
Nei momenti in cui la mia mente vaga, in totale astrazione e fuga dalla realtà, quando lo stress ha il sopravvento su tutto, una vocina nella mia testa inizia a ricordarmi, canticchiando, che in paradiso tutto va bene, a volte, anche nella versione dei Pixies (storia vera).
Delle cose che non conosco si potrebbe riempire la fossa delle Marianne, ma se c’è una cosa che ho imparato è che quando l’universo ti parla, i segnali vanno colti, considerando che è da ben prima del dannato 16 gennaio del 2025 che ho questa piccola idea matta in testa, qualche giorno fa nella cassetta prendi -un-libro-porta-un-libro vicino a casa mia è comparso il diario di Laura Palmer. Mi sono detto: questo è il momento (storia vera).
Per un po’ di venerdì David Lynch sarà gradito ospite di questa Bara, alcuni dei suoi film compiono gli anni nel corso del 2026, il piano prevede di occuparmene da qui alla fine dell’anno, per questo motivo vi do il mio benvenuto alla nuova rubrica monografica e ricordate… Le Bare non sono quello che sembrano.

David Lynch comincia a lavorare a “Eraserhead” nel 1971, a Los Angeles, sistemando il set nelle scuderie che in quel periodo gli fanno anche da dormitorio, mentre per mettere insieme qualche soldo distribuisce giornali. È passato circa un anno da quando ha lasciato Philadelphia, la città nella quale aveva realizzato i suoi primi cortometraggi, Six Men Getting Sick (1967), The Alphabet (1968) e The Grandmother (1970). Per un ragazzo nato a Missoula nel Montana, la città di Philadelphia gli lascia addosso un immaginario fatto di fabbriche, fumo, binari ferroviari e tavole calde, elementi che torneranno più volte nel suo cinema e in generale nella sua arte, ma è proprio qui che Lynch ha iniziato a confrontarsi, insieme alla moglie e alla figlia, con l’ansia e l’inquietudine provocate dalla violenza e dal degrado urbano, ma anche con le intuizioni e le suggestioni che quella realtà riusciva a generare.
David Lynch non ha soldi o mezzi, solo una volontà di ferro di fare arte, costi quel che costi, anche tutto se necessario, e qui sta tutta la differenza tra dove è arrivato lui e quelli che – ad esempio – mi scrivono per avere una recensione del loro corto, vendendomelo come il Secondo Avvento, per poi rivelarsi una roba, nei casi migliori molto “arty”, in quelli peggiori, auto referenziale. Ci vuole il talento ok, ci vuole l’ossessione certo, ma ci vuole l’esigenza di fare arte, non solo la volontà di atteggiarsi da artisti, Lynch aveva tutto questo, ecco perché per trovare una tenda o qualche bullone indispensabile a una scena, non si faceva problemi a uscire nel cuore della notte e a scavare anche nei cassonetti se necessario (storia vera).

«Eraserhead è il mio Scandalo a Filadelfia», ha detto Lynch, e osservando Henry Spencer (Jack Nance uno dei tanti attori feticcio del regista) è difficile non condividere questa definizione. Henry, con la sua espressione smarrita e quasi fulminata, quel ciuffo alto un metro e proteggere una testa piena di… Cose, si ritrova improvvisamente al centro di un’esistenza che non comprende. Prima ancora di diventare padre di una creatura deforme e completamente indifesa (ma capace di emettere milioni di decibel), è costretto a convivere con esseri inquietanti, incomprensibili e spesso deformi, creature che si muovono sul filo sottile che divide l’incubo post cena a base di peperonata dalla paura o perché no, dalla tenerezza, anche mentre sono impegnate in attività apparentemente banali.
Henry sembra così il parente spirituale di quegli uomini schiacciati dalla monotonia e dal grigiore della vita periferica, persone che lentamente collassano sotto il peso di una oscurità apparentemente eterna, senza riuscire a comprenderne l’origine. Poi, quasi senza accorgersene, si ritrovano dentro una famiglia che sembra appartenere a un altro pianeta, circondati da regole, aspettative e comportamenti di cui non riescono più a interpretare il significato.
Liquidare tutto questo con la semplice etichetta di “surrealismo” o di “Metafora sulla paternità” sarebbe fin troppo comodo e sbrigativo, “Eraserhead” richiede infatti un percorso produttivo lungo e tormentato, passano cinque anni prima che Lynch riesca a portare a termine il film, tra interruzioni, periodi di inattività e pause obbligate soprattutto dalla mancanza di denaro, insomma la normale trafila di una produzione cinematografica indipendente, dove banalmente anche gli attori, li devi attendere nei fine settimana o tra un turno di lavoro e l’altro, perché si guadagnano da mangiare non per forza solo con l’arte.

