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Dragonheart (1996): il cuore del drago batte ancora

Tra i titoli di culto degli anni ’90, ancora oggi “Dragonheart” conserva un posto speciale nel beh, cuore di molto pubblico, magari sfoggia qualche ruga in più ma tutto sommato ha ancora la sua nutrita selva di estimatori.

Diretto da Rob Cohen nel 1996, il film racconta la storia del cavaliere Bowen (interpretato da Dennis Quaid), disilluso e amareggiato dopo aver visto il suo allievo — un giovane principe salvato grazie al sacrificio di un drago — trasformarsi in un tiranno crudele e anche parecchio stronzo. Convinto che la colpa sia proprio delle creature alate, Bowen dedica la vita a sterminarle, finché non incontra Draco, l’ultimo drago esistente, doppiato nella versione originale dalla voce inconfondibile di Sean Connery mentre qui da noi, in uno strambo Paese a forma di scarpa da Gigi Proietti, dettaglio che comunque ha influito e non poco all’amore che il pubblico ancora prova per questo film. Da quel momento nasce un rapporto destinato a diventare amicizia, complicità e, inevitabilmente, tragedia, una sorta di “Buddy movie” tra uomo e drago, un po’ come se un romanzo meno famoso di Tolkien fosse finito nel tritatutto dei blockbuster americani e ripensato per il pubblico degli anni ’90, cosa che in effetti un po’ è stata.

Ancora mi gasa a bestia anche dopo trent’anni.

Lo sceneggiatore Charles Edward Pogue, finito poi per ovvie ragioni a firmare tanta roba fantasy, che però arrivava dal copione de La mosca di Cronenberg, sognava una trama e un’atmosfera molto inglese, anche se era consapevole dei limiti strutturali di quello che aveva scritto, senza un drago credibile, il rischio B-Movie era altissimo. La produzione firmata da Raffaella De Laurentiis ha cambiato un po’ il tiro del film, molto più orientato al pubblico americano, infatti per il ruolo di Bowen, il cavaliere protagonista, sono voltati nomi grossi, uno grossissimo, quello di Arnold Schwarzenegger che con quel suo accentone austriaco avrei amato sentir battibeccare con Draco, e poi, parliamo di un numero di telefono sempre a portata di mano nella rubrica della famiglia De Laurentiis.

Per tenere bassi i costi, si è deciso di girare tutto in Slovacchia e di tutti i grandi registi avvicinati dalla produzione, l’unico che accettò fu il solido mestiere di Rob Cohen, passato ironicamente dal piccolo drago a Draco. Questo ha dato campo libero ad una serie di attori e attrici americane nel cast, il roccioso Dennis Quaid ha risposto presente per il ruolo di Bowen, per altro, uno dei più ricordati e amati della sua carriera mentre la protagonista femminile è stata affidata ad una delle mie preferite, Dina Meyer, che qui completa la sua trilogia di titoli che l’anno appunto resa una delle mie predilette, se ve lo state chiedendo, ecco gli altri due vertici della piramide Meyer.

Si, ho ancora una volta Dina Meyer sulla Bara Volante, che grande giornata!

A riportare un po’ di vecchia Albione nel film ci hanno pensato la scelta del cattivo David Thewlis, di un Pete Postlethwaite in versione Fra Tuck forse un pelo sprecato solo come spalla comica, ma soprattutto il motivo per cui “Dragonheart” è ancora così amato, ovvero l’ennesima scusa per me per riportare su queste pagine uno degli eroi della Bara… Sir Sean Connery.

Siamo nel 1996, la terra non aveva ancora spesso di tremare per i passi dei dinosauri di Spielberg, gli effetti digitali della IL&M avevano cambiato il cinema per sempre, ma per realizzare in modo convincente Draco, sono serviti più bozzetti, più computer, più animatori del T-Rex di Spielberg, anche se le due creature hanno uno zio illustre, il mitologico Phil Tippett, guru dell’animazione a passo uno che nel 1996 è stato chiamato ancora una volta a spiegare agli animatori come doveva muoversi un drago, insomma, una creatura immaginaria, realizzata in digitale, la prima al tempo realizzata all’80% in CGI, ma con un cuore fatto di cinema analogico.

Discuteteci voi con un drago, anche se parla come lo scozzese più famoso di sempre.

