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Drive-Away Dolls (2024): una valigia piena di, guai, diciamo guai

Lo so che dovrei iniziare con un paragone musicale scegliendo però qualche musicista del Minnesota, giusto per restare in tema con il film di oggi, ma di quelle parti conosco solo Prince e lui è stato un grande solista, se non il più grande di tutti, quindi spostiamoci per un momento in California, clima migliore e paragoni più facili per il vostro amichevole Cassidy di quartiere.

Spero di non far arrabbiare nessuno se scrivo che i Red Hot Chili Peppers sono quattro validi musicisti, di cui solo uno a mio avviso davvero una spanna sopra gli altri, eppure presi singolarmente non sono mai arrivati a comporre quello che insieme, per anni, ha scaldato i cuori di milioni di persone. Ecco per me i fratelli Coen sono così, da quando “Il regista a due teste” si è separato, in una divisione dei gemelli degna di Cronenberg è diventato lampante.

Se escludiamo il bellissimo documentario “Jerry Lee Lewis: Trouble in Mind” (2022) diretto dal solo Ethan, al momento il frutto della divisione dei gemelli pareggia i conti con un film a testa, l’altro è il rigoroso Macbeth di Joel. Ma detta fuori dai denti, dopo decenni passati ad ammirare i loro film, per ora la separazione ha avuto come unico effetto reale, quello di permettermi finalmente di capire chi dei due è Joel e chi Ethan.

«Uhm?», «Uhmmuh!»

Ethan è quello NON spostato con Frances McDormand, Ethan è quello sposato con Tricia Cooke, sceneggiatrice con cui qui firma a quattro mani questo “Drive-Away Dolls”, un soggetto rimaneggiato varie volte nel corso degli anni, un copione che esiste più o meno dal 2000 e questo spiega anche perché la storia sia ambientata nell’anno 1-9-9-9 (cit.), un periodo un po’ più “felice” per gli Stati Uniti pre-undici settembre, che giustifica in parte anche il tono di una storia che sarà anche ambientata nel 1999, ma è in linea con i canoni del cinema del 2024.

In una tavola calda in Philadelphia, Santos (papi-Pedro Pascal) si tiene stretta una valigetta MacGuffin necessaria a mettere in modo la storia, anche se per farlo viene malamente ucciso nel vicolo dietro al locale da un paio di sicari senza scrupoli, questo perché come diceva Spike Lee di loro, i Coen ammazzano gente sul grande schermo con facilità irrisoria, anche se qui il tono della prima morte illustre è molto più comico, ma consideratela una linea guida, “Drive-Away Dolls” va preso tutto così.

Che sia la valigetta o Grogu, Papi-Pedro è sempre molto possessivo.

Stacco, la libertina Jamie (Margaret Qualley) si è appena mollata con la sua ragazza Sukie (Beanie Feldstein) per via del suo stile di vita, quando scopre che la sua ben più impostata è abbottonata amica Marian (Geraldine Viswanathan) ha in programma un viaggio a Tallahassee in Florida, quindi decide di andare con lei. Visto che ci vanno con una di quelle auto a noleggio, che prendi da una parte e molli dall’altra parte del Paese, le parole in inglese per etichettare questo “Bambole in fuga” che state cercando sono film “on the road” e “Buddy Movie”, ma a tutto aggiungete anche tematiche LGBT+ e tutte le altre lettere che ho dimenticato, che come vi dicevo, sono più in linea con il 2024 che con il 1999.

Segni di continuità con il passato? Tanti, lo scambio di auto a noleggio e le due valige (una borsa e una valigia per la precisione) finite nell’auto presa per un errore dell’autonoleggio da Jamie e Marian sono lo spunto iniziale, quello dell’eroe (o in questo caso delle eroine) per caso, di solito altamente improbabili, finte per un equivoco al centro di una trama da noir, insomma che sia il tappeto di Drugo Lebowski o la valigetta delle protagoniste, siamo in linea e no, nella valigetta non c’è baby Yoda, non fatevi distrarre dal cameo di Papi-Pedro.

