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Dredd – Il giudice dell’apocalisse (2012): quando hai l’intuizione giusta, ma ti svegli troppo tardi

Torniamo tra le strade di Mega City One per l’ultimo capitolo dedicato al giudice Dredd, un personaggio davvero inarrestabile, tanto che le ha provate davvero tutte per tornare al cinema, anche se le tempistiche di questo film, sono tra le più bizzarre mai viste.

Attorno al 2008 (AD), si vociferava di un nuovo film sul personaggio creato da John Wagner e Carlos Ezquerra sulle pagine di “2000 AD”, ma il progetto non è diventato realtà almeno fino al 2010, anno in cui sono stati assunti Pete Travis alla regia e Alex Garland come sceneggiatore. Quest’ultimo in particolare vero motore di tutta l’operazione, anche perché attorno al 2010 non era ancora diventato l’aspirante nuovo “Scott sbagliato” come lo ha definito giustamente Lucius, ma era ancora colui che si era fatto un nome grazie alla sceneggiatura di 28 giorni dopo.

I suoi progetti per il giudice Dredd sono monolitici, l’impresa di rendere famoso nel mondo un personaggio dei fumetti popolarissimo quasi esclusivamente in Inghilterra, già di suo è una bella impresa, ma farlo cercando di far dimenticare lo (s)cultuscito nel 1995 con Sylvester Stallone come protagonista, aggiunge difficoltà ad un obbiettivo già complesso di suo.
Alex Garland abbraccia la via della serietà a tutti i costi (e mi verrebbe da dire «Madornale errore» cit.) ma anche dell’aderenza al materiale originale, tanto che uno dei due padri del personaggio, lo scrittore John Wagner, venne coinvolto per supervisionare tutta l’operazione, quasi un’assicurazione umanoide sulla bontà del progetto. Wagner all’inizio parve apprezzare il tentativo di rendere realistiche le esagerazioni che sono una caratteristica chiave di “Judge Dredd”, poi però in fase di promozione il suo orgoglio di fumettista venne fuori insomma, storie tese, ma comunque sempre meno che con il regista Pete Travis, che invece non ha proprio preso parte alle interviste e alla fase di lancio della pellicola (storia vera). Cosa è accaduto durate la produzione? Di tutto, ma per prima cosa, affrontiamo l’elefante in mezzo alla stanza (ciao Dumbo!), parliamo di “The Raid”.
Non so come si dica “elefante in mezzo alla stanza” in Indonesiano (probabilmente si dice “The Raid”)

Trovate una brillante comparazione tra “The Raid” (2011) e “Dredd” (2012) nel post del Zinefilo
che vi invito caldamente a leggere, ma gli eventi sono andati più o meno così: nell’ottobre del 2010, Alex Garland deposita una sceneggiatura intitolata “Peach Trees”, come il nome dei palazzi alveare di Mega City One in cui la storia è ambientata, dopodiché tra lavorazione e post produzione, il film verrà presentato in anteprima al Comi-Con di San Diego solo nell’estate del 2012. Un tempo parecchio lungo a ben guardare, sufficiente per farsi sorpassare a destra dagli Indonesiani.

Si perché nel frattempo, il gallese Gareth Evans, parecchi stuntmen Indonesiani senza alcuna cura per la propria incolumità fisica e insieme a Iko Uwais e Yayan Ruhian, firmò il miglior film d’azione degli ultimi vent’anni, quello che ha fatto fare un salto quantico in avanti al cinema marziale. “The Raid” venne presentato al Toronto Film Festival nel 2010 e poco dopo a Torino, dove mi ha colpito in mezzo agli occhi (storia vera).
Vorrei usare frasi come, lo spunto di partenza dei due film è identico, ma sarebbe riduttivo, “The Raid” e “Dredd” sono proprio lo stesso film, da una parte abbiamo la megalopoli futuristica (che copre lo spazio tra Boston e Washington) di Mega City One, dall’altra la decadente Jakarta. Entrambi i film hanno come protagonista un fatiscente palazzo in cui è radunata molta della criminalità locale, un incrocio tra la struttura verticale di Game of Death, la brutta fama delle Vele di Scampia e il grattacielo della Nakatomi.
«Almeno noi non siamo scalzi come John McClane»

