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Dylan Dog no. 400: il ritorno der monnezza

Sono un lettore molto saltuario di Dylan Dog, era il fumetto che leggevo andando dal barbiere, ma per diverse ragioni dal barbiere non vado più da vent’anni (storia vera). Quindi per commentare il famigerato numero 400 di Dylan Dog, ho chiesto il parere del più accanito lettore del personaggio che io conosca… Quinto Moro, il palco è tuo!

Prima di passare all’apocalisse facciamo un punto della situazione sulla serie, dopo 20 e passa anni di (dis)onorato servizio tra le fila dei lettori del buon vecchio Dylan. Io e Dylan siamo quasi coetanei e ci siamo incontrati che eravamo ancora giovani e brillanti.
Farò un po’ di giri di parole, anche a vanvera, tipo lamentele trasversali a com’è finita quella baracconata di Star Wars. Che non sembra ma c’entra. Se avete letto il numero 400, dentro c’è pure una battuta che m’ha fatto voler bene a Recchioni, sullo sfasamento generazionale tra chi chiama la saga Guerre Stellari e chi Star Wars. Peccato che quella frase lì sia uno dei tanti problemi della storia, ma ci torniamo.
In questa prima parte mi lamenterò come i vecchidimmerda che scuotono la testa davanti ai cantieri, perché non si fa così quella roba lì, non si scrivono così le storie e non si costruisce così il futuro di Dylan Dog. Se volete risparmiarvi il pugno agitato al cielo passate direttamente alla prossima tagline “E ora l’Apocalisse!”

“Groucho, dammi la pistola”, “Capo, sei tu l’uomo, perciò devi darmela tu. Ma fai piano, sai, è la prima volta” [POLITICAMENTE SCORRETTISSIMA SUPPONGO]

Tempo fa Cassidy ha commentato il numero 383, “Profondo nero”, che vedeva la collaborazione alla sceneggiatura di Dario Argento. Ad eccezione del plauso al sempre straordinario Roi ai disegni, non ho condiviso mezza riga di quanto scrisse Cass. Per me “Profondo nero” era monnezza allo stato puro, il punto più basso raggiunto dal supposto rilancio della serie (o meglio, supposta), uno dei peggiori numeri degli ultimi anni, che non erano proprio stati ricchi di successi.

Nel decennio post “Numero 200” mi sono sforzato di dare chance, ripetute e forse ingiustificate alla serie passata sotto la guida di Roberto Recchioni, che avevo conosciuto agli albori di “John Doe”. Recchioni è alla guida dal 2013-2014 e il cambio di rotta ha dato risultati modesti, ma sarebbe più corretto dire che il cambio di rotta non c’è mai stato davvero. La cosa migliore uscita dal nuovo corso non è neanche voluta: quella Saga del Pianeta dei Morti con un Dylan invecchiato in un mondo zombificato, che era riuscita a creare una piccola mitologia che giocava col passato e col futuro. Ho sempre avuto l’impressione che quella mini saga sia stata un successo casuale, piovuto dal cielo, anche perché sbocciata fuori dalla serie regolare dove invece la qualità delle storie e l’appeal dei personaggi (non solo Dylan), non era migliorato rispetto al limbo di alti e bassi in cui viaggiava.
Ma come ha reagito la direzione recchioniana alla produzione di sceneggiature sempre meno brillanti? Moltiplicando l’offerta: più libroni Maxi (pardon, Old Boy), più Color Fest e albi a colori in generale, più cross-over (Morgan Lost, Dampyr, Mister No, persino Nathan Never e Batman). Come se produrre più storie fosse la soluzione per cercare di beccarne una giusta ogni tanto, tipo il sorprendente terzo cross-over “Dylan Dog & Martin Mystère: L’abisso del male”, un bel fumettone nato però dalla penna dei mysteriani Recagno e Castelli.