Accanto a Lynch troviamo il protagonista Jack Nance, mentre Alan Splet si occupa del suono e degli effetti speciali, fondamentali nei film di Lynch in questo in particolare. Alla fotografia in netto bianco e nero lavorano Herbert Caldwell e Frederick Elmes, una troupe minuscola nella quale i ruoli finiscono inevitabilmente per sovrapporsi: le stesse persone partecipano alle scelte creative, spostano le attrezzature, lavorano ai dolly, si occupano del trucco e intervengono praticamente in ogni aspetto della realizzazione, “Eraserhead” diventa così un’opera costruita lentamente, quasi artigianalmente, attraverso anni di ostinazione e di lavoro, rincorrendo l’arte a costo di beh, perdere la testa, tanto per stare in tema.
Quando finalmente il film è terminato, bisogna attendere ancora un altro anno prima, ovviamente nessuno sa che farsene di una roba impossibile da etichettate, Horror? Dramma? Video-arte? Non lo sa nessuno, per questo l’esordio ufficiale del film arriva durante una proiezione di mezzanotte, il 19 marzo 1977, il giorno della festa del papà. Cosa vi dicevo lassù sul fatto che l’universo parla e spesso, ha un senso dell’umorismo degno di Lynch?

Eddie Vedder, il cantante dei “miei” Pearl Jam, ha sempre dichiarato di aver visto questo film in tv, quando racimolava soldi facendo lavori notturni, il discorso sui segnali dall’universo resta caldo. Personalmente lo ricordo grazie a “Fuori orario” di Ghezzi, spezzoni di “Eraserhead” sono stati patrimonio di Blob per decenni, a mio avviso? Non esiste niente come questo film, l’apice di chi vuole fare arte, guidato da un vero impulso creativo e porta in scena qualcosa di mai visto, non per il gusto di farlo ma per raccontare, a volte anche solo evocare sensazioni. Curioso che questo carotaggio nella testa di Lynch e del suo protagonista/alter-ego, che nel film produce le gommine che troviamo ad un’estremità della matita (per i miei trascorsi da disegnatore, la quinta essenza dello strumento che simboleggia la creatività), siano state “tradotte” con il ridondante e fuori fuoco sottotitolo italiano, anche perché qui la mente non cancella proprio niente, al massimo crea, anche un Classido se necessario.

