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Elektra Assassin (1986): anatomia di un fumetto fuori controllo

Alla mia collezione di fumetti, da appassionato di (Dare)Devil mi mancava solo un classico come “Elektra Assassin”, finalmente la Panini Comics si è decisa a ristamparlo in un bel volumone, quindi perché non portarlo sulla Bara?

“Elektra Assassin” sembra interessato a farti entrare dentro un incubo lucido, uno di quelli in cui sai che qualcosa non torna ma continui a guardare perché l’orrore è troppo affascinante per distogliere lo sguardo, e Frank Miller insieme a Bill Sienkiewicz costruiscono un’opera che non vuole essere semplicemente letta ma quasi subita, attraversata, digerita a fatica come un’allucinazione politica e pop che prende il personaggio di Elektra – già di per sé creatura tragica, spezzata e instabile – e lo trasforma in un vettore di paranoia, violenza e satira feroce dell’America reaganiana.

Miller l’ha creata, Sienkiewicz l’ha resa ancora più letale.

Un’America vista come un organismo malato che reagisce a ogni stimolo con riflessi condizionati, isteria e aggressività, dove la paura diventa linguaggio comune e la realtà sembra filtrata costantemente attraverso una televisione accesa troppo a lungo, e in questo contesto la trama diventa un pretesto dichiarato, una spina dorsale volutamente fragile che serve solo a tenere insieme un flusso visivo e narrativo che oscilla costantemente tra thriller paranoico, fantascienza distorta e delirio psicologico, con Elektra che si muove come una presenza quasi astratta, più simbolo che persona, più lama che carne, una figura che attraversa il racconto come una forza destabilizzante piuttosto che come una vera protagonista tradizionale.

Miller rinuncia consapevolmente alla linearità classica per abbracciare un racconto frammentato, schizofrenico, fatto di monologhi interiori ossessivi, ripetizioni che sembrano tic mentali e dialoghi che suonano più come interferenze radiofoniche che come scambi reali tra esseri umani, e sullo sfondo si muove una critica sociale che non si limita a fare da cornice ma si incastra direttamente nella carne del racconto, trasformando complotti governativi, tecnologia fuori controllo, manipolazione mediatica e isteria collettiva in elementi di un teatro grottesco dove nessuno è davvero lucido e nessuno è davvero innocente, e dove il potere appare come un’entità amorfa, ridicola e terrificante allo stesso tempo, più simile a un mostro da incubo che a un sistema razionale.

A mani basse, una delle più belle copertine di sempre (citata anche da Preacher)

Se Miller costruisce l’architettura mentale di “Elektra Assassin”, è però Bill Sienkiewicz a renderla qualcosa di completamente fuori controllo, perché le sue tavole non illustrano la storia ma la sabotano dall’interno, la deformano, la mettono costantemente in discussione, esplodendo in collage, pittura energica, inserti fotografici, anatomie distorte e cambi di stile che sembrano seguire l’umore emotivo delle pagine più che qualsiasi coerenza grafica tradizionale, creando un’esperienza di lettura instabile in cui il lettore perde continuamente i punti di riferimento visivi e narrativi e si ritrova costretto ad affidarsi più alle sensazioni che alla comprensione razionale, come se ogni sequenza fosse progettata per comunicare uno stato mentale piuttosto che un’informazione.

Il risultato è un’opera che rifiuta deliberatamente qualsiasi soluzione narrativa comoda, che mette alla prova chi legge chiedendogli di accettare che la storia non verrà mai spiegata fino in fondo, che i personaggi resteranno volutamente opachi, spesso caricaturali, e che il senso complessivo emergerà solo come una sensazione persistente, come un’eco disturbata che rimane addosso anche dopo aver chiuso il volume, ed è proprio questa mancanza di appigli rassicuranti a rendere “Elektra Assassin” ancora oggi un fumetto difficile, divisivo, a tratti respingente ma sicuramente unico.

Alla fine è una storia romantica, a suo modo (più o meno)

Chi cerca una narrazione solida, coerente e “pulita” rischia di trovarsi davanti un caos quasi irritante, mentre chi accetta di lasciarsi trascinare nel vortice creativo di Miller e Sienkiewicz, può scoprire (come nel mio caso) o riscoprire un’opera che anticipa linguaggi, rompe strutture e dimostra come il fumetto può diventare terreno di sperimentazione estrema, un atto politico, visivo e psicologico insieme, un viaggio lisergico e disturbante che prende l’icona della ninja assassina e la trasforma in una metafora della perdita di controllo, del potere che si auto-divora e della fragilità della percezione, consegnandoci un fumetto che non vuole piacere a tutti, ma ha tutto per essere considerato un classico e che proprio per questo, continua a restare una delle esperienze più scomode, radicali e artisticamente libere mai passate sotto l’etichetta Icon della Marvel Comics.

Sono bene felice di aver aggiunto questo classico in collezione e nelle prossime settimane, pescherò ancora dalle pagine di questa ristampa per parlare di altri fumetti, quindi l’assassina ninja di origini greche tornerà a colpire.

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