I poliziotti che entrano dentro hanno motivazioni leggermente diverse, dovere per Dredd ed Anderson, vendetta personale per Iko Uwais, ma il risultato è lo stesso: un assedio pochi contro molti (moltissimi), in cui persino i boss criminali che comandano le orde di sgherri hanno nomi quasi identici, da una parte Tama (Ray Sahetapy), dall’altra Madeline Madrigal, detta “Ma-Ma (Lena Headey).

Voglio restare tutto il giorno nella vasca / Con la pastiglia che mi svalvola la testa (quasi-cit.)

Potrebbe essere che il gallese Gareth Evans, abbia sentito parlare di questo progetto in cui era coinvolto Alex Garland e abbia portato fino laggiù in Indonesia, il seme di questa idea? Potrebbe anche essere, ma sta di fatto che Garland è stato battuto sul tempo e anche sul campo, perché “The Raid” è dinamismo puro, un capolavoro che fa del movimento e del controllo degli spazi una vera e propria arte (anche marziale), mentre “Dredd” è americano fino al midollo (infatti i suoi protagonisti sparano invece che picchiarsi), ma è anche incredibilmente statico, fa proprio dell’immobilismo una cifra stilistica, basta dire che la droga spacciata da Ma-Ma e dalla sua banda di criminali, la Slo-Mo, è una sostanza che rallenta la percezione di chi la assume, infatti per renderne gli effetti sul grande schermo il regista ricorre alla moviola (slow motion appunto). Da una parte la velocità di azione e pensiero di Evans, dall’altra Garland, lento come me quando striscio fuori dal letto il lunedì mattina, ma per di più, anche zavorrato da una produzione travagliata, insomma, una non competitiva, che ha bollato per sempre il suo film come una copia non autorizzata di “The Raid”.

Secondo le affermazioni dei diretti interessati poi, buona parte di “Dredd” sarebbe stato diretto proprio da Alex Garland e questo spiegherebbe l’assenza di Travis dalla fase promozionale del film, ma anche il successivo esordio alla regia (quello ufficiale) di Garland, avvenuto con Ex Machina e seguito da Annientamento.
L’espressione di Dredd è il miglior commento sull’andamento della carriera di Garland.

Costato la bellezza di quarantacinque (quattro-cinque… assurdo) milioni di fogli verdi con sopra le facce di altrettanti ex presidenti defunti, “Dredd” si è ripagato appena il costo in parte grazie al mercato dell’home video. Ma a tutta questa sgorba storia, poteva mancare il contributo di uno strambo Paese a forma di scarpa di mia e vostra conoscenza? Figuriamoci! Quando lo scorso anno ho sentito tanti parlare dell’uscita in DVD di “Dredd”, ho seriamente pensato ad un terzo film, magari un DTV (Direct-to-video), invece era proprio il film che avevo già visto nel 2012. Sette anni di ritardo giustificati dal mezzo flop del film? Andiamo! Qui da noi escono in sala certe porcherie che non possono nemmeno allacciare le scarpe al film di Pete Travis Alex Garland, non ci credo a questa scusa, semplicemente un’altra tegola sulla testa di un film che pur mantenendo il casco ben allacciato sulla capoccia del suo protagonista, non è riuscito a proteggersi da una sfiga abbastanza notevole.

