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…e tu vivrai nel terrore! – L’aldilà (1981): quarant’anni vagando nel mare delle tenebre

Posso farmi accusare subito di lesa maestà? Non credo molto a questa storia di Lucio Fulci il terrorista dei generi, so bene che è un’etichetta che il maestro sfoggiava con orgoglio ed è anche un nome di battaglia notevole.

Personalmente non credo ci fosse vero terrorismo iconoclasta quando Fulci dirigeva musicarelli come “I ragazzi del Juke-Box” (1959) oppure Franco e Ciccio in “00-2 agenti segretissimi” (1964), anche “Zanna Bianca” (1973) è piuttosto noto che Fulci non sprizzasse proprio gioia da tutti i pori all’idea di dirigerlo. Ma questo rientra anche nella narrativa di tutti i nostri registi di genere, tutti quelli che hanno lavorato tra gli anni ’60 e gli anni ’80, hanno firmato ogni tipo di film, dai musicarelli ai peplum. Credo invece fermamente che solo Lucio Fulci abbia saputo emergere per arrivare, con una manciata di film in una filmografia lunghissima, a poter essere considerato al pari degli altri maestri come Bava e Leone, qui vi assicuro che sono serissimo.

“…e tu vivrai nel terrore! – L’aldilà” arriva a coronare un anno, come il 1981, che per Fulci è stato uno dei picchi della sua creatività, lo sanno anche i neofiti del cinema horror che questo film completa la cosiddetta “Trilogia della morte”, tre film tutti interpretati da Catriona MacColl, a partire da “Paura nella città dei morti viventi” (1980) per finire con “Quella villa accanto al cimitero” (1981). Anche se come diceva Shakespeare il secondo atto è sempre quello più drammatico infatti, “…e tu vivrai nel terrore! – L’aldilà” rispetta alla perfezione questa regola.

Una delle più iconiche foto mai scattate ad un regista sul suo set.

L’idea per il soggetto fu di Fabrizio De Angelis che partì proprio dal titolo, che è solo la prima delle tante e continue aggressioni di questo film agli spettatori. E tu vivrai nel terrore, con punto esclamativo a ribadire un concetto che viene rivolto direttamente al pubblico e quei tre puntini di sospensione iniziali, che fanno pensare quasi di essere capitato nel mezzo di una storia più grande e già iniziata (d’altra parte è il secondo capitolo di una trilogia tematica), ma che lascia intuire che ci possa essere anche altro in quell’aldilà, appiccicato in corsa al titolo perché sui mercati esteri, questo film era stato venduto come “The Beyond” (storia vera). Poi ditemi quello che volete, a completare l’opera poteva esserci solo una meravigliosa locandina del Maestro Enzo Sciotti, che ci ha lasciati da poco (gran brutto modo per concludere una domenica sera per altro…) e che è solo uno dei tanti elementi scintillanti che possiamo trovare in questo film.

Affidato a Dardano Sacchetti, la sceneggiatura venne scritta si vocifera, in dieci giorni prendendo ispirazione da “Il giro di vite” di Henry James, solo dopo venne rivista da Giorgio Mariuzzo e dallo stesso Fulci e non esisto a credere che sia stata buttata giù in tempi da record, la storia di un hotel maledetto, costruito sopra una delle sette bocche dell’inferno sparse sulla Terra. Sul serio, “…e tu vivrai nel terrore! – L’aldilà” si guarda davvero per la sua trama? Non scherziamo dai.

L’alternativa era l’Overlook, fate un po’ voi.

Continuando lungo la pericolosa china che ho deciso di abbracciare, cominciando con il mettere in dubbio il nome di battaglia di Fulci, mi espongo ad altro sguardi d’odio, ma ci vuole l’onestà intellettuale di riconoscere che il film del Maestro è profondamente debitore di “Inferno” (1980) di Dario Argento, anche qui abbiamo un libro finto al centro della trama (il libro di Eibon, derivato dai miti di Cthulhu, un’invenzione attribuita a Clark Ashton Smith) ma anche molti altri passaggi della storia trovano corrispondenze nel film di Argento uscito solo un anno prima.

Bisogna anche aggiungere che il terzo atto con i suoi cadaveri caracollanti è stato un’imposizione dei produttori a cui il regista avrebbe fatto volentieri a meno, ma ormai Fulci era quello degli zombie, quindi due morti viventi bisognava metterli anche qui (storia vera). Eppure tutto questo passa in secondo piano davanti alla riuscita dell’opera, diventa facile ammetterlo anche per uno “scettico” come me, uno che di norma resta affascinato dalla solidità di una bella trama ad ingranaggio, dove tutti gli elementi si coordinato alla perfezione gli uni con gli altri.

