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Dune – Parte due (2024): il Messia di Dune è giunto, alleluia, alleluia

Il nostro predicatore delle sabbie, il fremente Quinto Moro strafatto di Spezia ci accompagna nel viaggio definitivo (?) sul sabbioso Arrakis.

Lo volete un consiglio? Non accettate consigli. Non leggete recensioni. Questo Dune Parte Due andate a vederlo e basta, anche se avete saltato il primo.

Siete ancora qui? Allora facciamo un ripassino. Il primo Dune di Denis Villeneuve aveva la sfiga nera di uscire nel post pandemia. Pur coi cinema ancora falcidiati dal calo degli ingressi era riuscito a fare bottino, anche se la produzione del sequel nei deserti cinema post-Covid non era così scontata.

Dei pregi e difetti del primo film avevo già parlato e confermo tutte le vecchie impressioni. Da affezionato dei libri e di quell’amabile disastro che fu il film di Lynch, mi sono fatto una ragione dello stile rigoroso e sin troppo freddo di Villeneuve. Il regista canadese sa come confezionare film visivamente notevoli, spendere un budget faraonico e dirigere un cast di stelle. E’ un Christopher Nolan con meno seghe mentali e un gusto simile per le cose fatte in grande, ma meno votato all’intrattenimento puro.

«Guarda, sulla Bara Volante parlano di noi»

Riassuntino della parte prima: Arrakis, detto Dune, è l’unico pianeta della galassia in cui si trova la leggendaria Spezia, necessaria per i viaggi interstellari, oltre che apprezzata droguccia mescalina per viaggi mentali e ottima per impepare le cozze. L’Imperatore Shaddam Hussein IV (Christopher Walken), toglie il controllo di Arrakis alla casata degli Harkonnen (brutti e cattivi) per darlo agli Atreides (bellocci e buoni), così da farli entrare in guerra e indebolire le casate. In mezzo ci sono i Fremen, nativi del deserto in attesa di un messia che possa liberarli. Intorno ci sono le Bene Gesserit, streghe che cospirano da millenni per crearlo davvero, quel messia, e che contro ogni previsione potrebbe essere il giovane Paul Atreides. Paul e sua madre sopravvivono allo sterminio della casata e trovano rifugio presso i Fremen.

Le parti mancanti della storia le hanno tatuate su Rebecca Ferguson.

Non era scontato vedere questo secondo capitolo, ma sarebbe stato un delitto non vedere l’ascesa e la vendetta di Paul “Muad’Dib” Atreides, anche perché di ciccia ce n’era ancora tanta da vedere (non solo quella del Barone Harkonnen). Riunita la combriccola, confermato il cast sopravvissuto alla mattanza del primo film, abbiamo un’altra infornata di attoroni sulla cresta dell’onda: Léa Seydoux, Austin Butler, Florence Pugh e il sempre vecchio Christopher Walken che non si butta mai via.

Stavolta Villeneuve ha preteso la distribuzione esclusiva in sala cinematografica (senza l’uscita in concomitanza su HBO Max come nel primo film). Sacrosanto, perché al netto di qualunque difetto, film del genere vanno visti in sala, e questo è ancor più spettacolare e ambizioso dell’altro. Aspettarlo in streaming sarebbe un peccato mortale. Guardatelo nella sala più grande che riuscite a trovare.

Per godersi un’esplosione grande, ci vuole uno schermo grande.

Questa doveva essere la parte più epica e spettacolare, per grazia divina lo è: lode a Lisan Al-Gaib! Il primo film riusciva nella non facile impresa di apparire freddo in un assolato deserto, e lento pur andando con l’avanti veloce rispetto alle fittissime trame del romanzo, comunque impossibili da sviscerare interamente.

Il cambio di passo più evidente è stato nella sceneggiatura, la struttura è lineare, il ritmo parte blando per poi salire nella parte finale – anche se i passaggi frettolosi non mancano, ma nelle tre ore scarse (che non pesano, anzi) il minutaggio dei vari personaggi è ben distribuito in base alla loro importanza nelle dinamiche del racconto.

Il tormento di Paul per il suo oscuro destino da Messia e il delirio religioso dei Fremen sono la colonna portante della storia, così come il senso di scommessa sulla credulità dei Fremen. È forse questo l’aspetto meno immediato ma più rilevante del romanzo originale, ed è la cosa che emerge via via nella pellicola. Gli intrighi politici, i piani delle Bene Gesserit, l’ecologia di Dune, sono solo un fitto contorno alla vera natura del racconto: gli equilibri tra fede e potere, e come attraverso questi le persone riescano a costruire da sé le proprie gabbie e le proprie rovine, dall’Imperatore, agli Harkonnen, allo stesso Paul, trasformando il mondo e se stessi.

