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El Camino – Il film di Breaking Bad (2019): La fine del romanzo di formazione di Jesse

Avevamo bisogno di un seguito di Breaking Bad? Pistola alla testa vi direi di no, però non ho perso l’occasione
per tornare nel mondo creato da Vince Gilligan, che resta estremamente coerente
con se stesso, la sua opera più famosa era pura al 99,1% e creava
dipendenza, forse anche al suo creatore che ancora non è riuscito a smettere per davvero.

Better Call Saul è
un’altra variazione sul tema, che esplora e in parte espande il mondo di
personaggi ai margini di Walter White, ma “El Camino” oltre ad avere il
potenziale per diventare il film preferito del mio muratore di fiducia (che sta
in fissa con i camini, storia vera) è un bel rischio. Perché la serie dedicata
all’avvocato non deve affrontare direttamente le conseguenze del finale della
serie “madre”, mentre “El Camino” comincia pochi secondi dopo l’ultima puntata
(5×16 – Felina), quindi si ritrova con una bella felina da pelare per le mani. No scusate, volevo dire gatta.

Il rischio era fare con questo film, quello che con Breaking Bad non è stato fatto mai,
allungare il brodo regalando contentini ai fan della serie, per fortuna Vince
Gilligan (che ancora non ho capito se è quello dell’isola) è più sveglio della
media, e posso tranquillamente dire che i 122 minuti di “El Camino”, magari
sono fin troppi per la storia stringata che ha da raccontare, ma questo
episodio lungo di “Breaking Bad”, nasce
da un’esigenza narrativa. Gilligan aveva ancora qualcosa da raccontare per
chiudere – si spera questa volta per sempre – l’opera della sua vita, infatti quella
storia non poteva che avere come protagonista Jesse Pinkman.

Dai tempi di “My name is Earl” amo vedere le El Camino in tv.

Si perché il personaggio nato come alleggerimento comico,
che avrebbe dovuto morire alla fine della prima stagione (storia vera), grazie alla prova
magnifica di Aaron Paul è cresciuto, si è conquistato spazio nei cuori del
pubblico, ammettiamolo, non ci sarebbe stato Walter White senza Jesse, quindi
trovo anche giusto che questa “coda strumentale” di Breaking Bad sia dedicata tutta
a lui. Nel dubbio da qui in poi SPOILER! Così non ho nessuno sulla coscienza.

Parliamo di un argomento caldo, le strizzate d’occhio, il
famigerato “Fan service” se mi concedete l’orrido anglicismo. Fino a quanto
diventa un problema? In “El Camino” non ne ho trovato, certo ci sono attori che
tornano, anzi tornano quasi tutti, ma i vari “fantasmi del Natale passato”, come
Mike (Jonathan Banks), Walter (Bryan Cranston) e Jane (Krysten Ritter) vengono
tutti per insegnare, oppure ricordare al protagonista qualcosa di necessario,
quindi hanno un ruolo all’interno della sua storia, non risultano mai forzature
infilate per far puntare il dito verso lo schermo a noi spettatori, per farci fare “Ooohhhh” come in una canzone brutta di Povia.
Togliamoci il dente dai, parliamo di Walter White, una
menzione speciale la merita perché Bryan “più grande attore del mondo” Cranston,
si conferma prontissimo a tornare a vestire i panni del suo personaggio più
celebre (no, non il papà di Malcolm, quello lo ha già idealmente fatto in The Disaster Artist), in un momento
particolare della storia del suo personaggio. Non è il Walter White post “Ozymandias”
(5×14), ma se volete saperlo in una riga di dialogo, quasi distrattamente, come
a non voler destare attenzione, Vince Gilligan apre il coperchio della scatola
del gatto di Schrödinger (anche se dovremmo chiamarlo gatto di Heisenberg, solo
per questa occasione), facendo una rivelazione che potrebbe sempre essere
smentita in qualunque momento, ma sembra confermare l’esigenza narrativa di Gilligan.

Questo è il momento chiave della rivelazione che (forse) stavate aspettando.

Lo avevo scritto nel post dedicato a Breaking Bad, per certi
versi quella serie così sfaccettata ha molte chiavi di lettura, una è quella
del romanzo di formazione di Jesse Pinkman, un ragazzo che trova Jane proprio nel momento in cui
perde i genitori e in Walter White, ha qualcosa di ben più complesso di un
semplice rapporto padre/figlio. Se il professore di chimica diventa il
famigerato Heisenberg, allo stesso modo anche Jesse compie un arco narrativo
completo che finisce con quell’urlo liberatorio (in tutti i sensi) al volante
della El Camino, nel finale della serie. Che poi è dove lo ritroviamo qui, solo
beh, decisamente più pasciuto.

