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E.T. l’extra-terrestre (1982): quarant’anni di telefonate interurbane verso casa

Ci sono tradizioni su questa Bara a cui tengo moltissimo, come quella del Classido di Natale della Bara Volante, quest’anno? Una scelta facilissima, la più facile di sempre.

Oggi come oggi, in pieno bombardamento da retromania, viene quasi automatico fare l’errore di associare gli anni ’80 alla malinconia e al passato, quando invece sono stati un decennio proiettato verso il futuro in molti campi, dalla moda alla musica, arrivando ovviamente al cinema.

Uno che ha sempre guardato al futuro e alle stelle (fin dal suo primo lungometraggio fatto in casa, “Firelight” del 1964) era sicuramente Steven Spielberg, nome che ancora oggi fa storcere qualche naso perché associato a cinema troppo “caramelloso”. Lo capisco gente, sono carpenteriano quindi nessuno meglio di me sa come il piccolo alieno di Spielberg sia passato come uno schiacciasassi su altri modi di guardare alle stelle o al futuro come La Cosa e Blade Runner, usciti nei cinema americani entrambi il 25 giugno del 1982, quattordici giorni dopo “E.T. l’extra-terrestre” e anche per questo, messi all’angolo, ridotti a due flop al botteghino.

Se ne facciamo una questione di gusti personali, quelli sono soggettivi e insindacabili, ma se ne facciamo come dovremmo, una questione di contenuto e visioni autoriali, una non esclude l’altra, quindi invece di schierarci tipo tifo calcistico (che mal sopporto), dovremmo realizzare che per un breve periodo, il pubblico americano ha avuto la possibilità di scegliere tra uno dei migliori di Spielberg, di Carpenter e dello Scott minore e ha premiato il film dove era più facile portare i figli in sala, dettaglio che viene sempre nascosto sotto il tappeto quando si fanno i paragoni diretti tra questi tre grandi titoli.

«Vedi cosa dice Cassidy? Lo ha anche scritto, guarda»

In realtà “E.T. the Extra-Terrestrial” per Spielberg è stato un punto d’arrivo di un percorso, iniziato proprio con “Firelight” ed elaborato in una bozza di copione dal titolo “E.T. and me”, rimasto in un cassetto e sul fondo della testa del regista di Cincinnati per parecchio tempo, prima messo da parte per girare 1941 – Allarme ad Hollywood e poi ripreso dopo Incontri ravvicinati del terzo tipo, a tutti gli effetti il fratello maggiore di E.T. sia perché conteneva un livello di lettura (tutto dedicato all’amore di Spielberg per il cinema), sia perché è l’albero da cui è caduta la mela diventata poi la storia del piccolo alieno rugoso più amato della storia del cinema.

Spielberg ha dichiarato che il finale di Incontri ravvicinati, con Richard Dreyfuss che saliva la rampa della nave spaziale lo emozionava, ma la sagometta del piccolo alieno in controluce era la parte che preferiva (storia vera). Ecco perché quando gli proposero “Night Skies” era interessato al tema ma non alla storia, cosa se ne faceva uno come Steven di una trama con alieni impegnati a terrorizzare dei campeggiatori? Al massimo anni dopo (tra il 1996 e il 1997) quella storia di UFO l’ha prodotta e affidata alla regia di Tobe Hooper con il titolo “Dark Skies”, ma questa è un’altra storia.

«Gli UFO Drew, capito no?», «Ok… Il tabacco dentro lo avevi messo Steven?»

