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Dune (2021): bello e arido, come i deserti di Arrakis

All’annuncio del remake di “Dune”, il nostro Quinto Moro non sapeva se essere contento o no. Lui è tra i dodici o tredici innamorati di quello strano pasticcio firmato da David Lynch nel 1984. Con Denis Villeneuve alla regia e un hype stellare, cosa poteva andare storto? Narraci o Quinto del sabbioso pianeta…

Il primo “Dune” fu un’odissea produttiva lunga dieci anni. Il guaio era la natura stessa del romanzo a dir poco monumentale di Frank Herbert: un’infinità di personaggi, eventi, trame e sotto trame. Ma Villeneuve è uno di quelli bravi, un Autore con uno stile, una competenza tecnica che levatevi tutti, e qui guida un cast che sembra la fiera delle facce del momento. Un successo commerciale e di critica già scritto. Cosa poteva mai andare storto? Non vorrai farti mancare una pandemia mondiale per rischiare di uccidere il progetto di una saga no? A livello di sfiga fantozziana, Dune rischia di diventare il Macbeth del cinema.

Ah, nel caso non lo sapeste, il film racconta solo due terzi del romanzo, e l’uscita di un secondo capitolo ad oggi non è confermata né garantita.

Cercherò di essere obiettivo, evitando cattiveria gratuita e salamelecchi al capolavoro per forza. Guardatelo perché è tanta roba, ma preparatevi psicologicamente. A me l’ingrato compito di abbassare le vostre aspettative. NO SPOILER, salvo avvisi.

«Se fai uno spoiler te lo pianto nel cuore. Hai visto Pulp Fiction?» (Cit.)

La sensazione che si prova alla prima visione è lo smarrimento costante davanti a nuove facce e personaggi. Pure io che ho letto il romanzo – anni fa – e con più visioni del film dell’84 ero sempre lì a contare: ah, questo è quel personaggio. Oh, c’era pure quest’altro. E poi nomi, soprannomi e definizioni. Pensare di gestire un personaggio che viene chiamato con C-I-N-Q-U-E nomi diversi – Paul Atreides, Kwisatz Haderach, Lisan Al-gaib, Usul, Muad’dib – può creare un po’ di confusione (ma nel film ne sentiamo solo tre).

Non è stato un problema per me che ho recuperato facilmente i fili, le connessioni e relazioni tra i personaggi. L’effetto è simile ad una prima visione del Signore degli anelli, ma senza quel gusto per l’intrattenimento alla Peter Jackson, senza quella capacità di buttare lo spettatore nel mondo e rendendolo partecipe della vicenda.

Lo dico brutalmente: il film di Villeneuve mi ha lasciato poco o nulla. Sì, lui è bravo e rigoroso, e sa spendere come si deve un budget di 160 milioni e passa. Ma nel voler essere fedele al romanzo ha fatto giusto una cronistoria degli eventi, senza il ritmo e la garra che serve coinvolgere, né si è preso la briga di sottolineare alcuni momenti di importanza capitale. Forse i puristi del romanzo saranno soddisfatti, ma cinema e letteratura sono linguaggi diversi e adattare per lo schermo non significa solo mettere insieme scene una dopo l’altra, per quanto ben realizzate.

Quello che conta non è essere tanto bravi da far stare 400 pagine in due ore e mezza, ma appassionare (ho ripreso in mano il libro per rendermi conto di dove si ferma il film). Curioso come la mezzora finale, che poteva essere l’inizio del secondo capitolo, sia quella un po’ più riuscita.

«Guarda mamma, sta già cominciando il capitolo due», «No tesoro, non sappiamo neanche se lo faranno»

Il casting è azzeccato. Il Paul Atreides di Timothée Chalamet è molto vicino all’idea che mi ero fatto nel romanzo. Duncan Idaho col faccione di Jason Momoa è una ruffianata pazzesca ma ci sta. Chi ne esce meglio di tutti è la sontuosa Lady Jessica di Rebecca Ferguson che recita spremendo il suo talento in ogni-singola-scena. La scena della prova del Gom Jabbar è intensa solo grazie a lei, ma meno iconica di quella vista nel film di Lynch.

