
“Eddington” si presenta come un’opera ambiziosa, un tentativo di Ari-Ari-Ari A(ster) (nome da leggere cantando) di incastonare in un’unica pellicola la satira sociale, il grottesco, il western e il post-pandemico, con un cast di livello pronto a sostenere un racconto che avrebbe dovuto mordere e lasciare il segno. Uso del condizionale d’obbligo. Perché alla fine, quello che ne esce è un pasticcio maldestro, un ibrido indeciso e farraginoso, che sembra più un esercizio di stile fallito che un film con qualcosa di autentico da dire. Ahi ahi ahi Ari!
Il problema principale, e più grave, è il tono, Aster pare smarrito nel bilanciare l’umorismo nero con la tragedia e la violenza esplicita. Le scene grottesche, che dovrebbero incarnare una critica feroce e tagliente alla realtà americana contemporanea, finiscono per apparire stantie e gratuite, come sparate in aria nel tentativo di colpire qualcosa. La satira perde così il mordente, riducendosi a una caricatura rozza e scontata che non riesce né a divertire né a provocare una vera riflessione. In più, la gestione del ritmo è clamorosamente fallimentare: la prima parte si trascina lenta, faticosa, appesantita da dialoghi spesso tediosi e da una costruzione narrativa poco incisiva, mentre la seconda parte si gioca un delirio di violenza e azione frenetica ma priva di coesione, del tutto spiazzante, ma non nel senso positivo.

Di base Ari-Ari-Ari Aster prova ad afrrontare il più americano dei generi cinematografici americani, il Western, anche se la parte più Western del film è il cappello sulla testa del protagonista, non a caso uno sceriffo, Joe Cross (Joaquin Phoenix), in lotta con colui che detiene il potere, ovvero il sindaco Ted Garcia (Pedro Pascal), ammanicato con i poteri forti che hanno interessi nella cittadina, roba losca che diventerà chiara solo nel finale. A tutto questo aggiungete un anno cardine, il 2020, quello in cui è esplosa una pandemia globale, potreste averne sentito parlare, un po’ ne hanno scritto. Ciliegina sulla torta, maggio 2020, quando negli Stati Uniti sono esplose le proteste per l’omicidio di George Floyd. Lo sceriffo non ama il sindaco, per via della moglie (impersonata da Emma Stone), un uomo diffidente dell’accettare le regole per evitare la diffusione del virus, è allergico alle mascherine per via della sua asma, mentre impazzano le critiche in città contro il suprematismo bianco si crea questa piccola faida.

Lo sceriffo è una sorta di Homer Simpson, un uomo comune che mal sopporta il “potere”, incarna bene la scarsa simpatia delle persone comuni per le élite, qualunquismo? Forse, ma che con il passare dei minuti non rende nemmeno “eroico” (virgolette obbligatorie) il personaggio. Uno dei difetti è che Aster sembra volerci mettere troppa roba, la pandemia, la rivolta sociale la satira, il western, il tono grottesco usato così così, troppo Ari, troppo! Non ho ben capito se ci fosse una certa volontà di atteggiarsi in stile fratelli Coen, oppure un modo per cavalcare un certo “pynchonismo”, lasciatemi l’icona aperta su Pitì Anderson, più avanti nel corso del post tornerà di moda.
Ari Aster sembra voler giocare al cinema postmoderno, o almeno provarci, confezionando un’opera che cita a destra e a manca, si fa beffe delle convenzioni e tenta di decostruire il genere, anche se non è chiaro qualche, ribadisco il concetto del cappello di cui sopra. Peccato che questo approccio risulti solo uno strano collage disarmonico, un’imitazione mal riuscita in cui manca la lucidità e l’ironia necessarie per essere davvero postmoderna, non c’è quella distanza critica, quella consapevolezza piena che fa funzionare i migliori prodotti postmoderni. Al contrario, Eddington appare incerto, quasi impacciato, come se Aster non fosse del tutto padrone del suo stesso gioco, e si limitasse a sparare a casaccio trovate visive e dialoghi forzati senza un vero progetto alle spalle.