Pelato a 18 anni e sotto un sole cocente, ci credo che è uscito di testa.

Parlando di trasformazioni, il pelatone qua sopra è Austin Butler nei panni di Feyd-Rautha, lo psicopatico na-Barone Harkonnen. Non gli avrei dato due lire e invece si mangia il ruolo, gode di una delle scene più grandiose del film, un combattimento tra gladiatori sotto il sole nero. Feyd è un personaggio poco esplorato e funziona come villain, persino meglio del Rabban di Bautista e il Barone Harkonnen di Stellan Skarsgård. Purtroppo, questi Harkonnen non riescono a farsi odiare abbastanza, scavalcati in importanza e peso politico dalle Bene Gesserit e dall’Imperatore.

Lo script è sempre concentrato sui Fremen, sui protagonisti “buoni” che finalmente vediamo evolversi (cosa che non accadeva nel primo film). Anche a questo giro Rebecca Ferguson dà una pista a tutti mostrandoci una Lady Jessica diversa, un personaggio nuovo e trasformato e più sinistro. Anche Stilgar, il guerriero Fremen solo accennato nel primo film, si evolve nel fanatico religioso ciecamente fedele al Messia, e Javier Bardem centra il personaggio. La Chani di Zendaya è un personaggio monolitico, che si distingue dalla controparte cartacea soprattutto nel finale, dove promette grandi cose per un possibile (anzi probabile) terzo capitolo.

E Timothée Chalamet? Ha la sfiga nera di essere al centro di una storia in cui tutto è più grande e interessante del protagonista stesso, almeno sino al momento in cui si trasforma in ciò che sperava di non diventare. Paul appare più maturo e tormentato, in bilico tra ciò che vuole e ciò che deve fare. Nel finale, Chalamet ci regala un Messia invasato e oscuro, che sfida i fedeli per imporsi su di loro, puntando tutto sul rosso del sangue che è pronto a far scorrere. Quel “accompagnateli in Paradiso” è il suo momento badass, anche se non brilla nei combattimenti, che abbiamo capito non essere il punto forte nella regia di Villeneuve.

Se le prende di santa ragione da Austin Butler, mi chiedo che fine avrebbe fatto contro Yayan Ruhian.

Il film è visivamente spettacolare, anche se Villeneuve non fa un cinema d’azione convenzionale: non c’è una costruzione coreografica nelle battaglie che funzionano solo nella magnificenza delle grandi inquadrature, delle musiche e i dollaroni e pixel ben visibili a schermo. Comunque Villeneuve ha alzato parecchio l’asticella, regalandoci momenti grandiosi ed epici, con una cifra di scene tese e coinvolgenti. Ha finalmente imparato che Dune è un pianeta desertico, e come tale deve sembrare caldo, giallo, e molto, moooolto sabbioso. La sabbia è onnipresente, vibra all’arrivo dei vermi, è il manto che nasconde i Fremen, sembra sbatterti in faccia mentre le dune si infrangono al passaggio dei vermoni. Anche il sonoro è strepitoso, sembra di sentire ogni singolo granello di sabbia, ma stare ad elencare i privilegi di un comparto tecnico perfetto non serve. Hans Zimmer – a cui voglio un gran bene – fa quello che sa fare, riempire le scene con sonorità potenti, ma senza costruire un tema musicale riconoscibile, una melodia, una sequenza di note che rimanga in testa.

Giga-tenie dall’interspazio.

Continuo a trovare discutibile la scelta di design dei vermoni del deserto, con quelle boccucce da tenia, ma nelle scene in cui compaiono (ahimè poche) c’è da tenersi ben saldi alla poltroncina. Assolutamente da brividi la prima cavalcata sul verme di Paul, per quanto mi riguarda vale da sola la visione. L’altra scena madre è il combattimento in un’arena da gladiatori con Feyd, sotto il sole nero che brucia tutto e spegne i colori. Peccato che la battaglia finale sia invece frettolosa, anche se l’entrata in scena dei vermoni è tanta roba, si procede con l’avanti veloce e ci si ritrova in un finale che è quasi un cliffhanger.

Zendaya ci minaccia tutti in vista del capitolo 3.