Pregi, di sicuro la durata, “Drive-Away Dolls” dura 84 minuti e per l’anno 2024 è un assoluto miracolo, allo stesso tempo è un film che segnerà un precedente, almeno qui da noi visto che ad ovest di ‘Zilla o di Hanamichi Sakuragi, quindi produzioni orientali, è il primo film che per scelta della distribuzione, arriva in sala non doppiato, i detrattori diranno perché non ne valeva la pena, chi tende a vedere il bicchiere mezzo pieno penserà che il pubblico di riferimento dei del Coen, non si stizzisce davanti ai sottotitoli, quindi forse era anche il titolo giusto per provare, o in ogni caso, un esperimento a metà tra queste due visioni opposte. Sta di fatto che questo ci permette di goderci le prove del cast senza il filtro (positivo o negativo) del doppiaggio, quindi passiamo al secondo pregio del film.

La satira non manca, Ethan e signora buttano giù un film scritto bene, i dialoghi sono frizzantini, nessuno particolarmente memorabile da mandare a memoria ma giusti per un film così, le svolte sono ben gestite e se si può prendere per i fondelli i Repubblicani e la società – letteralmente! – fallocentrica, dalle parti del Minnesota, nessuno si tirerà mai indietro. La fortuna di questo “Buddy Movie” al femminile che sembra farsi beffe del tabù mai pronunciato di Thelma e Louise per sbandierare la sua bandiera arcobaleno ai quattro venti, è proprio il cast.

«Avremmo bisogno di Joel per questo» (quasi-cit.)

Le regole di un buon “Buddy Movie” le conoscete, anche perché mi sono divertito a metterle nero su Bara in passato: c’è sempre una coppia, uno dei due è quello regolare, l’altro è la “matta”, il jolly del mazzo. Uno ha una ruotine, l’altro gliela fa saltare. Ecco Margaret Qualley, che avete visto come Emma Stone di riserva in Povere Creature! o come figlia dei fiori per Tarantino qui è decisamente la “matta”, vitale, energica, piena di vita e con un clitoride mai domo, lungo il percorso si inventa deviazioni di ogni tipo per aiutare a svegliare l’amica, interpretata da una Geraldine Viswanathan decisamente più sottotono, per ruolo e nel confronto diretto con la collega, anche perché, la parte più didascalica di “Drive-Away Dolls” è proprio il percorso di presa di coscienza, anche sessuale, di Marian, che procede tra esperienze dirette e lunghi flashback con belle vicine da spiare. A ben pensarci anche questo un classico Coeniano, sto pensando alla signora Samsky del fin troppo sottovalutato “A Serious Man” (2009), due indizi fanno una prova, questa sarebbe una domanda da fare a Ethan in un’intervista: ci parli di come spiava le sue vicine di casa nudiste lassù nel Minnesota. Ma visto che siamo in argomento, di legami con il passato non di vicine nudiste, parliamo proprio di questo.

«Ma che fai?», «Ho sentito parlare di vicine di casa sexy nude»

“Love is a sleigh ride to hell”, la frase riportata sull’auto delle protagoniste, ecco, potrebbe essere il nostro amore per la filmografia dei Coen a condannarci a sprofondare, perché purtroppo “Drive-Away Dolls” invece di essere il nuovo disco dei Red Hot Chili Peppers è un album solista, quindi firmato da un regista che come i quattro californiani è meno della somma del collettivo, ci sono spunti anche buonissimi e se riuscirete a guardarlo senza preconcetti o senza pensare al resto della filmografia (difficile, lo so) potreste anche godervelo, il fatto che uscirà in sala solo in lingua originale però, lo ammanetterà mani e piedi proprio a quel pubblico che invece è qui proprio per quel passato, quella filmografia, ed è qui che “Drive-Away Dolls” sprofonda nell’inferno della frase citata lassù.

