lancia in un progetto per scherzo, è uno che tira fuori un
reboot sì, ma talmente cattivo e volutamente politicamente scorretto da
risultare divertente, come successo con Puppet Master – The Littlest Reich.
“Dragged Across Concrete” (che se mai uscirà da noi chissà che
cosa s’inventeranno per il titolo italiano: “Trascinato lungo l’asfalto –
Poliziotti oltre misura” dopo quel “Nessuno può fermarmi”. Mi aspetto di tutto),
è il nuovo film scritto e diretto da S. Craig Zahler che, per non farsi
mancare proprio nulla, ha composto anche le musiche ed io ho un debole per i registi che sono anche musicisti, se non
bastasse questo, mettiamoci anche che Zahler, questa volta, decide di dirci la
sua su un genere che mi piace molto: i film con la coppia di strambi sbirri protagonisti.

“Mi manca un po’ Owen Wilson”, “A me manca Danny Glover, ad ognuno il suo spilungone”

Poliziesco, noir, Hard Boiled, essere più di genere di così,
è anche complicato, ma Zahler rielabora tutto alla sua maniera e sempre con il
suo stile che prevede sempre tempi dilatati e un minutaggio extra large,
infatti questo film dura la bellezza di 159 minuti (salute!) che, posso
assicurarvi, passano come se fossero non dico la metà, ma quasi. Un film a lenta
cottura, che si prende tutto il tempo che serve – ma anche di più – per presentare
i personaggi, spostare le pedina sulla scacchiera e portare in scena un finale
che è coinvolgente quanto l’ottimo inizio. Quindi, il mio consiglio è di non
farsi intimorire dal minutaggio e farsi portare per mano da quel matto di
Zahler lungo questa storia, perché il risultato è più che meritevole.
Brett Ridgeman (Mel Gibson) e il suo compare Anthony
Lurasetti (Vince Vaughn) sono due sbirri della vecchia scuola, fuori tempo
massimo nel modo di esprimersi, ma soprattutto nell’uso della mano pesante con i
criminali, anche troppo pesante, visto che l’arresto che li vede impegnati e
che apre il film si risolve con loro due filmati, accusati di brutalità poliziesca
e sospesi per sei settimane senza paga dal loro capo che non è il solito capo della polizia che urla, ma ha la
faccia di uno che è stato a lungo uno sbirro del piccolo schermo, ovvero Don
Johnson.

“Dopo anni di pattuglia insieme a Rico, ora mi hanno promosso”

I due non se la passano proprio benissimo, bisogna dirlo,
Lurasetti non pensa ad altro che a cercare il momento giusto per fare la
dichiarazione con tanto di anello alla fidanzata, mentre per Ridgeman le cose
vanno anche peggio: sua moglie Melanie (Laurie Holden la bionda dei Camminamorti) è malata e ci mancava solo
la sua accusa (nemmeno troppo velata) di razzismo, ad incasinare ancora di più la
figlia, già vessata dai bulli che popolano il quartiere di merda dove i Ridgeman
vivono, unici bianchi in un posto dove gli altri sono decisamente più “abbronzati”
anche se non è la parola che il vecchio Brett utilizzerebbe.

“Alla fine aveva proprio ragione il vecchio Roger”

Sì, perché Brett è uno leggerissimamente incattivito dalla
vita, uno che a sessant’anni ha ancora il grado che aveva a ventisette e non
poteva finire in coppia con uno più adatto di Lurasetti, perché sono due che
commentano la musica di sottofondo nel locale dove si sono fermati a mangiare, interrogandosi
se quello che canta sia un uomo oppure una donna… Insomma, vogliamo definirli Trumpiani?
Di sicuro S. Craig Zahler, come già dimostrato nel suo Puppet Masters, non è certo
uno che si preoccupa di fare surf sulle correnti del pensiero politicamente
corretto, anzi ci trascina tutti (lungo l’asfalto), perché se è brutto,
sporco e cattivo, non può che essere migliore. In tal senso, affidare il ruolo
del ruvido sbirro ad uno come Mel Gibson, da poco riabilitato agli occhi dei
censori di Hollywood grazie ad una lunga trafila (e all’ottimo Hacksaw ridge) è una mossa che non
esito a definire brillante, ma sul vecchio “Mad Mel” lasciatemi l’icona aperta
che più avanti ci torniamo.
Se da una parte abbiamo due sbirri bianchi che più bianchi
non si può, dall’altra abbiamo Henry Johns (Tory Kittles) appena uscito di galera
si ritrova con una mamma che per campare fa il lavoro più vecchio del mondo (l’idraulico?)
e un fratellino paralitico fanatico di videogiochi. Henry proprio come lo era
ai tempi Roger Murtaugh, è l’altra
faccia della medaglia di Brett Ridgeman, apparentemente opposti anche dal
colore della pelle, vivono entrambi in un postaccio, farebbero di tutto per la
loro famiglia e un po’ di soldi gli farebbero molto comodo, a ben guardare, poi,
sono entrambi in fissa per i leoni, Brett guarda documentari con la figlia,
mentre Henry gioca con il fratellino ad un videogioco in cui l’obbiettivo è
proprio sparare ai leoni in una specie di safari virtuale.

Henry si scalda, in vista del suo safari a caccia di leoni fin troppo reali.