Tipo un monito di sventura sul Necronomicom

Profondo nero è stata la pietra tombale che mi ha spinto ad ignorare la serie regolare fino al 400. C’è stato circa un anno di preparazione per il “Ciclo della Cometa” che doveva mettere le basi per lo sconvolgimento di Dyd e segnare una nuova partenza. Ora, io mi aspettavo che il 400 desse un senso alla meteora, ma così non è stato. Sembra anzi che il 399 sia stato la pietra tombale su Dylan come lo conosciamo e il 400 un meta-delirio nostalgico.
Le storie della cometa le ho sfogliate e leggiucchiate, senza che nessuna mi abbia davvero convinto a portare un albo a casa. Apro parentesi per quella cifra di numeri blisterati coi “Tarocchi di Dylan Dog”: chissenefrega! Dopo essermi sorbito troppi albi deludenti, col cavolo che mi fidavo a prenderne uno blisterato senza poterlo sfogliare. Datemi storie, i tarocchi vendeteli nelle bustine Panini. Questa manovra dei tarocchi, con Dyd impacchettato come non s’era mai visto mi ha ulteriormente indispettito.
Il 399, che ho praticamente letto rannicchiato in un angolo del supermercato senza portarmelo a casa, mi ha dato una pessima sensazione sullo stato della serie, con quei twist da triplo salto carpiato che mi fanno venire l’orticaria. Spoileroni: Dylan si sposa con una gnocca sconosciuta, poi no aspettate, si sposa con Groucho, che poi muore, e Dylan che non vendica Groucho per non dare soddisfazione a John Ghost, però poi cambia idea… ma cazzo questo è davvero Star Wars Disney episodio Dylan!
John Ghost, che doveva essere il nuovo villain in pianta stabile, non solo non mi ha mai convinto, ma non mi ha mai fatto né caldo né freddo. E proprio nel 399 arrivava a toccare il fondo della sua pochezza.