Con le sue tre ore scarse, che filano via lisce tra un assalto a un carico di spezia e una bevuta di acqua della vita, tra uno sgozzamento e un’esplosione, tra un intrigo e una battaglia, il film chiude la storia del primo romanzo ma si lascia aperta la via a un terzo film basato su Messia di Dune, il romanzo che di fatto chiuderebbe la storyline principale di Paul “Muad’Dib” Atreides. I segnali ci sono tutti, dal finale con la Zendaya furiosa, alla scelta di escludere un personaggio cruciale ma buttando lì un cameo di tre secondi netti con “Alia” Taylor-Joy, messa lì per far crescere il fomento.

«Abbiate fede, torneremo ancora su Dune»

Difetti? Direi che dipende più dai gusti che altro. Dei difetti oggettivi lascerei parlare gli infedeli, io sono uscito dalla sala con le braccia al cielo gridando “Lisan Al-Gaib! Lisan Al-Gaib!”, perché stavolta ho visto e vissuto uno spettacolo degno di chiamarsi Dune.

Villeneuve ha ormai definito il suo stile, che non è quello dei grandi Blockbuster, non fa cinema popolare per tutti i palati, e non cerca di ingraziarsi il pubblico con qualche trovata facilona. Non è un maestro nella costruzione del racconto, ma è un maestro della confezione e a questo giro è riuscito a coinvolgermi e tenermi incollato allo schermo dal primo all’ultimo minuto. Sì, la storia e i personaggi sono privi di qualunque ironia, tutto è serio, grave, ma ci sta. Questo è un gran bel film di fantascienza, che non ridefinisce né inventa niente di nuovo, anzi prende un racconto vecchio e imitato per decenni perché solido e sempre attuale, gli mette un bel vestito e ci fa godere di un grande spettacolo. Da vedere, e rivedere.

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  1. Oggettivamente un bel film e un grande spettacolo visivo… ma non mi ha lasciato nulla 😅 anzi, la scena finale, per esposizione e gestione, mi è pure sembrata monca.

    • Un po’ il problema emotivo dell’uomo con il nome da formula uno. Cheers!

  2. Nella scena del “comizio” di Paul la battuta di Stilgar mi ha fatto pensare a Life of Brian

    • Sempre giusto pensare a Brian 😉 Cheers

  3. Visto e recensito alla fabbrica, e personalmente l’ho adorato, è girato benissimo ed ha una libertà interpretativa più autoriale rispetto al film diretto nell’84 da David Lynch, che era più la visione di Raffaella de Laurentiis, che la visione di un regista geniale come Lynch.
    Bellissimo questo secondo film, adesso attendo il terzo.
    Alla fabbrica l’ho già recensito 🙂

    • Passerò a leggerti, grazie 😉 Cheers

  4. (> Giocher)
    Mi vengono varie risposte politicamente scorrette sulle Bene Gesserit, “suore ma non streghe”: e dov’è la differenza?
    Battuta maligna di segno opposto: non sono suore perché servono i loro scopi, non sono le serve di preti spaziali.

    Disaccordo sul “non spostare una virgola sull’evoluzione dei personaggi”, questo era il problema supremo del primo film, non di questo (sia Paul che Jessica si trasformano in qualcosa di meno umano e più sinistro).

    “Noioso e privo di pathos” anche no. Sull’aggettivo noioso potremmo discutere. Priva di pathos la prima cavalcata del verme? Privo di pathos il duello nell’arena di Feyd? Privo di pathos il momento in cui Paul sfida i suoi sudditi ergendosi a Dio tiranno rivendicando il comando assoluto? Privo di pathos il finale quando tutti si inchinano a Paul tranne Chani e Irulan?

    Se questo ti sembra realizzato con scene di risulta, mah, non so tu che diamine di film hai visto. Quasi quasi vengo a prendere la tua acqua, infedele!

  5. (> Zio Portillo) Oddio, gli Harkonnen che hanno fatto anche cose buone, sto morendo 🙂
    Vedo che ha fatto venir voglia a molti di una seconda visione, e questo dice molto del film.
    Tra i tanti tagli c’è sicuramente la Gilda Spaziale, uno dei grossi attori nell’economia galattica totalmente ignorato nei due film. L’unico taglio/riduzione che ancora grida vendetta è la storia del tradimento di Yueh, quella a Villeneuve e compari non la perdonerò mai.