Eppure “Dredd”, da noi appesantito dall’inutile e banale sottotitolo “Il giudice dell’apocalisse”, ha il cuore dal lato giusto e malgrado l’ombra ingombrante del gigante “The Raid”, resta un film tosto con un livello di mattanza tarato più o meno su “bagno di sangue”, davvero notevole per un film occidentale contemporaneo. Inoltre per quanto riguarda il suo protagonista, si é optato per la via delle fedeltà al fumetto originale, Karl Urban è uno di quegli attori sempre disposto a mettersi al servizio di un film, uno che non si è fatto nessun problema nemmeno a recitare per tutto il tempo con il volto completamente coperto dal casco (ad esclusione di bocca e mento), rimediando così al sacrilegio compiuto da Stallone nel 1995.
«Casco in testa ben allacciato, luci accese anche di giorno, e prudenza. Sempre!» (Cit.)

Karl Urban, una vita da gregario, parti di contorno carismatiche in “Il signore degli Anelli” e “Star Trek”, ma anche una sfiga ragguardevole, perché gli unici film da protagonista assoluto in carriera sono stati Doom, “Pathfinder” (che ho visto al cinema nel 2007, sono stato uno dei tre che lo ha fatto) e questo “Dredd”, di cui purtroppo non credo vedremo mai un seguito, anche se ogni tanto ancora si vocifera della lavorazione di una serie televisiva, intitolata “Judge Dredd: Mega City One”, per cui Carlo Urbano si è già detto disponibile. Per assurdo è stato proprio con l’adattamento sul piccolo schermo di personaggio dei fumetti, violento, Inglese e per di più creato da Garth Ennis (uno che si è fatto le ossa proprio sulle pagine di Judge Dredd), che Urban ha trovato forse un ruolo per cui verrà ricordato: Billy Butcher in The Boys, almeno finché la serie durerà, qualcuno regali un cornetto rosso al povero Carlo!

Carlo Urbano, non smettere mai di crederci, un giorno
raggiungerai la tua vetta.

Urban nella prima scena del film (la più classica delle vestizioni dell’eroe) indossa il casco del giudice Dredd per non toglierlo più, tanto che quando la sua nuova compagna, la telepate fresca di accademia Cassandra Anderson (l’azzeccata Olivia Thirlby), fa notare a Dredd che il casco interferisce con i suoi poteri psichici, il giudice le risponde lapidario: «Un proiettile in testa potrebbe farlo di più».

«Affermazione prevedibile» (scusate, non ho resistito)

Carlo Urbano ribalta la bocca di centottanta gradi verso il basso, parla con una voce più greve del solito ed utilizza il linguaggio del corpo per risultare minaccioso, il suo Dredd però è mortificato dal film stesso, nella scena di apertura lo vediamo inseguire due fuggitivi strafatti di Slo-Mo, rombando a bordo della sua moto, che però ha un aspetto da ordinaria motocicletta, anzi per certi versi ricorda un po’ una scena di “Robocop”, ma non quello giusto di Verhoeven, pensavo piuttosto all’insulso remake.

Che vi devo dire, per la moto preferivo quella del 1995.

A parità di entrata in scena, lo Stallone del 1995 batte Urban su tutta la linea, pur comparendo sulla locandina e dando il suo nome al film, il giudice Dredd sembra solo un generico poliziotto del futuro, non tanto diverso da molti che abbiamo già visto al cinema, di sicuro non è lo spauracchio di tutti i criminali di Mega City One che abbiamo conosciuto tra le pagine del suo fumetto. Quando poi insieme alla telepate Anderson si ritrova due contro tanti in un assedio nel palazzo, le caratteristiche del personaggio creato da John Wagner e Carlos Ezquerra non emergono mai per davvero.

L’errore di Alex Garland è stato quello di interpretare la serietà di Dredd come la vera forza del film, il giudice Dredd funziona perché si muove in un mondo esagerato e grottesco, in cui la sua serietà congenita lo rende un monolite umanoide, una specie di carro armato con mascella a vista, che non si fermerà davanti a niente per spazzare via la criminalità. Quando dico che il miglior film mai tratto dalle pagine di “Judge Dredd” è il Robocop di Paul Verhoeven intendo proprio questo: in quel film Detroit sembrava un girone infernale, i criminali erano uno più sopra le righe e psicotici dell’altro, Alex Murphy nella prima parte del film è quello che il giudice Dredd è sempre stato dal 1977 ad oggi, uno che crea ammirazione nel pubblico perché è chiaramente schierato dalla parte giusta della barricata, ma nel suo essere così inflessibile non apre mai una finestra per permettere al pubblico di provare empatia per lui, Alex Murphy lo faceva nel secondo tempo del film di Verhoeven, Dredd? Non lo farà mai.
«Sei tu, Murphy?» (Cit.)