John Ghost mostra fieramente di aver rotto le palle
Quello che Recchioni ha fatto col 400 replica quello stesso sistema di citazionismo sterile cui sembra destinato ogni brand di successo con un grande pubblico, di cui magari vorrebbe pure sbarazzarsi ma non può perché da quel pubblico dipende la sua sopravvivenza. Il 400 è un impasto di carne macinata e macilenta in bilico tra Rian Johnson e J.J. Abrams. Scusa Robbé, non penso ti potessi offendere peggio di così.
Oh, io non lo invidio il povero Robbbberto. È matematico che quando stai a gestire un brand con una grossa fandom come ti giri pesti una merda. Però Robbé, noi stiamo qua ad aspettare da un paio d’anni e tu te ne vieni fuori con #400: L’Ascesa di Recchiolker, mi butti in scena Kurtz-Palpatine e allora ho ragione d’incazzarmi.
Coi tempi che corrono avrei una paura fottuta a presentare un titolo così pericolosamente profetico.
Nel numero 400, il fatto che si cerchi la vecchia iconografia rimarca l’incapacità di voler imporre quei personaggi che Recchioni e Co. vorrebbero in primo piano. Se davvero mi volevi dare Ghost come villain e Rania come nuova fiamma, sfancula Xabaras e Morgana una volta per tutte: ci piacevano come complesso edipico sclaviano, ma hanno già dato tutto, e proprio la Saga del Pianeta dei Morti ha spremuto l’ultima goccia da quei cadaveri. Gli omaggi mi vanno bene nelle storie fuori collana, ma se si raddoppia io lascio.
Se vuoi fare la tua storia coi tuoi personaggi, non devi ributtarmi (ributtantemente) nella mischia le vecchie glorie. Specie quando tiri fuori una Morgana nuda alta cinquanta metri e me la liquidi così dopo due pagine. Non le fai distruggere una città? Non mi trasformi Dylan e Morgana gigante in un “Arrietty” di Miyazaki in salsa horror? E allora che me ingigantisci a fare?
Il mascherone di Xabaras sulla grotta… ancora? Il galeone… ancora? Ma dillo che non vuoi mollare, che sei tu il fottuto nostalgico. Non incolpare me lettore se aspetto che TU ti liberi dai tuoi fantasmi. Guardami negli occhi Recchioncello: sono un dylandoghiano anni ’90, ti ho dato credito per le palle grosse di John Doe, e ho comprato anche troppi albi nella gestione del tuo (poco) lustro di governo a Craven Road: vuoi fare la tua roba con Dylan? Falla Giuda Ballerino! Non rivendermi la solita vecchia roba. Non me lo racconti tu il passato. Se vuoi insegnarmi il nuovo gira la lavagna e SCRIVI. Vuoi andare avanti o no? Certo che no, se quando mi fai il “rivoluzionario” Dylan Dog e Batman poi mi ributti nella mischia Xabaras e le storiella già vista sulla custodia del clarinetto assassino. Ma che è, seriamente? Siamo a cotanto riciclo?
Mi sembra di stare in un mondo in cui le formule remakofile in salsa Disney escono dalle fottute pareti e soffocano ogni arte sotto uno strato incrostato di omologazione tossico-citazionistica, politically correct e strizzatine d’occhio degne d’un ossessivo compulsivo con la congiuntivite.
Il numero 400 di Dyd è l’apice di questa brutta malattia, quasi come la nuova trilogia di Star Wars: uno smaronamento infarcito di situazioni riproposte all’esasperazione, frasi trite e ritrite da tutti i media della cultura pop, film, serie, cartoni animati, letteratura colta, poesia, altre storie della serie. Un bordello in cui noi siamo le puttane e dobbiamo prenderci quello che ci danno, abituandoci allo squallore mentre da poveri illusi pensiamo ci sia dietro un po’ d’amore.
Caro Dylan, siamo decisamente in alto mare.
Come per “Profondo nero” anche qui l’abisso è profondo e nerissimo, coi disegni del grande Angelo Stano a farci vedere quant’è bello, oh, quant’è bello il funerale di quello zombi del nostro Dylan. Coi paginoni disegnati magnificamente e ben colorati, con la rinuncia alle canoniche 6 vignette del bonellide, forse a presagire una deriva verso il fumetto americanoide coi disegnoni giganti e poco testo.

Recchioni e compagni di merende, che certo non sono stupidi, lo sanno che per tenere a galla la baracca devono continuare a puntare sui disegnatori di massimo talento, da Roi a Freghieri, al meno prolifico ma inossidabile Stano. Ma si sa che il guaio non sono certo i disegni, ma le sceneggiature.
Nel 400, Recchioni si è idealmente sfogato contro tutti, i lettori e forse pure gli sceneggiatori, di certo con l’icona ingombrante ombra di Tiziano Sclavi, richiamato (forzatamente?) a scrivere qualche storia per arginare una disaffezione generale, nella speranza di vendere qualche copia in più con lo strillo in copertina “Scritto da Tiziano Sclavi”. Strilli in copertina che non gradisco.
Peccato che Recchioncello abbia trasformato questa specie di complesso d’inferiorità in una roba caotica affogata nella banalità di un mare di citazioni sterili: sembra di leggere la sua lista della spesa. Tra l’altro, era buona creanza nei vecchi Dyd mettere un bell’asterisco quando si faceva una citazione. Ma in questo caso avremmo avuto più didascalie con gli asterischi che balloons.

Allerta spoilerone: Sclavi diventa il Colonnello Kurtz di Apocalypse Now, un gigante da uccidere perché il nuovo Dylan possa nascere, e R.R. gioca con la sua stessa ripetizione, con uno Stano stufo di disegnare sempre le solite cose, come fosse condannato a farlo. Mi pare di vederci tutta la frustrazione di Robbé che cerca di arrabattarsi tra l’anima vecchia e quella nuova, tra una schiera di aficionados rompicoglioni (come il sottoscritto), nuovi lettori (?) e meccaniche di un mercato al ribasso, con le edicole (braccio armato della Bonelli nei decenni passati) che muoiono come mosche sotto il DDT dei media moderni.