Qualcosa frullava nel melone di Steven senza trovare una sua forma, anche perché parliamoci chiaro, il nostro in quel periodo della sua carriera era più impegnato di un uomo con una gamba sola durante una gara di calci nel culo, anche perché stava sfornando un capolavoro del cinema dietro l’altro, come Raiders ad esempio. Ora, io non so se sia stato il caldo del deserto tunisino, ma complice fu il notevole ascendente di Harrison Ford sull’altra metà del cielo, visto che sul set Indy si presentò con la moglie Melissa Mathison, autrice di un romanzo molto apprezzato da Spielberg, “The Black Stallion” (1979) la storia dell’amicizia tra un bambino e un cavallo, insomma la donna giusta al momento giusto. Forse anche per questo Harrison Ford compare di spalle, in una scena (poi tagliata) di “E.T.” nei panni del preside impegnato a fare la romanzina ad Elliott (storia vera).

Quelle mani, sono le stesse che anno stretto il Graal e pilotato il Falcon.

Melissa Mathison straccia idealmente le pagine di “Night Skies”, le frulla insieme con l’idea di Spielberg per “E.T. and me” e tira fuori una prima bozza rifiutata dalla Columbia perché ritenuta robetta di stampo Disneiano. Letta di corsa da Spielberg in pausa pranzo, che ancora con la bocca piena (come il suo cameo in Blues Brothers) corse da Sid Sheinberg, presidente della Universal e dalla sodale Kathleen Kennedy nel ruolo di produttrice e ottenne subito l’OK a girare il film, tanto che Melissa Mathison non completò mai per davvero la sceneggiatura, sul set con Spielberg non fece altro che modificarla in corso d’opera per adattarla al giovanissimo cast selezionato. Ecco, parliamo di questo.

La leggenda vuole che Spielberg, come già detto impegnato come il proverbiale uomo con una gamba sola, zompettasse tra il set di “E.T.” e quello di Poltergeist, di cui era ufficialmente produttore ma a mio avviso non solo quello (ho le prove!), sta di fatto che aveva per le mani la piccola Drew Barrymore, troppo espansiva per l’horror di Tobe Hooper, ma perfetta per il ruolo di Gertie Taylor. Come fece Drew a convincere il regista? Gli raccontò della sua intenzione di mettere su una band Punk Rock chiamata “Mangiatori di gente viola” in cui lei avrebbe suonato la batteria. Invece di farla portare via dai genitori, Spielberg capì che la fantasia di quella bimba avrebbe potuto migliorare il suo film (storia vera).

Batterista, ma capace di acuti da cantante Punk.

Per trovare il protagonista Elliott Taylor, Spielberg dovette organizzare lunghi provini, ebbe la meglio sulla concorrenza Henry Thomas, perché il regista sottoponeva tutti i bambini ad una prova d’improvvisazione: «La Nasa ti sta portando via il tuo migliore amico, sono entrati in casa tua per prenderlo e tu non lo rivedrai mai più, cosa dici loro?». Silenzio di Henry Thomas, ancora silenzio, di colpo scoppia a piangere urlando «È mio amico è venuto da me! Lasciatelo stare!». Risposta secca di Spielberg alla prestazione: «Ok kid, you got the job» (storia vera).

«E poi quel signora con gli occhiali rotondi mi ha staccato un assegno!»

Niente «Ok kid, you got the job» per Robert MacNaughton nel ruolo del fratello maggiore Mike, con lui Spielberg parlò di tutto tranne che della parte, così come per la mitica Dee Wallace, che nel ruolo di mamma Mary offre una delle sue tante prove incredibili, forse la più popolare per il grande pubblico. Ma la menzione speciale va di sicuro a Peter Coyote, uno che ha provato ad infilarsi sotto il Fedora di Indy, ma il giorno del provino inciampò entrando nella stanza beccandosi uno sguardo storto da parte di Spielberg (storia vera). Ci manca solo Indy pasticcione… il prossimo! Eppure il regista si ricordò di lui per un ruolo di uomo/bambino che io ho sempre chiamato Mister mazzo di chiavi, anche se nei titoli di coda del film è accreditato come Keys, più avanti su di lui ci torneremo.

