
Nella ristampa di Elektra Assassin pubblicata da poco dalla Panini Comics, hanno deciso di ristampare nello stesso “Ominibus” anche l’altra storia fondamentale di Frank Miller sulla sua ninja, ottima occasione per me per portarla qui sulla Bara.
“Elektra vive ancora” è il fumetto in cui Frank Miller decide di guardare dritto negli occhi il proprio mito e di farci i conti senza fingere distacco, un’opera che nasce già carica di un’ambiguità di fondo perché non è davvero una storia su Elektra ma sul fantasma di Elektra, sulla sua persistenza ossessiva nella mente di Matt Murdock e, più in profondità, nella coscienza creativa del suo autore. Ed è proprio questa sua natura così sospesa a rendere il fumetto qualcosa di profondamente diverso sia da Elektra Assassin che dal Daredevil “classico”, perché qui l’azione, la trama e persino la violenza sembrano secondarie rispetto a un lungo, malinconico viaggio dentro il lutto, il desiderio e l’incapacità di accettare una fine definitiva.

Miller costruisce “Elektra vive ancora” come una sorta di elegia mascherata da noir supereroistico, un racconto in cui il confine tra realtà, sogno e allucinazione viene deliberatamente labile, e dove ogni certezza narrativa viene costantemente messa in discussione, a partire dal presupposto stesso del titolo, perché il lettore non è mai davvero sicuro che Elektra viva ancora per davvero, che sia sopravvissuta o che sia semplicemente il prodotto della mente spezzata di Daredevil, un uomo che non riesce a elaborare il trauma di aver perso l’amore della sua vita e che continua a vedere il volto dell’amata ovunque, nei vicoli di New York, nei corpi delle assassine, nelle ombre che si allungano sui muri, e questa incertezza non è un difetto ma il vero cuore pulsante del fumetto, un racconto che rifiuta risposte chiare e preferisce restare in quello spazio scomodo in cui dolore e ossessione si alimentano a vicenda.
Rispetto all’aggressività visiva e concettuale di Elektra Assassin, qui Miller abbassa apparentemente il volume, ma è una calma ingannevole, perché sotto la superficie si muove un racconto profondamente cupo, segnato da un romanticismo tutto suo e da una violenza che resta trattenuta, quasi un esercizio per sfogare la rabbia contro qualcosa. il Diavolo Rosso di Miller diventa più che mai una figura tragica, un uomo incapace di salvare se stesso, intrappolato in una spirale di paranoia e (cattolico) senso di colpa che lo porta a confondere il desiderio di giustizia con quello, molto più egoista, di non restare solo.

Il tratto di Miller, qui anche disegnatore, è rigido, spigoloso, ossessivo nella composizione delle tavole, con una regia che insiste su corpi tesi, volti contratti, pose teatrali che sembrano congelate nel momento esatto prima della frattura, e l’uso del colore – affidato a Lynn Varley – contribuisce a creare un’atmosfera sospesa, dove il rosso diventa ossessione visiva e simbolica, richiamo costante al sangue, all’amore, ai costumi dei protagonisti e alla violenza che legano indissolubilmente Matt ed Elektra, mentre New York non è più solo uno scenario urbano ma un labirinto mentale, un luogo in cui ogni strada sembra riportare sempre allo stesso punto, allo stesso ricordo irrisolto. Alcune trovate visive poi, in particolare quelle legate alla città (con le sue inquadrature dall’alto suo vicoli) sono state la palestra in cui Miller ha sperimentato, la sua Sin City è nata prima di tutto lungo le strade di Hell’s kitchen, tra queste pagine.
“Elektra vive ancora” è un fumetto che parla apertamente di dipendenza emotiva, di idealizzazione dell’altro e dell’impossibilità di lasciar andare, insomma parla di elaborazione del lutto, e lo fa senza mai cercare davvero una redenzione, perché Miller non offre soluzioni morali o chiusure consolatorie, preferendo lasciare il lettore con la sensazione che la resurrezione di Elektra – reale o immaginata che sia – non rappresenti una salvezza ma l’ennesima condanna, un modo per rimandare il confronto con la perdita invece di affrontarlo.

Da qui in poi Elektra e il suo padre putativo, Frank Miller, si sono separati, lei è rimasta proprietà della Marvel che era molto, ma molto, interessata a quel “…vive ancora” per poterlo sfruttare, come ha fatto e continua a fare da anni. Anche come storia singola però, questo fumetto è diventato fondamentale, è stato citato in lungo e in largo, anche tra le pagine dei Manga, chiudendo così un cerchio tra oriente e occidente aperto proprio da Miller, ma ancora oggi, non mancano storia che pescano da qui, a piene mani.
sceglie consapevolmente di essere un racconto crepuscolare, quasi stanco, che guarda al passato con desiderio e rimpianto, e che trasforma Elektra non tanto in una guerriera tornata dalla morte quanto in un’idea impossibile da seppellire, un amore che non smette di sanguinare e che continua a vivere proprio perché nessuno ha il coraggio di dirgli davvero addio.


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