Applicare l’approccio serio di Dredd a tutto il film, cercando di normalizzare e rendere realistico il mondo in cui si muove, agisce (e giustizia criminali) non funziona, il tipo di approccio serio e composto ai fumetti che ti aspetteresti da Nolan (con risultati proprio per questo anche terribilmente sbilanciati), ma per cercare di adattare un fumetto satirico, volutamente grottesco e provocatoria come l’anima Punk di “Judge Dredd”, non va proprio bene.

Posso capire l’idea di rendere le armature dei giudici più simili alle divise di una squadra SWAT, ma far passare il giudice Dredd, solo per un normale poliziotto solo più tosto degli altri suoi colleghi, non basta e purtroppo spreca anche la buona prova di sacrificio al personaggio, offerta da Karl Urban.
Insomma per portare “Judge Dredd” sul grande schermo ci vorrebbe qualcuno in grado di trovare l’equilibrio tra l’esagerazione del film del 1995 e il tono anche troppo dimesso di quello del 2012, che però dalla sua resta se non altro un film d’azione con un grado di violenza notevole. La morte del tizio lanciato giù dalla balconata strafatto di Slo-Mo, diventa una tortura della goccia, una caduta resa infinita dalla sostanza che è un sadico modo di prolungare la sofferenza, ma se parliamo di sadismo, un paragrafo se lo merita tutto Lena Headey.
«Non voglio più sentire parlare di draghi finché campo»

La sua Ma-Ma è distante chilometri dalle cattive che urlano e strepitano nei film, quella meraviglia (in tutti i sensi possibili di questo termine, artistico, professionale e anche estetico) di Lena Headey, la interpreta come un rettile, un’assassina a sangue freddo che pare aver pianificato tutta la sua scalata fino alla vetta, da prostituta a Boss finale come una disposta a fare tutto quello che è necessario per emergere.

Dopo quello che ci raccontano del suo passato, da spettatori saremmo pronti a vedere entrare in scena una sorta di esagitata Harley Quinn solo molto più sbroccata, invece la vediamo fare il bagno in pieno relax, e con la stessa identica calma dare l’ordine di sterminare tutti come se fosse la scelta più pragmatica. Per certi versi, Lena Headey buca davvero lo schermo, ma nel confronto diretto con “The Raid” (che resta inevitabile), pare contribuire anche lei all’immobilismo del film.
L’azione non manca, man nel confronto con “The Raid” tutti escono con le ossa frantumate.

Di davvero riuscito in questo “Dredd” ci sono le sparatorie, l’effetto rallenty offerto dalla Slo-Mo, permette a noi spettatori di goderci una mattanza di colpi al rallentatore che fanno saltare la faccia ai cattivoni, con il più devastante degli effetti finali possibili. La conta dei morti? Credo che Dredd e la giudice Anderson in un solo film, riescano a pareggiare con il numero di adolescenti massacrati da Jason Voorhees in tutti i capitoli della sua saga!

«Non hai letto il cartello? Vietato fumare»

Insomma anche nella sua versione del 2012, “Dredd” resta un colpo sparato (in Slo-Mo) nella direzione giusta, che però manca ancora una volta il bersaglio, il vero dispiacere è per il sacrificio di Karl Urban, convincente e totalmente al servizio del personaggio. A questo punto le cose sono due, chiedere consulenza a Paul Verhoeven per un terzo film su Dredd, oppure sarà necessario fare una media tra questo film e quello del 1995, chissà che tre non sia il numero fortunato anche per il giudice di Mega City One.

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