A questo si aggiunge un finale che rasenta l’imbarazzante: la scena di sparatoria con l’M60, con Joe Cross che si trasforma in una caricatura involontaria di eroe d’azione, sembra un goffo tentativo di parodia di Rambo. Invece di risultare ironica o funzionale alla narrazione, questa sequenza suona posticcia e fuori luogo, un picco di esagerazione che più che chiudere il film con forza, lo lascia ancor più a bollire nel fastidio e nell’imbarazzo a dirla tutta.
Joaquin Phoenix, qui protagonista nei panni di Joe Cross, cerca in ogni modo di reggere il peso di un personaggio che avrebbe dovuto essere complesso e sfaccettato, ma che invece si riduce a una maschera irritante di cinismo e autocommiserazione,non c’è profondità né sviluppo. Pedro Pascal e il resto del cast sembrano spesso ingabbiati in ruoli piatti, funzionali solo a far avanzare una trama che naufraga sotto il proprio peso, un cast sprecato in personaggi stereotipati e poco più che figurine di cartone, un tentativo molto, ma molto mal riuscito di cercare di atteggiarsi a terzo fratello Coen, senza somigliare nemmeno alle versioni da solisti dei due fratelli del Minnesota.

Aster, che in passato aveva dimostrato un certo talento nel sondare le profondità più oscure della psiche umana, allontanandosi dal caldo abbraccio del cinema Horror, qui sembra incapace di andare oltre la superficie di un contesto sociale e politico già ampiamente esplorato e ormai quasi abusato nel cinema contemporaneo, però bolso. La sua lettura del mondo post-pandemico e diviso, così come delle tensioni razziali e sociali degli Stati Uniti, appare banalizzata e didascalica, priva di quell’originalità e di quella profondità che ci si aspetterebbe da uno che vorrebbe fare l’Autore, ma al momento sembra ancora più spaesato del suo, già abbastanza inspiegabile Beau ha paura, posso dirlo? Anzi mi ripeto, Aster al momento, sembra Ridley, lo Scott sbagliato, quando ha abbandonato la fantascienza per dimostrare di essere un grande Autore. Ecco perché più che un film, “Eddington” sembra un collage mal assortito di idee e situazioni, un contenitore vuoto che si riempie di immagini ricercate, ma pallosissime, perché il minutaggio è davvero esagerato.
Il risultato è una pellicola che non riesce né a far ridere, né a fare satira, né tantomeno a coinvolgere. Anzi, a tratti, la sensazione è quella di assistere a un’operazione autocelebrativa, un tentativo di impressionare, di giocarsela in stile fratelli Coen, con trovate visive e dialoghi forzati, ma senza un’autentica sostanza narrativa o emotiva. Si capisce che ci si smarona a guardare questo film? Non ditemi che non vi avevo avvisati.

A rendere il confronto ancora più impietoso, “Eddington” arriva da noi dopo che in sala si è già visto Una battaglia dopo l’altra di Paul Thomas Anderson, un film che incarna quella capacità di raccontare l’America contemporanea con un equilibrio narrativo e una profondità ben più convincenti. Forse è andata meglio agli americani, nei loro cinema è uscito prima il film di Aster e poi quello di Anderson, per fare pace con il cinema, perché Ari-Ari-Ari Aster, nel confronto, ne esce doppiamente con le ossa rotte. Se Anderson riesce a intrecciare il personale e il politico senza cadere nella retorica o nel grottesco forzato, Aster inciampa miseramente in un’opera che sembra più un tentativo affrettato e mal riuscito di stare al passo con i tempi, senza però riuscire davvero a lasciarci qualcosa.
In definitiva, “Eddington” è un’occasione sprecata, un passo falso che rischia di mettere in ombra quanto di valido Ari Aster aveva mostrato nei suoi lavori precedenti. Un film che prometteva di essere un ritratto feroce e originale dell’America contemporanea, e che invece si perde in una confusione di toni e ritmi, in personaggi vuoti e in un’idea di cinema che suona più come un assemblaggio di cliché e stereotipi che come un’opera coerente e memorabile. Se questo è il futuro di Ari Aster, è difficile non sentirsi preoccupati per lui, ma io dico, continuare con gli Horror, brutto?


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