Il Duca Leto di Oscar Isaac è poca cosa, non per colpa sua. La sceneggiatura corre, non ha tempo per nessuno. Il terribile Barone Harkonnen con le fattezze di Stellan Skarsgård risulta abbastanza minaccioso e viscido (con tanto di citazione a Marlon Brando in Apocalypse Now), ma tolto lui non si percepisce tutta la minaccia della Casata Harkonnen. Anzi non si percepisce proprio la rivalità tra le casate. Nel film di Lynch gli Harkonnen erano vere canaglie, sporche e cattive. Qui il contrasto è praticamente assente. Per due ore vediamo succedere cose, gente parlare. Spesso ho avuto una sensazione straniante, come se stessi guardando dei personaggi farsi i cazzi loro.

DC, MCU, Star Wars, Mission Impossible, James Bond. Ma è Dune o un mega cross-over?

Charlotte Rampling che è un’ottima Reverenda Madre, ma i personaggi secondari sono più un’ammucchiata di Josh Brolin, Dave Bautista, Javier Bardem messi lì per dire al pubblico: guarda! Questo attore è famoso, quindi il personaggio è importante. Perché sono tutti importanti, fili di un tessuto di relazioni e intrighi, ma nel film è proprio il tessuto che manca.

Com’è possibile in due ore e mezza ci siano così pochi momenti di intimità tra i personaggi? E quelli che ci sono funzionino così poco? Insomma, ho capito di avere un problema con la regia di Villeneuve: guarda tutto sempre con distacco, si avvicina così raramente ai volti dei protagonisti, ti trasmette raramente la loro vicinanza e le loro emozioni.

[ALLERTA SPOILER] Villeneuve riesce a rendere la scena del tradimento misera come poche. Canna completamente l’importanza del Dottor Yueh, facendolo morire quasi fuori campo. Riesce a sbagliare pure la scena tra Paul e Jessica nella tenda, quando madre e figlio dovrebbero dividere rabbia e dolore per il lutto. Chalamet e la Ferguson sono comunque bravi e salvano la baracca, o la tenda in questo caso. [FINE SPOILER]

“Non avvicinarti troppo all’inquadratura Javier, non sono mica Sergio Leone”, “E si vede”

Come ogni film di Villeneuve è un trionfo dell’estetica. C’è da applaudire e cospargersi il capo di sabbia per l’uso della CGI solo dove strettamente necessario. La sabbia, silenziosa protagonista di Arrakis è vera e realistica: vibrazioni del suolo, tempeste, schianti. Ho apprezzato il modo in cui viene rappresentata la spezia, che ho sempre avuto fatica ad immaginare nei libri. Poco incisivo invece l’aspetto stregonesco delle Bene Gesserit e della Voce, che sembra solo una delle tante cose che fanno parte del mondo, senza importanza particolare.

Le scenografie, meno ricercate e originali rispetto al film dell’84, sono notevoli e realistiche ma spesso vuote. Fantastiche le riprese in esterni e la fotografia è straordinaria anche se… fredda! I colori sono spesso desaturati, volontariamente spenti salvo alcune scene. Non si percepisce la calura soffocante di Arrakis, né lo sfarzo del palazzo. Se penso ai grandi deserti di Lawrence d’Arabia, del primo Guerre Stellari o Mad Max: Fury Road, Dune sembra poca cosa col suo deserto impeccabile, che non sembra mai davvero minaccioso. Pure i vermi della sabbia non risultano spaventosi, né epici com’erano nel film di Lynch.

«La paura? I miei graboid con 30.000 lire la facevano meglio»

La colonna sonora è puro Hans Zimmer, ma non quello nolaniano dei tempi d’oro, capace di creare l’epica praticamente da solo. Qui i suoi BRAAAM accompagnano tutta la pellicola e non mancano sonorità affascinanti, ma di epica se ne vede davvero, anche perché non saprei indicare una scena madre che sia degna di tale nome.

A livello di ritmo è indefinibile. Il film langue nella tabella di marcia da rispettare scena dopo scena, come una lista di cose da fare. Le scene d’azione sono prive di energia e tensione, e miseria ladra, in un mondo in cui tutti si mettono a johnwickare a vanvera, quando ti serve una scazzottata come si deve non ne becchi uno!