  6. Una leggerissima correzione: Ma QUALI STREGHE!

    Le B-G sono SUORE.
    Orsoline, per giunta.
    L’intero loro sistema educativo e “progetto galattico a lunga scadenza” é una palese satira delle organizzazioni cattoliche, contrapposte alla Jihad dei desertici Tuareg.

    Detto ciò, me lo sono gustato nonostante il baratro di indecente incapacità dei due protagonisti rispetto al cast di supporto. Era una visione necessaria dopo il primo ma che non sposta una virgola dell’evoluzione dei personaggi , rispetto al quale sembra essere stato realizzato con il 70% di scene di risulta del primo, in barba allo sbandierato budget. Una cosa é sicura: fa venir voglia di vedere il seguito anche se si sa giá che molto probabilmente non verrà fatto.
    Noioso e privo di pathos ma assolutamente irrinunciabile per tutti i fan dei libri… Per tutti gli altri: ma cosa diamine avete visto?? 🤣🤡

  7. Visto sabato, recensione in rampa di lancio, arriva mercoledì, ma direi che sono in piena sintonia col Moro! :–)

    • Ottimo, non vede l’ora di leggerti 😉 Cheers

  8. Eccomi. Allora, come detto me lo sono sparato due volte in pochi giorni. La VO ovviamente è consigliata ma la maratona mi ha fatto apprezzare meglio alcuni passaggi e raccordi che avevo rimosso dal primo capitolo. Capitolo due che è meglio del primo soprattutto dal punto di vista del ritmo perché regala 3 ore che non annoiano mai. Non perfetto, ma assolutamente godibile. E un plauso a Villeneuve che avrà tagliato via con l’accetta trequarti di personaggi, temi, organizzazioni, intrighi, bla, bla, bla,… Riducendo la storia all’osso. Ma quell’osso è, per me, grandissimo cinema.

    La battuta migliore però va al mio amico che si è sparato con me la maratona ieri. Lettore dei romanzi, alla scena degli Harkonnen dipinti in parata come novelli Nazi se ne esce: “Mah… Un po’ forzata sta cosa. In fondo hanno fatto anche cose buone!”.

  9. Cass, concordo sulla seconda parte del tuo commento (“piacciono i blockbuster mediocri”), meno con l’esempio di Cameron, proprio lui: se leggi singoli commenti in rete Cameron è una bestia, il male incarnato, poi però vai a vedere gli incassi e quelli dicono chiaramente che il pubblico venera i suoi film. Il resto, nel bene o nel male, sono opinioni. Ma mi rendo anche conto che Cameron non può essere preso come unità di misura, perché per quanto sia un autore commerciale, sfugge troppo da alcuni schemi che valgono per i blockbuster contemporanei: si scrive i suoi film – insieme ad altri collaboratori, certo – non parte da prodotti di vari media che hanno già avuto un enorme successo come fumetti, film, romanzi… rispetto al marketing di altre grosse realtà come la Marvel Studios, per Avatar 2 ha puntato molto meno sulla pubblicità (penso ad esempio a quel fotogramma pezzentissimo pubblicato pochi mesi prima dell’uscita de La via dell’acqua) perché pareva quasi che il film si “pubblicizzasse da solo” ecc. ecc. Quindi non prenderei Cameron come esempio, proprio perché esce troppo dagli schemi del “bloccobruciatore” moderno.

    • Ho preso lui come esempio proprio perché non fa Blockbuster con lo stampino, ad esempio non usa la solita CGI pezzente, quella che non irrita il pubblico (che la conosce già, quindi ne è assuefatto), quindi per assurdo, pur essendo lui il simbolo dei Blockbuster, poi ne sforna alcuni che scuotono le abitudini del pubblico. Cheers!

  10. (> Quinto) Sìsì, avevo capito che la tua non era una critica, volevo sottolineare il divario tra i blockbuster di Villeneuve e buona fetta (la maggior parte?) di tutti gli altri. Per esempio sono molto d’accordo con te quando dici che il comic relief nei blockbuster degli ultimi anni è “scappato di mano”, per non dire che c’è una quantità esagerata di battute e battutine – per di più spesso forzate e poco divertenti – che fa cagare, per usare un termine tecnico. Nel complesso non penso che Villeneuve sia perfetto, non lo è, ma ringrazio il cielo che ci siano ancora blockbuster come i suoi in giro e il fatto che piacciano pure a una discreta fetta del pubblico mi dà sollievo.