Quando l’idraulico che hai chiamato per quella perdita, non accetta critiche sul suo lavoro.

Eppure la bellezza del cinema sta anche in questo, a volte, in qualche caso raro la forma è maggiore della sostanza a patto di avere qualcuno dietro alla macchina da presa che sa il fatto suo e Fulci ammettiamolo, in questo era davvero Maestro. Su “…e tu vivrai nel terrore! – L’aldilà” sono stati scritti saggi, libri, non credo esista un singolo film horror italiano più analizzato e preso come esempio di questo film, quindi in occasione del suo quarantesimo compleanno, scrivere qualcosa di davvero originale su un film del genere, equivale più o meno ad essere come i protagonisti del film, con la loro minuscola speranza di uscirne vivi.

Con la serena rassegnazione di chi non ha nulla da perdere posso dirvi invece questo, ogni cinéfilo nell’era dell’Internét che utilizza la parola “visionario” per ogni regista che smarmella la fotografia e dirige inquadrature sghembe, dovrebbe ricevere dritto dall’aldilà, un sonoro schiaffone sul coppino dallo spirito di Lucio Fulci, in modo da vivere (e scrivere) nel terrore, o per lo meno dovrebbe essere costretto a rivedersi questo film, per capire davvero com’è fatto un film visionario per davvero. Classido? Senza ombra di dubbio!

“…e tu vivrai nel terrore! – L’aldilà” comincia con una scena ambientata dell’albergo in Louisiana nel 1927, un incipit che in alcune edizioni del film è stato tagliato perché scambiato per il trailer di un’altra pellicola (storia vera). Con la sua fotografia virata al color seppia, un gruppetto di paesanotti armati di torce fa giustizia sommaria di Schweik, un pittore accusato di essere uno scrittore che senza troppa pietà viene crocefisso nello scantinato e ricoperto di calce viva. Pronti via, Lucio Fulci ci è già saltato addosso con il coltello tra i denti e lo spirito di chi non ha nessuna intenzione di prendere prigionieri.

Salto in avanti alla Louisiana del 1981, Liza Merril (la solita bellissima Catriona MacColl) eredita l’albergo e i problemi iniziano fin da subito. Ristrutturare è difficile, se lo avete mai fatto in vita vostra lo sapete, ma di norma gli operai non muoiono cadendo malamente dalle impalcature, ma nemmeno gli idraulici chiamati a riparare le perdite nello scantinato, di norma non vengono aggrediti malamente, in ogni caso i traslochi nei film dell’orrore sono sempre presagio di sventure.

Specialmente quando in cantina hanno crocefisso qualcuno.

Una menzione speciale la merita il personaggio di Martin, per il ruolo dell’architetto, Fulci voleva una faccia nuova, dopo il provino ritenne che quella di Michele Mirabella fosse la più azzeccata, ma il futuro presentatore di programmi Rai dedicati alla salute, nascose i suoi trascorsi nella pubblicità e per questo, fece incazzare due righe Fulci, uno che sul set non si è mai fatto problemi a strapazzare gli attori per raggiungere il risultato desiderato (storia vera). Ma ora permettetevi di infilarmi gli occhiali per un secondo e di accendere la pipa, questo film richiede di percorrere strada non convenzionali, quindi sotto!

Fulci più volte intervistato su questo suo capolavoro, definiva il film con l’aggettivo “artaudiano” in riferimento al teatro della crudeltà di Antonin Artaud, un tipo di rappresentazione in cui la crudeltà non era intesa come sadismo, ma come sacrificio di qualunque elemento che si imponesse come un limite alla rappresentazione. Secondo Artaud il testo si era imposto in modo tirannico sulla narrazione ed ora fatemi togliere questi dannati occhiali e spegnere questa pipa puzzolente per dirvela a modo mio: su “…e tu vivrai nel terrore! – L’aldilà” è stato detto e scritto tutto, ma il film di Fulci resta un labirinto in cui trovare l’uscita pare piuttosto semplice considerando la trama di partenza così esigua, ma è solo un’illusione.

Immagini che puoi sentire nella tua testa.

Il labirinto Fulciano apre porte su nuove stanze, ci riporta al punto di partenza come a Monopoli, gli imprevisti sono pastori tedeschi fedelissimi un momento prima e pronti ad azzannarti alla giugulare quello dopo (ennesima strizzata d’occhio ad Argento, in questo caso ad una scena di Suspiria) e in tutto questo, la colonna sonora di Fabio Frizzi, diamante incastonato nella corona di questo capolavoro, ben salda sulla testa di Fulci, resta un tema musicale in grado di spiazzare proprio come il film: inizia con un tema ossessivo, cambia tempo e direzione più volte e spesso non sembra nemmeno di stare più ascoltando la stessa colonna sonora. Esattamente come il film spiazza completamente, facendoci perdere in una storia che è una spirale (d’orrore) che inizia con un quadro e finisce con i protagonisti che si perdono in quello stesso quadro, il famigerato mare delle tenebre che è un piccolo capolavoro creato dallo scenografo Massimo Lentini, che prendendo ispirazione dai dipinti di Fabrizio Clerici, ha saputo creare un infinito aldilà in cui vagare ciechi e folli in mezzo ad echi Lovecraftiani.