Un misterioso essere sfigurato attiva delle leve in una catapecchia che potrebbe trovarsi su un pianeta che forse, è la testa del protagonista. Sembra una di quelle trame che mi suggerisce Crepascolo nei suoi commenti alla Bara (fategli tutti un saluto) invece è l’inizio di un film che vede il tipografo, uno che produce immagini in serie ma senza nessuna scintilla artistica, Henry Spencer, partorire dalla bocca una specie di… Feto? Neonato? Non lo so cosa sia quell’affare, diciamo che mi ha sempre ricordato quella volta in cui da bambino, in macelleria con mia madre, ho visto una serie di conigli spellati e pronti alla vendita, continuando a fissarci cercando un coniglio in quel pezzo di carne alieno, perché tanto buona parte del cinema di Lynch è così, evoca sensazioni, anche perché nessuno ha mai saputo dove il regista avesse trovato quel momozzetto, seppellito in un luogo misterioso a fine riprese, coinvolgendo cast e troupe in una specie di rito funerario (storia vera).
Da qui potremmo, abbastanza facilmente, leggere tutto “Eraserhead” come un’allegoria sul terrore della paternità: Henry Spencer passa attraverso le force caudine dell’incontrare la famiglia della tua lei, perché se la sposi, sposi anche la sua famiglia, e qui la cena di famiglia è la più delirante ad Ovest di quella Non aprite quella porta, tra nonne che ululano, discorsi infiniti sul lavoro da idraulico del padre e polli che nel loro piatto, beh… Ballano.
Non manca nemmeno tutta la parte degli infiniti pianti, e delle notti insonni dei nei genitori per un neonato che non la finisce mai di piangere, la fuga dalla realtà del protagonista lo porta a rifugiarsi nella sua fantasia, una ragazza con guance deformi (sono forse dei testicoli? Chi lo sa!) che canta canzoncine mentre calpesta ovuli? Feti? Anche se è tutto un crescendo verso un abbraccio finale, che comunque, il primo piano sul volto del protagonista non ha un effetto rassicurante, potremmo stare assistendo ad un lungo desiderio di morte, quello di una mente che si perde e crea un mondo, quello che vediamo all’inizio e alla fine del film.

La risposta giusta non esiste, non nell’arte, mi fa ridere che non proliferino pagine pronte a titolare “Eraserhead: il finale spiegato”, perché chissenefrega di capirlo per davvero un sogno (o un incubo) è quello che ci comunica, le sensazioni su cui ci porta a riflettere sono la parte davvero importante, ad esempio io penso che l’esordio di Lynch sia una riflessione onesta – nel suo essere spesso atterrita – sull’arte stessa.
Henry Spencer, da mediocre tipografo, ha una scintilla nella sua testona piena di capelli, quella specie di feto urlante non è la Guernica di Picasso, è un casino, come tutte le grandi idee è stortina, non ha una vera forma, deve ancora crescere, ma pretende la tua attenzione, il tuo tempo, le tue energie e non ti molla. “Eraserhead” è talmente riuscito nel suo evocare mondi altri, che potrebbe essere un’allegoria sulla paternità sì, ma di un’idea, la storia di un artista che si sacrifica e lotta, e soffre per la sua arte, che poi è proprio quello che ha fatto Lynch per dare alla luce (o al buio della sala) il suo film d’esordio.
In tutto il film ci sono quegli echi onirici che ritroveremo in tutta l’arte di Lynch, donne bellissime (come la vicina di casa del protagonista) che ti tentano il protagonista, anche per provare a portarlo lontano dai suoi doveri paterni, stanze da attraversare che sono non luoghi, in cui con manine ballerine, puoi perdere – letteralmente! – la testa, oppure tutto questo è proprio la rappresentazione di quando lo stress e quello che una vecchia pubblicità chiamava il logorio della vita moderna, ti porta a canticchiarti una filastrocca rifatta anche dai Pixies.

“Eraserhead” ha un inizio, una fine, una parte centrale, una sua coerenza e anche una certa circolarità, è ironico, tetro, macabro, capace di generare immagini capaci di restarti in testa come solo gli incubi più persistenti al mattino riescono a fare, è la storia di un artista che lancia cuore, mente, risparmi, forse anche sanità mentale e talento oltre l’ostacolo per mettere su pellicola qualcosa di mai visto prima. Imitato, solo Cthulhu sa quanti ci hanno provato ad imitarlo, ma mai davvero replicato, perché ogni testa è fatta a modo suo, quella di David Lynch era un posto strano, minaccioso e bellissimo da percorrere, spero lo sarà anche questo viaggio, un venerdì alla volta, il prossimo per esempio, affronteremo uno di quei titoli capace di mettermi i brividi ad ogni visione, e non nel senso metaforico del termine, non mancate!


Creato con orrore 💀 da contentI Marketing