“Dici che si nota tanto? Anche se trattengo la pancia?”

Ecco, perché l’unico vero problema di “El Camino” è questo, al
netto dei flashback che occupano una grossa porzione della storia, questo film
è ambientato circa venti secondi dopo la fine di “Felina”. Peccato che
Aaron Paul abbia messo su venti chili e non sia proprio credibilissimo nella parte
di quello che ha sofferto privazioni dettate dalla prigionia.

Peggio di lui solo Todd Alquist, che ricompare in momenti
girati ex novo, ma ambientati proprio durante la prigionia di Jesse, problema: Se per Aronne i chili sono tanti, per Jesse Plemons sono almeno il doppio, inquadrarlo
poco e a volte con angoli della macchina da presa strani non può fare i
miracoli, quindi mettete in conto questo, il peso dei due personaggi in certi
momenti ti tira proprio fuori dalla storia.

“Ti ricordi quando eravamo magri?”, “Bei tempi, sembravo Matt Damon”

Il che è un peccato perché Aaron Paul non era così bravo da,
beh la fine di “Breaking Bad”, e il film in se non fa avvertire troppo gli anni passati dalla conclusione della serie. Grazie alla solita
cura per il dettaglio e a facce note come quella di Skinny Pete (Charles Baker,
che invece problemi di peso non ne ha avuti mai) e Badger (Matt L. Jones) la
continuità è subito garantita.

La vera prova che questo film era davvero da fare, forse resta il grande Robert Forster, venuto purtroppo a mancare lo stesso giorno in cui Netflix ha messo a disposizione “El Camino” sul suo paginone (questa é vera scalogna). Abbiamo fatto giusto in tempo a vederlo recitare ancora una volta un
ruolo che lo ha resto popolare, anche a tutti quelli che non conoscono la sua
ricca e nutrita filmografia.

Ciao Robert, ci vediamo nei film!

La storia di Jesse Pinkman si conclude in maniera coerente a
come abbiamo visto crescere (e soffrire) questo ragazzo, uno che ha la faccia
di chi ha corso una maratona, ma ha ancora la vita (e al DEA) alle calcagna, quando
vorrebbe solo un po’ di pace. La sua ricerca disperata, di quello che Leone avrebbe
definito un pugno di Dollari è ingloriosa, non sono più i tempi degli spavaldi «Yeah
Bitch! Magnets!» (qui ironicamente citato), sulla sua strada verso la tanto
agognata pace, Jesse troverà poliziotti truffatori e in mancanza dei suoi
carcerieri, si ritroverà a vendicarsi – con il solito zampino del destino beffardi
tipico della serie – contro coloro che hanno costruito la sua gabbia. Insomma niente di particolarmente eroico, ma a questo punto della sua storia come aspettarsi altro?

Non si va con un coltello a una sparatoria. Meglio portare due pistole.

Il finale poi, tiene fede agli echi spesso western di “Breaking
Bad”, con quello che è a tutti gli effetti un duello, una sparatoria dove il
più veloce (o il più furbo) si tiene il bottino. Se per Joss Whedon, “Serenity”
(2005) era stato l’unico modo per completare una storia rimasta incompleta
(ancora soffro, per la cancellazione di “Firefly”, voi non avete idea), Vince
Gilligan può permettersi di togliersi un ultimo sfizio, raccontando il finale
del romanzo di formazione di Jesse, che proprio come ogni western che si
rispetti, termina con una cavalcata verso l’orizzonte.

Devo essere onesto (ho un blog dove non faccio altro), non
ritengo che “El Camino” sia inutile, forse per chi non ha mai visto “Breaking
Bad”, che con questo film potrebbe condirci tranquillamente l’insalata. Forse
tanti si aspettavano i fuochi d’artificio da questo film, ma personalmente no,
perché il vero finale di “Breaking Bad” sarà sempre e soltanto “Ozymandias”,
quello si davvero perfetto, nel suo prenderti a schiaffoni emotivi. “Felina”
era la coda strumentale dedicata a Walter White, a Skyler e anche un po’ a noi
spettatori, con in faccia i segni rossi delle “pizze” prese da Gilligan.
Era rimasto ancora un pezzettino da raccontare dedicato a
Jesse, quindi capisco perché Vince abbia voluto farlo, mi auguro che ora che ha
definitivamente fatto scendere questa grossa scimmia dalla spalla, possa lasciare
andare “Breaking Bad” per sempre dedicandosi ad altro.
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