  11. (> Djangoloide) Era proprio quello che intendevo. Poi c’è sempre modo e modo di alleggerire l’atmosfera in un film, tra la seriosità di Dune e la “comicità” sempre più forzata dei cinecomic e di altri franchise dovrebbero esserci tante sfumature in mezzo.
    In tanti film drammatici e tanto grande cinema ci sono momenti di alleggerimento, perché servono. Negli ultimi anni tra F&F e MCU questa cosa è andata a del tutto fuori controllo.

  12. (> Iuri Vit) Devi vederlo, fidati.

  13. (> Sergio) La mia infatti non era una critica negativa. Villeneuve ha il senso della magnificenza visiva, se fosse un pelino più grintoso nella gestione di alcune scene d’azione lo apprezzerei ancora di più.

  14. “Villeneuve ha ormai definito il suo stile, che non è quello dei grandi Blockbuster, non fa cinema popolare per tutti i palati”

    Avrei molto da dire, ma mi limito a dire, rispetto a questo passaggio, “e meno male!”. Perchè se i blockbuster popolari e per tutti i palati sono: combattimenti quasi tutti uguali ogni 15 minuti, inframezzati da chiacchiere e chiacchiere su conflitti etici (per darsi un tono, ma con risultati spesso imbarazzanti), personaggi di cui agli autori palesemente non frega una cippa lippa, protagonisti che fanno scelte illogiche, una gestione dei ritmi oscena, isterica, fatta col terrore che il pubblico dica “è troppo lento!! Mamma, voglio la pappa!! Il film è troppo lento!”, effetti speciali visibilissimi tutti a base di luci e polveri rosa, blu e viola e battutine sarcastiche ogni 5 minuti che ormai quasi non fanno ridere nemmeno i bambini di 8 anni… Ecco se questa è la sintesi di una buona fetta dei blockbuster più popolari allora dico ben vengano i kolossal di Danilo Villanuova.

    • Per fortuna si, appena un blockbuster si discosta dalle caratteristiche che hai descritto il pubblico rogna (coff coff Cameron), il che è assurdo, la tipologia di film più popolare di tutti, alla fine piace solo se mediocre, siamo mal messi. Cheers!

  15. Carebaremore, ho accompagnato Crepascola sabato a vedere il film dopo che lei aveva rivisto la prima parte della storia nel caso per accedere alla sala occorresse superare un questionario a risposta multipla. Io avevo visto la pellicola di Lynch, ma tanto tempo fa e temo i test come pochi altri sul nostro pianeta sempre + caldo al punto che tra dieci anni quando Nolan ci darà la sua versione della saga potrà girare nel deserto intorno a Milano senza CGI. Sottoscrivo quanto ho letto nel post, ma credo che il personaggio di Bardem sia la satira di una storia che rischiava di prendersi troppo sul serio con la sua fede cieca in Paul Timothy Topo Muschiato Il Potere dei Nomi. Ho avuto il mio momento di cinema verità quando Crepascola ha scoperto che la storia non finiva lì. Maledizione. Quando Chris girerà la sua versione nel deserto meneghino, spero che non vada oltre due ore di film e che esaurisca la storia in una sola tornata. Una cosa così: a La Spezia si coltiva una spezia che, assunta nel pesto, porta a visioni di un futuro in cui Giana Bifronte (Zendaya + Flo Plugh) seduce e guida Tim “Topolino” Maudit convincendolo di essere un messia/ produttore di spaghettoni di carne coltivata con i denti. Può durare meno di Memento. Olè. Ciao ciao

    • Non sarebbe male, se lo volesse girare nel deserto prossimo venturo Torinese (tra due anni) potrebbe intitolarlo: “Duneeeh?” i nomi dei Fremen in piemontese, vuoi mettere? 😉 Cheers

  16. Così però rischiate di farmi venire voglia di vederlo.

    • Rischia, rischia! Osa! Perché merita la visione 😉 Cheers

  17. > Sì, la storia e i personaggi sono privi di qualunque ironia, tutto è serio, grave, ma ci sta.

    Finalmente raga;
    Le battutine da cinecomics mi hanno davvero stufato.

    Grandissimo film.

    • Si è ecceduto troppo in entrambe le direzioni, per restare su “Due – Parte Dune”, questo era l’approccio giusto. Cheers!

  18. Visto mercoledì sera in lingua originale e rivisto ieri (maratona 1+2). Se avessi tempo lo guarderei pure domani!
    Ripasso più tardi per un commento migliore…

    • Ne hai di tempo libero 😉 Molto bello, lo rivedrei volentieri anche io. Cheers!

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