Con tutte le sue dissolvenze bizzarre (manca solo quella a stella tanto cara a Homer Simpson) e i riferimenti anche diretti a John Waters, “Drive-Away Dolls” è un sincero omaggio al cinema libero (anche dai preconcetti), femmina-centrico e irriverente del Maestro Russ Meyer, con un po’ di “Alice non abita più qui” e di “Gonne al bivio” (1999), insomma un gioioso pastrocchio che può permettersi anche un’apparizione di Miley Cyrus, in un ruolo ispirato all’artista Cynthia Plaster Caster, che spunta tra un flashback lisergico e l’altro. Insomma è il classico film dei Coen, con i morti ammazzati, la satira, e i personaggi bizzarri che si intrecciano (ruolo chiave per Matt Damon in tal senso), solo che l’atteggiamento è molto più fricchettone, rispetto al cinismo grondante sangue a cui siamo abituati, prendere o lasciare, altrimenti il rischio è che questo film “Alla Coen” di Coen (Ethan), vi faccia solo venire la malinconia per i film beh, dei Coen, entrambi.

Meeeeeit Deeeeeimon (cit.)

Ora, non voglio farvi rivelazioni sulla trama e non crediate che io sia entrato in modalità malinconica e abbia voglia di farvi solo schiacciare i pulsantini colorati, però vi ricordavate cosa dicevo quando scrivevo del film forse più folle, dolente, marcio e pazzo della filmografia di Sam Peckinpah? Anche lì avevo messo nero su Bara il fatto che Voglio la testa di Garcia se uscisse oggi, sarebbe un film di Tarantino o ancora di più, dei Coen. “Drive-Away Dolls” mi ha fornito la prova, la pistola – letteralmente – fumante di questa teoria, peccato che alla regia ci sia solo uno dei due fratelli del Minnesota e che questa prova, sia arrivata in un film dal tono più leggero, colorato e oserei dire quasi sbarazzino, non vorrei scomodare “Intolerable Cruelty” (no, il titolo italiano non lo citerò, mi fa schifo) ma quasi.

«Se la apriamo pensi che farà la luce come in ‘Pulp Fiction’?», «Magari è come quella di ‘Un bacio e una pistola’»

Insomma, se vorrete scoprire cosa contiene la valigetta MacGuffin di Ethan Coen dovrete vedervi il film e prepararvi a leggere un po’ di sottotitoli, quando lo scoprirete, vi sarà chiaro che è la classica trovata da Fratelli Coen, in un film che ha molto al posto giusto ma a cui manca quella scintilla che invece avevano i lavori del “Regista a due teste”, poteva essere un disco dei Red Hot Chili Peppers invece è il nuovo album solista tutto acidello di John Frusciante che verrà piallato dalla critiche proprio perché non è un film dei Coen al plurale, ma solo di un Coen al singolare. Ok, ma al secondo lavoro solita io continuo a pensarla come Elio e le storie tese: Ethan e Joel tornate insieme!

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  1. Non male, ma un approfondimento maggiore di personaggi e situazioni lo avrebbe reso davvero memorabile.

    • Lo penso anche io, non approfondisce ma almeno mette in chiaro subito la sua volontà di leggerezza. Certo che dai Coen (anche solo uno) fatico ancora un po’, ci avevano abituati ad altro. Cheers!

  2. Come ogni buon conoscitore del pensiero laterale i sottotitoli non mi spaventano, no 😉 Però i “Cohen a metà” hanno un sapore diverso da prima, e questo fa sì che io ci pensi qualche volta di più (rispetto ai bei tempi) andati prima di buttarmi a pesce su di un loro nuovo lavoro (azzeccato assai l’esempio dei Red Hot Chili
    Peppers 👍)…

    • Bene, felice che sia andato a segno, era un azzardo 😉 Cheers

  3. Non vedo l’ora di vederlo questo film, e sono veramente dispiaciuta perché non collaboa più con Joel

    • Spero di veder tornare il “Regista a due teste”. Cheers!

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