Per far incontrare questi due, S. Craig Zahler continua a
giocare provocatoriamente con i colori, il compare di Henry, Biscuit (Michael
Jai White) finiscono a guidare il furgone per un paio di tizi neri, nel senso
di vestiti di nero, identificabili tra di loro solo per il colore dei guanti,
infatti i titoli di coda del film accreditano i due loschi figuri chiamandoli uno
“Black Gloved Robber” e l’altro “Grey Gloved Robber”, ma entrambi vengono
utilizzati da Zahler per lasciare un po’ di cadaveri sparsi qua e là lungo il
film. Questi due “zodiac” parlano poco, sparano molto e non lasciano testimoni,
basta dire che nella scena del minimarket, uno dei due spara anche ai sacchetti
della patatine esposti, così… Tanto per ribadire chi sono i veri cattivacci.

Non rischi mai di non essere coordinato, se ti vesti tutto di nero.

Dopo aver presentato tutti i suoi personaggi, ma anche
qualcuno di contorno come il magheggione con il volto del vecchio Udo Kier, Zahler
si diverte a decostruirli allungando l’attesa dell’inevitabile scontro finale, i
minuti passano, ma il coinvolgimento non cala, perché il regista scopre le carte
poco a poco, fa parlare i suoi personaggi del più e del meno e, intanto, li
decostruisce.

Il mitico Black Dynamite è quello che ne esce più decostruito di tutti.

Henry e Biscuit si travestono da bianchi, non dico proprio
come i fratelli Wayans in “White Chicks” (2004), ma quasi, mentre i due sbirri indagano
sotto copertura, Brett con il berretto (proprio come faceva Mel in Arma Letale 2), Anthony con dei «very
stylish gay hair» a detta del suo compare, perché S. Craig Zahler si diverte
non solo a smontare i suoi protagonisti, ma anche a seminare false piste
sfruttando al meglio le aspettative che la combinazione attore/personaggio riesce
a creare.
Quando hai un artista marziale come Michael Jai White è
legittimo aspettarsi da lui pugni e calci, ecco S. Craig Zahler, invece, fa
quello che gli pare prendendo a sberle le nostre aspettative e non voglio
dirvi nulla sul personaggio di Jennifer Carpenter, l’ex sorellina di Dexter,
che aveva già recitato nel precedente Brawl in cell block 99, una faccia nota da cui ti aspetti qualcosa, anche perché
Zahler con davvero niente, aggiunge il personaggio all’equazione costruendole
un passato sfaccettato e intrigante, salvo poi usarla nella storia in un modo
che mi ha fatto pensare ad un capitolo in particolare di una storia abbastanza famosa di Frank Miller, guarda caso, un altro
cresciuto a pane e Hard Boiled… Non aggiungo altro, vedere per credere.

Arriva in bus e non in metro, ma questo rafforza il paragone con Miller.

I 159 minuti di “Dragged Across Concrete” si consumano
lenti, scanditi dai panini consumati in auto da Vince Vaughn durante gli
appostamenti e dalle esplosioni di emoglobina che a Zahler vengono sempre
piuttosto bene, ma quando i personaggi vanno davvero a caccia di leoni – per usare
le parole di Henry – il film entra nel vivo e se non vi dispiace l’umorismo
nero, in questo film ne troverete parecchio, anche sui titoli di coda, il pezzo
“Shotgun safari” è un ottimo esempio di musica fuori contesto, anche se, a ben
guardare, azzeccatissima con il tema del film.
Ho una predilezione per i film in cui, quando iniziano a
volare le pallottole, nessun personaggio è al sicuro, indipendentemente da
quanto sia famoso l’attore che lo interpreta e Zahler colpisce sotto la
cintura esattamente come i suoi personaggi. La sparatoria finale è lunga, assolutamente
anti gloriosa, non si risparmia nessuno anche se quello alza le mani urlando «Mi
arrendo!», vale tutto, specialmente i trucchetti che servono a farti restare in
vita, perché se i protagonisti dei film di S. Craig Zahler parlano in modo
molto poco “politicamente corretto” è giusto che sparino nello stesso identico modo,
in un mondo popolato da supercalzamaglie
e da horror anemici, questo cinema
con sbirri brutti, sporchi e cattivi è una boccata d’aria fresca!

“A proposito di aria fresca, apri il finestrino che non si
respira più qui dentro scoreggione” 

Vi ero debitore di un’icona lasciata aperta, la chiudiamo
subito: il vecchio “Mad Mel” qui in versione baffuta, è troppo sveglio per fare
semplicemente la brutta copia invecchiata del suo Martin Riggs, dopo aver tenuto la testa bassa ed essersi
riconquistato un posto di rilievo ad Hollywood, cosa fa? Si affida ad un
regista che gli chiede di interpretare la parte di uno sbirro violento e
razzista, non so quanti avrebbero avuto le palle di farlo. Ma se con quello
spilungone da commedia di Vince Vaughn, Zahler è riuscito a tirare fuori del
perfetto materiale da explotation grondante sangue, immaginatevi cosa potrebbe venire
fuori con uno come Mel Gibson, anche perché i due sembrano avere lo stesso
gusto per il sangue senza tirar via la mano, quindi spero che “Dragged Across
Concrete” sia solo la prima di tante collaborazione tra questi due.

Una 357 Magnum per l’ispettore Gibson.

Per ora è sicuramente il film con strambi sbirri che mi mancava, ma anche uno dei migliori che mi sia
capitato di vedere di recente. Non ho idea di quale direzione prenderà la
carriera di S. Craig Zahler, al momento sembra davvero l’unico in grado di far
digerire tutto il cinema giusto (quello di genere che piace a me) anche ai
critici colti, quelli che sicuro sono in grado di dirvi che lui è il nuovo [Inserire-qui-nome-di-regista-blasonato],
per quanto mi riguarda dovremmo registrarlo sotto la voce “Arma letale”, ci
voleva uno in grado di trascinare il cinema attuale lungo l’asfalto e
riportarlo dove tutto è molto più brutto, sporco e cattivo. Con la forza, se
necessario.
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