Ora siamo abituati a pensare ad E.T. come ad un classico del cinema, ma ai tempi la Universal stava a chiappe strette perché i film per ragazzi, non andavano poi così forte al botteghino, tanto che Spielberg dovette mendicare altri soldi per completare decentemente il suo film, costo totale? 10.5 di fogli verdi con sopra stampate facce di ex presidenti defunti, incasso totale nel mondo? 792.9 milioni nel mondo, stabilmente al primo posto tra i film più visti del 1982. Anche perché parliamoci chiaro, ho visto film per ragazzi appena un po’ peggiori di questo qui? Anche perché non tutti sono diventati dei Classidy in grado di imprimersi a fuoco nella cultura popolare.

A discapito del grande film a cui siamo abituati a pensare, anche rivedendolo per questo sua compleanno natalizio, “E.T. l’extra-terrestre” è un film molto piccolo, quasi intimo, pochi attori, qualche set spesso in interni, almeno fino alla scena delle biciclette, il film di Spielberg sembra una sorta di piccolo horror per ragazzi, ma meno truculento di Gremlins, guardacaso sempre prodotto dal nostro. Quando E.T. lasciato a terra e dimenticato come un Kevin McCallister qualunque dai suoi soci raccoglitori di muschi e licheni, incontra faccia a faccia Elliott per la prima volta tra i filari di grano, partono una serie di urla e Spielberg, forte dell’esperienza di aver mostrato inizialmente poco o niente Bruce, fa lo stesso con l’alieno creato da Carlo Rambaldi, una sorta di tartaruga senza guscio o come lo chiama spesso Spielberg, uno con una faccia che solo sua madre potrebbe amare ma che ha finito per essere amato da tutto il mondo.

Quel ti vedo e non ti vedo che Spielberg ha sempre saputo gestire molto bene.

Questa piccola storia di amicizia tra ragazzini di diversi mondi è parente diretta, come detto, di Incontri ravvicinati. Sarebbe bello leggere le recensioni di questo film scritte prima del 1996, data in cui intervistato Spielberg, ha gettato la maschera dichiarando che E.T. parla del divorzio dei suoi genitori, infatti da allora tutte le recensioni su questo film iniziano proprio da questo punto, io come mio solito, la prendo alla lontana.

Close encounters è un film bellissimo per molte ragioni, tra cui il suo riuscire a parlare di una famiglia ad un passo dallo sfasciarsi, un dramma di famiglia raccontato dal punto di vista paterno, con influenza sui figli (la famigerata scena «Cry baby!»). “E.T. the Extra-Terrestrial” è il passo successivo, è la storia di Spielberg che per comodità nel film si chiama Elliott, che si inventa un amico immaginario dallo spazio per compensare l’assenza paterna, un lungo addio da metabolizzare con la differenza che Elliott un amico alieno lo incontra per davvero, ed è difficile non crede che E.T. sia reale, visto che gli effetti speciali di Rambaldi danno il senso di una vera pelle rugosa, frutto di una testa animatronica di circa sei chili di meccanismi, animati da burattinai e tecnici che Spielberg ha sempre voluto tenere fuori dall’inquadratura, per non spezzare l’illusione (storia vera). Il collo lungo dell’alieno era una specifica richiesta del regista perché voleva che il pubblico non pensasse mai a qualcuno con un costume di gomma addosso, anche se la scena di E.T. ubriaco in cucina è stata girata così, con un bambino nato senza gambe, che si muoveva spostandosi sui palmi, perfetto per dare le movenze un po’ sbronze all’alieno (storia vera).

E.T. vaga per casa in vestaglia, uno di noi!

Capisco anche perché dal 1996 in poi, tutte le recensioni del film pongono l’accento sul fatto che sia la storia di un bambino figlio di divorziati, anche perché questa “trilogia sulla famiglia” Spielberg la completerà solo quest’anno con “The Fabelmans”. Eppure E.T. è un film che nella sua assoluta semplicità ha davvero tutto, riesce a parlare di legami ed empatia (parola da cinefili!), soprattutto nella scena dove E.T. resta a casa ed Elliott va a scuola a liberare rane dalla vivisezione e a baciare a stampo Erika Eleniak (che non ricordate perché era prima della pubertà e del chirurgo plastico) proprio come l’alieno vede fare in tv da John Wayne in una scena di “Un uomo tranquillo” (1952) di John Ford.