A me gli occhi (e tutto il terrore che siete capaci di provare)

A proposito di Lovecraft, ad ovest di Stuart Gordon, uno dei pochi ad avere l’ardire di affrontare adattamenti diretti dei racconti del solitario di Providence, Fulci qui è stato uno dei pochissimi in grado di evocare quel tipo di orrore ancestrale che oggi per comodità e per pigrizia, visto che è diventato un altro di quegli aggettivi abusati dai cinéfilo nell’era dell’internèt, definiremmo “Lovecraftiano”, che in pochissimi sono stati in grado di portare sul grande schermo. Chi altri ci è riuscito? Di sicuro il Maestro John Carpenter e anche qui, i punti di contatto tra Il seme della follia e “L’aldilà” non mancano, purtroppo chi è pagato per scrivere di cinema e ha la fortuna di intervistare Carpenter, il più delle volte è impegnato a chiedergli per la miliardesima volta di come ha composto il tema di “Halloween”, piuttosto che fare le domande davvero interessanti, quelle che potrebbero mettere in chiaro ancora di più, quanto Fulci sia venerato all’estero e come al solito, quasi ignorato in uno strambo Paese a forma di scarpa, ad esclusione ovviamente degli appassionati di Horror.

Siccome affronto questo post con il destino già segnato dei protagonisti del film e di tutti quelli che si sono lanciati prima di me, nell’impresa di scrivere qualcosa su questo capolavoro, il rito di passaggio inevitabile è citare le parole del Corriere della Sera, che all’uscita del film lo recensì in questo modo: «Il primato il film lo tocca solo nello stomachevole. E siamo sinceri: a tale livello è più tollerabile la pornografia». Stesso destino capitato anche a Carpenter quello di essere paragonati ai pornografi, perché chi scrive per mestiere di cinema a volte non ha il tempo di soffermarsi e i film non capiti alla loro uscita, sono quelli che davvero danno una spallata alla storia del cinema.

Nemmeno la posa da Dylan Dog e Groucho potrà aiutarvi.

Di davvero Lovecraftiano in questo film, trovo la sua capacità di scardinare le mie certezze ad ogni visione, come uno dei personaggi scritti dal vecchio H.P. ogni volta che vado a rivedermi il film (attività in cui mi esibisco abbastanza spesso, lo ammetto) ho la spocchia di credere che questa volta troverò la soluzione al rompicapo e forte della mia passione per le trame solide, cartesiane, in cui tutti gli elementi trovano il loro posto, finisco per godermi questo spettacolo, questo labirinto di specchi pieno di false piste per quello che è, uno spettacolo che non va compreso o capito, ma apprezzato e goduto in ogni suo fotogramma, pensato per fare quello che i film horror spesso si dimenticano di fare: spaventare e disturbare le certezze degli spettatori.

No cari signori del Corriere della Sera, non è pornografia questa ma precisa volontà di turbare il pubblico, perché di davvero terroristico qui abbiamo la regia di Lucio Fulci, un preciso, spietato e costante attacco alle cornee degli spettatori, che non a caso sono spesso il bersaglio della violenza portata in scena da Fulci, che si “cita addosso” ricreando la scena dell’occhio di Zombi 2, non una, ma bensì due volte, ed ogni volta più cattiva e violenta della precedente.

Una delle scene più evocative di “…e tu vivrai nel terrore! – L’aldilà” resta senza ombra di dubbio l’incontro con la non vedente Emily (Cinzia Monreale) lungo quella lunga, apparentemente infinita strada che sembra uscita da un sogno (anzi da un incubo) e anche se nel film appare per pochi secondi, ha saputo diventare iconografica fin da subito. Dove poterà quella strada? È un posto reale? Risposte il film non ne fornisce, ma ci chiede di consegnare il nostro sguardo al regista, che non farà altro che sacrificarlo utilizzando la violenza (e qui l’aggettivo “artaudiano” torna di moda) per metterci esattamente sullo stesso piano dei protagonisti.