Villeneuve doveva appaltare i combattimenti a Chad Stahelski e l’assalto di Arrakin a Michael Bay. E prendere Michael Gross come consulente per l’assalto dei vermoni. Ma ha voluto fare tutto lui. Egocentrico. Almeno copia no?

La prova più dura del giovane Paul: il tampone faringeo

 [SPOILERONI] Dovendo fare una riduzione del romanzo si doveva raccontare l’ascesa e caduta della casata Atreides mettendo tutto l’accento con la rivalità Harkonnen. Oppure puntare all’evoluzione del giovane Paul, la perdita del padre e di tutto ciò che ha. Villeneuve prima butta lì tutto il pippone sulla morte, sul dover morire per diventare qualcun altro, poi liquida il combattimento con Jamis così.

Per quanto la scena della distruzione di Arrakin abbia il suo bell’impatto fa sembrare tutto incredibilmente sciocco: gli Atreides colpiti di sorpresa in una notte fanno la figura degli allocchi. Sono lì a proteggere il pianeta più prezioso dell’universo e cadono con una facilità imbarazzante. Non si riesce nemmeno a provare stupore per l’assalto. Accade e basta. La morte del Duca Leto grida vendetta per quanto è mal gestita insieme alla vicenda del Dottor Yueh.[FINE SPOILERONI]

Un film deve funzionare da sé, in modo indipendente, non può delegare il suo valore a ciò che verrà dopo. Vorrei conoscere il parere di qualcuno totalmente a digiuno di Dune, dei libri e del vecchio film per chiedergli: questo ti ha emozionato? Avevi mai visto niente di simile? Ti è dispiaciuto vedere quel personaggio morire? Ti sei appassionato alla vicenda di Paul Atreides? Riesci a odiare davvero gli Harkonnen? Muori dalla voglia di vedere come andrà a finire?

«Josh, vedo un futuro radioso per questa saga»

Là fuori i critici col monocolo che sparlano di “fantascienza adulta” ne stanno dicendo un po’ di tutti i colori: che il film è una critica ai paesi ricchi che vanno a depredare i paesi poveri, c’è chi loda il contenuto ecologista della trama. Chi più chi meno trova il modo di esaltare troppo o criticare velatamente l’una o l’altra cosa. Fun fact: questi concetti erano pilastri del romanzo e nel film sono praticamente assenti. Così come erano importantissimi gli intrighi e il senso di tragedia nei vari personaggi che cadono sotto il sole di Dune. Altra cosa ugualmente annacquata insabbiata nel film di Villeneuve che non ha avuto nessuna voglia di fare critica sociale.

Il primo istinto a fine visione è stato rivedere il film di Lynch, che era riuscito ad affascinarmi con tutti i suoi difetti. Guardateli entrambi, e leggete il romanzo che è un’epopea fantastica (ostico all’inizio ma ne vale la pena, fidatevi).

Ciò che mi ha veramente deluso è stata la mancanza di epica e quel tocco di freschezza che serviva a svecchiare una storia che ha ispirato ettolitri di fantascienza per decenni, e proprio per questo andava rivitalizzata con qualcosa che fosse più di una sfarzosa confezione tecnica. Avevo un’aspettativa decisamente troppo alta. Anche per Denis Villeneuve.

P.S. Mille grazie a Quinto Moro per aver recensito il film! Vi invito tutti a passare a scoprire qualcuno dei suoi lavori, che potete trovate QUI.

Sepolto in precedenza lunedì 20 settembre 2021

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  1. La visione di Denis Villeneuve è comunque molto diversa da quella di Lynch e De Laurentiis, come è giusto che sia, certo c’è da dire anche che questo è un adattamento letterario, di conseguenza deve attenersi al romanzo di Frank Herbert (la saga di Dune l’ha proseguita persino il figlio di Herbert ndr), anche se nel primo capitolo forse era giusto limitarsi un po’, il secondo andrà decisamente meglio 🙂

    • Infatti così è stato 😉 Cheers

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