Perché per Spielberg, il Maestro John Ford è sempre nel cuore.

Il problema con un post su questo film è che si corre il rischio di raccontare tutte le scene diventate parte della cultura popolare ma anche quelle minori, visto che il film è stato sezionato in ogni sua parte, fino a notare tutte le citazioni a Guerre Stellari (dell’amico George Lucas) più o meno esplicite.

Marketing, lo stai facendo bene, anzi bene lo stai facendo tu.

Quello che mi piace sottolineare è la prova degli attori, teneri e molto naturali nel rapportarsi ad E.T. prima con paura e poi con affetto (quando Drew Barrymore fugge spaventata da un E.T. ancora più terrorizzato di lei, io ogni volta rido come un cretino, storia vera), anche se danno per scontato immediatamente che l’alieno sia un maschio, spiegazione a cui la Wing-woman mi ha fornito una doppia soluzione: «Si è perso quando gli altri partivano no? È scemo quindi è un maschio, inoltre sta a casa a guardare la tv e a bere birra, fosse stato un alieno femmina avrebbe conquistato il pianeta», direi che questa chiude l’argomento definitivamente, anche perché come ogni alieno degli anni ’80, E.T. è teledipendente, gira per casa bevendo birra e in vestaglia digitando sul suo computerino (equivalente yankee del grillo parlante della Clementoni), in pratica E.T. sono io a casa da solo, quindi si è un maschio, non si discute!

Si, decisamente uno di noi!

Ma la mia Wing-woman è anche quella che sostiene: «In questo film c’è bullismo, rane sezionate, E.T. morente e sottoposto ad esperimenti. Se avessi visto La Cosa da bambina avrei sofferto di meno», quindi forse avrei fatto prima a farlo commentare a lei (lo dico sempre che avreste pareri più a fuoco e soprattutto più brevi). Però quello che mi affascina è il modo in cui di colpo E.T. passa dall’essere un piccolo film sul metabolizzare l’addio paterno, ad essere enorme, puro cinema Spielberghiano.

Dee Wallace legge “Peter Pan” a Drew Barrymore con E.T. che ascolta dall’armadio (prima di Hook), dopodiché Spielberg gira la sua versione del volo nella notte di Peter e compagni, con la scena delle biciclette, che con John Williams in sottofondo che ci dà dentro con la sua colonna sonora, diventa solo una delle più memorabili della storia del cinema, tanto che il passaggio davanti alla luna è diventato il simbolo della Amblin Entertainment di Spielberg, oltre che oggetto di giusto un paio di parodie, la vera misura di come un’opera riesca a radicarsi nella cultura popolare.

Prima stella a destra e poi pedalare fino al mattino.

Ma la mia scena preferita di E.T. arriva dopo, intendo dopo il dramma di Mike che trova il costume da fantasma ma non l’alieno, salvo poi ripescarlo a bordo fiume, ormai ridotto a sosia del cadavere di Laura Palmer. In una serie di drammi su drammi (quando invoca la mamma dal pavimento del bagno, le parole della Wing-woman ritornano di moda) arriva il momento davvero spezza schiena, ovvero l’entrata in scena degli alieni in tuta spaziale americana (come se fossero usciti da un racconto breve di Matheson, nome che non cito a caso) e proprio qui che la regia di Spielberg mena il suo colpo più duro.