Non abbandonare il tuo cane in tangenziale (pubblicità progresso)

Emily cieca e con i suoi occhi bianchi (sul pianeta Terra) è la custode di una delle porte, gli occhi sono il bersaglio principale di Fulci che qui si, da vero terrorista attenta al nostro sguardo. Come nei peggiori incubi il ritmo del film e delle singole scene sembra bloccato, congelato di fronte all’orrore, il fermo immagine sul primo piano della bambina urlante nell’obitorio, paralizzata dalla paura davanti al sangue che cola e avanza sul pavimento. Fateci caso, ogni singola scena di questo film pare durare il triplo
del necessario e spesso i protagonisti, invece di fuggire restano immobili, lo stesso identico tipo di immobilismo che si prova negli incubi, quando il nostro cervello scaricando le scorie (o la peperonata della sera prima) decide di regalarci qualche visione da incubo.

Si intitola “…e tu vivrai nel terrore!” mica nella pace e nella gioia.

Quella paralisi di terrore per Fulci diventa una cifra stilistica, i morti viventi procedono lentissimi e saranno pure stati imposti dalla produzione, ma pur essendo una manciata di comparse fanno trasparire la sensazione chiara che là fuori, ora che il male è uscito dalla sua scatola, possano esserci solo cadaveri da cui non sarà possibile scappare perché esattamente come per i protagonisti, il nostro destino è segnato.

Lo stesso Michele Mirabella potrebbe scappare davanti alle tarantole (molte vere e altrettante palesemente posticce) ma resta inchiodato come noi davanti ad una replica di “Elisir” dedicata alla sciatica. I registi che si sono abbeverati alla fonte di Fulci poi sono stati tanti, basta dire che Sam Raimi ha inserito il fotogramma ravvicinato della tarantola nell’incubo del suo Peter Parker in Spider-Man, inoltre tutti quegli occhi strappati malamente, sono stati omaggiati da Tarantino in “Kill Bill” (2004), questo solo per citare due nomi, perché Fulci non è stato profeta in patria, ma Maestro del cinema all’estero di sicuro.

«In questa nuova puntata di Elisir parleremo delle punture di ragno»

“…e tu vivrai nel terrore! – L’aldilà” evoca un orrore ancestrale, con la sua straordinaria capacità di rendere materiale da cinema l’imponderabile come quella sensazione di terrore che ti resta addosso dopo che ti risvegli da un incubo, oppure che ti attanaglia mentre leggi un racconto di Lovecraft. Lucio Fulci ha firmato uno spaventoso gioco di specchi in cui è facilissimo restare invischiati perdendo le proprie certezze (cinematografiche), con questo film si finisce come Liza e John, ciechi e folli in una valle oscura in cui la diritta via è sicuramente smarrita. Perché anche quando il tanto agognato aldilà non è più un luogo di pace, non esiste nessun poste dove tu possa nasconderti.

Fulci forse ad inizio carriera non era (ancora) il terrorista dei generi, ma qui il suo piano iconoclasta era decisamente al suo massimo e il compianto Giannetto De Rossi, anche lui scomparso da poco per altro a pochissima distanza dal Maestro Sciotti, era il suo alfiere più agguerrito, autore di tutti i trucchi e gli effetti speciali necessari ad accanirsi sulle nostre cornee, con la precisa intenzione di distruggere il nostro sguardo, facendo saltare per aria con il tritolo ogni nostro punto cardinale cinematografico.

Se non è uno dei più grandi finali di sempre questo, non esistono grandi finali.

Non lo fanno più cinema così povero ma pieno di trovate, arrabbiato ma con una precisa missione, uno alla volta stiamo anche perdendo tutti i grandi Maestri che con il loro talento questo cinema hanno saputo crearlo e renderlo leggendario. Fulci, De Rossi, Sciotti, molto meglio quando erano talenti di questa portata a farci volutamente vagare ciechi e pazzi in un cinema così sovversivo, spaventoso (come dovrebbe essere sempre l’horror) e anarchico, piuttosto che in tanti filmetti contemporanei per cui uno cieco, vorrebbe esserlo davvero sì, ma per non doverli vedere mai più.

Il minimo che possiamo fare dopo quarant’anni dall’uscita di un capolavoro così, resta ricordare la sua grandezza, il talento di tutte gli artisti coinvolti e ricordarci che nel cinema horror è bello perdere le proprie certezze e restare destabilizzati, dimenticarlo sarebbe imperdonabile ma ammettiamolo, anche impossibile, Giannetto De Rossi vive, Enzo Sciotti vive e soprattutto… Fulci vive. Noi invece, continueremo a vivere (e vagare) nel terrore.

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  1. Quando ho visto questo film la prima volta ne sono rimasta entusiasta, ed è proprio con l’Aldilà che ho cominciato ad apprezzare il mitico Fulci

    • Non riesco a pensare ad un inizio migliore 😉 Cheers

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