A leggere questo 400 sembra di stare rimasticando una gomma che qualcuno ha attaccato sotto il banco delle scuole medie vent’anni fa, ma nel frattempo la gomma s’è indurita e non ha più sapore, le è rimasto il colore, quello sì. Ma è dura e non sa più di niente. Non c’è una storia, né un senso poetico nonostante le ampie citazioni colte, né un vero senso d’avventura.
Metafumetto puro. Robbé con le mani legate al cospetto del gigante Tiz. Paura eh?
La trovata in sé, di questo macello del vecchio da uccidere perché il giovane viva non mi sarebbe neanche dispiaciuta. È la filosofia del buon vecchio Hartigan di Sin City “la morte del vecchio per la vita della ragazza, uno scambio equo”. Salvo il fatto che in questo numero sembri più Kylo Ren aka Rian Johnson che se la prende con Luke Skywalker e tutto il fandom della Trilogia Classica: “è ora che ciò che è vecchio muoia”. Ed ecco che il cadavere puzza un po’ di più.
Ok, il 400 è un metafumetto, ma se metà è fumetto l’altra metà è me…ro spreco di belle tavole, gagliardissime ma prive di uno straccio di sceneggiatura. Ammazzare l’icona Sclavi non è lesa maestà, ma non ha senso dopo anni in cui la serie arranca e si spera che Lui scriva una nuova storia, così da poterci mettere lo strillo in copertina. E non se ne può più delle storie “meta”, ché Sclavi fu il maestro sin dagli albori con Morgana, ma negli ultimi anni di meta-storie nella serie regolare se ne sono già viste. Una “Graphic horror novel” basta e avanza nel giro di qualche anno, altrimenti il continuo bucare il muro tra fumetto e realtà diventa privo di sorpresa e stupore, così come i ripetuti sguardi indietro ai cliché di Dylan, criticati all’interno di questa o quella storia, facendone materiale di discussione autoreferenziale.
“Lo sapevo. Ormai non vado più da nessuna parte.”

Il vero guaio di Dyd è che le sue storie non mi lasciano niente da troppo tempo, faticano anche solo ad intrattenermi. È facile criticare certo, ma c’è da rivendicarne il diritto se si è dato credito a questo tentativo di rilancio che dura da anni e non ha dato i frutti sperati (almeno per me, da lettore).
I numeri “celebrativi” avevano avuto senso sino al 200, con storie importanti nella storyline dei personaggi, mentre i successivi si sono rivelati stanche riproposizioni di una mitologia priva di nuovi spunti. Già il 300 fu una rimasticazione senz’anima. Il 400 è la dimostrazione di come la serie abbia marciato sulle ossa del suo passato, incapace di costruire nuovi pilastri (im)portanti. E non promette niente di nuovo né di buono.

“Finalmente ho compiuto la mia trasformazione”, “Gna!”, “Mettendo la barbetta a Dylan nessuno penserà che ho preso il suo posto! Dalla doppia N di Nathan Never alla doppia D di Dylan Dog, D.D. è giunta la doppia R di Roberto Recchioni!”, “Gna?”, “Certo che al pubblico piacerò, sono figo come John Doe, mica come quel salsicciotto di Sclavi!”

Non sono tanto importanti le “formule” e i grandi progetti, quanto gli albi singoli, anche una tantum, con belle storie da leggere. Bei personaggi, buoni o cattivi, che ti lascino qualcosa, capaci di farti affezionare anche nello spazio di poche pagine, o prenderti a calci nello stomaco facendoti sentire una merda per l’orrore del mondo che ti circonda, e che sai di vivere tutti i giorni. Ma qui si va avanti a promettere un “dopo”, sempre ammesso…

P.S.
Mille grazie a Quinto Moro per aver recensito questo fumetto!
Vi invito tutti a passare a scoprire qualcuno dei suoi lavori, che potete trovate QUI.

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