La premessa narrativa è semplice, chiaramente fiabesca, e proprio qui risiede la forza del film perchè “Dragonheart” non ha paura di essere una favola, non ci prova nemmeno a complicarsi con sottotrame politiche o ambizioni epiche smisurate, al contrario, sceglie la via della classicità, recuperando archetipi medievali — il cavaliere, il drago, il re corrotto, il popolo oppresso — e trasformandoli in un racconto universale sull’onore, sull’illusione e sul sacrificio. Una storia che parla soprattutto della perdita dell’innocenza perché Bowen credeva nella cavalleria, nel codice morale e nella nobiltà dell’animo umano, il tradimento di questi ideali lo distrugge più di qualsiasi ferita fisica.

Quello che rende davvero memorabile il film è il personaggio di Draco, negli anni ’90 gli effetti digitali erano ancora in evoluzione, ma la creatura creata dalla Industrial Light & Magic riuscì a stupire il pubblico con un realismo allora rivoluzionario. Oggi alcune sequenze mostrano inevitabilmente il passare del tempo, ma il design del drago resta straordinario, espressivo, carismatico, ironico, non è soltanto un effetto speciale, è un personaggio vero reso tale non solo dalla voce di Sir Sean Connery, ma dalla sua prova di recitazione, utilizzata come modello per l’espressività del drago, che non è soltanto potente o comico in parti uguale, ma nobile, è l’ultimo rappresentante di una razza ormai estinta, consapevole della propria fine e deciso a lasciare un segno.

La strana coppia, che avrebbe fatto prendere un colpo anche a Tolkien, di cui abbiamo sempre avuto bisogno.

Il rapporto tra Bowen e Draco è il cuore emotivo del film… Letteralmente! La loro truffa itinerante (fingere battaglie tra cavaliere e drago per ottenere denaro dai villaggi) introduce una leggerezza che bilancia i temi drammatici. C’è ironia, c’è amicizia virile, c’è quell’intesa fatta di battute e silenzi che nasce solo tra persone che hanno sofferto, ed è proprio questa dinamica che permette al film di colpire emotivamente quando la storia prende una piega più tragica.

Dal punto di vista registico, Cohen costruisce un fantasy accessibile, lontano dalla grandiosità epica che qualche anno dopo avrebbe definito il genere almeno presso il grande pubblico, quindi in parole povere niente BATTAGLIONA, anche perché il film è stato girato con un numero limitato di comparse in Slovenia per tenere bassi i costi. La fotografia di David Eggby fa un lavoro intelligente, privilegia toni in modo da armonizzare il tutto con i colori del drago e al resto ci pensa il vero re senza corona del film, il compositore Randy Edelman.

Se i pezzi della colonna sonora funzionano tutti, il celebre tema principale contribuisce enormemente alla dimensione emotiva, una musica che molti spettatori ricordano ancora oggi senza nemmeno sapere da dove provenga, segno evidente di quanto il film sia entrato nell’immaginario collettivo, anche perché alcune scene, con quel tema principale, funzionano due se non tre volte meglio.

Valeva la pena salvarlo un tale bastardo eh?

Naturalmente il film non è privo di difetti, il villain, pur interpretato con energia, risulta meno sfaccettato rispetto ai protagonisti, una macchietta, che si salva solo perché David Thewlis riesce ad essere una perfetta faccia calamita per schiaffoni. Alcune dinamiche narrative seguono percorsi prevedibili, basta dire che la protagonista femminile ha tutti i canoni del cinema americano per tutti dell’anno 1996, poco più che una damigella in pericolo, anche se ad impersonarla è una delle mie preferite, la bellissima Dina Meyer, sempre sia lodata!

Va detto però che “Dragonheart” funziona proprio perché crede sinceramente nei valori che racconta, amicizia, lealtà, redenzione, è un film con ben poco cinismo e proprio per questo oggi appare quasi anacronistico, ma per una volta in senso positivo.

Finali che vanno seguiti con il naso in su e questa nelle orecchie.

Rivedendolo nel suo trentesimo anniversario, colpisce quanto il film riesca ancora a emozionare, la sequenza finale, in particolare, conserva tutta la sua efficacia, una conclusione malinconica ma a suo modo ottimista, poi inutile girarci attorno, il fatto che Sir Sean Connery e Gigi Proietti, ovvero cuore, anima e voci di Draco, siano venuti a mancare ad un mese di distanza l’uno dall’altro conferma questo film come un legame tra due personaggi giustamente amatissimi dal pubblico.

Forse anche per questo e ancora prima per le sue caratteristiche “Dragonheart” è rimasto nel cuore di una generazione, a differenza dei suoi seguiti “da cassetta” che ricordiamo forse in dodici. Non sarà il più epico dei Fantasy, ma resta un film con beh, il cuore dal lato giusto e dopo trent’anni dopo, il cuore del drago batte ancora.

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