Come in un cartone animato di Tex Avery, gli adulti in questo film non si vedono mai, l’unica in scena è Dee Wallace, in una prova impeccabile («Lui lo odia il Messico!») carica di quel candore da donna/bambina che è il prezzo da pagare se vuoi sederti a questo tavolo da gioco. Ecco perché come vi ho promesso lassù, torna in scena Mister mazzo di chiavi, un tintinnio altezza cintura che è una costante minaccia al piccolo alieno e al piccolo gruppo di protagonisti, quando poi la Nasa irrompe in casa Taylor, lo fa sotto forma di sagome senza volto, adulti minacciosi nascosti da tute, cappelli e mascherine, ne riconosciamo solo uno, proprio grazie al tintinnio delle chiavi Spielberg lo segue con la macchina da presa, in una lunga sequenza che termina con un primo piano, l’unico adulto che vediamo in faccia in quella massa di mostri (senza volto e senza cuore) è Peter Coyote, anche lui uno che si conferma un uomo/bambino, che sembra una minaccia ma come E.T. si rivela una versione adulta di Elliott («Ho desiderato questa cosa da quando avevo dieci anni, io non voglio che muoia…»).

Quando parlo di cinema ad altezza bambino.

Dopo questa rivelazione che avviene più per inquadrature che grazie ai dialoghi (il famoso show, don’t tell), Spielberg inizia a far smascherare gli invasori in tuta spaziale di casa Taylor, una ad una cadono maschere, mascherine e caschi rivelando umani con buone intenzioni in una scena che ogni volta mi fa affermare: «Spielberg sei un cazzo di genio!» (storia vera), espressione colorita che ritorna quando invece di un pippone sulle condizioni di salute di E.T. il regista di Cincinnati ci mostra giusto la pianta in vaso che assorge a nuova vita. Ribadisco, un cazzo di genio.

A questo punto cosa manca per essere un film di Spielberg al 100%? Facile, un inseguimento! Qui in un tripudio di BMX (che avrebbero poi generato mille puntate di Strane Cose), tutti, persino gli ex bulli di Elliott si convertono all’espressione che come spettatori, abbiamo sul volto dal minuto uno del film, ovvero la “Spielberg face” ed inizia la corsa tra biciclette e auto della polizia, con decollo finale e John Williams che ci regala a tutti un cappotto di pelle d’oca. Grazie Maestro!

Ho visto finali appena appena peggiori di questo in via mia, voi che dite?

Il piccolo film con una manciata di attori e poche sequenze tutte in interni, manda a segno un’infilata di scene madri una via l’altra fino ai saluti finali, dove la frase di Elliott («Io sarà sempre qui») che però pronunciata da E.T. diventa semplicemente uno dei momenti più iconici della settima arte. Ora, io non so se il cane che cerca di imitare Richard Dreyfuss salendo sulla scaletta (per poi tornare indietro) sia stato coreografato o se è una trovata accaduta sul set per caso, ma è una delle cento pennellate che rendono “E.T. l’extra-terrestre” un film eterno, potrei passare i prossimi dieci natali a scriverne e a rivederlo e ci troverei sempre dentro un momento così, in grado di emozionare vecchi e nuovi spettatori.

In occasione dei primi vent’anni del film, Spielberg – dopo aver evidentemente passato troppo tempo con l’amico Lucas – ha pensato di rieditare il film aggiungendo roba in digitale e facendo sparire le pistole dalle mani dei poliziotti, sostituite da delle radio. Una trovata su cui per fortuna ha poi fatto marcia indietro nelle edizioni successive del film, perché il fascino analogico di E.T. sta anche in quel suo volto, che magari avrà avuto meno espressioni che in CGI ma è entrato nella storia del cinema lo stesso, niente male per una faccia che solo sua madre poteva amare eh?

Se fa le bolle in CGI, state guardando la versione modificata.

Insomma, quest’anno il Classido di Natale era facile da scegliere, potrete essere carpenteriani fino al midollo come il sottoscritto, ma il grande cinema non si valuta in stile tifo calcistico, quindi buon Natale a tutti! Le vostre telefonate a casa per gli auguri costeranno meno di quelle di E.T.

Sepolto in precedenza venerdì 23 dicembre 2022

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