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Everest (2015): Altissima, purissima, patinatissima

Se mi conoscete avrete intuito che spesso ho un approccio
abbastanza cazzaro ai film (e non solo), a questo aggiungete il fatto che sto
cercando di recuperare quella gioia di poterli guardare senza vedere tutti
i 473 trailer e le 289 clip che precedono l’uscita, con “Everest” ci sono
riuscito… Anche se la visione non è stata tutta pesche e crema.

So che questo film ha aperto la 72esima mostra del
Cinema di Venezia perché ne ha parlato anche il Gazzettino delle giovani
marmotte (di cui non mi perdo un numero), quando una pellicola viene scelta
come film di apertura al Lido, ci sono due opzioni:
1. C’è George Clooney nel cast
2. Ci sono abbastanza divi nel cast da sopperire
all’assenza di George Clooney.
Proprio riguardo al cast, non ho nulla da dire, sono
tutti attori che per un motivo o per l’altro apprezzo (tranne Keira “Clavicole”
Knightley), abbiamo: Josh Brolin nella parte di un texano (cosa che gli viene
anche facile visto che è texano), l’ottimo John Hawkes, la sempre intensa Emily
Watson, Sam “per favore fatevi fare il nuovo Avatar” Worthington, Jake
Gyllenhaal (che dopo “Nightcrawler” e Southpaw è caldo come una stufa),
direttamente da House of Cards, abbiamo il grande Michael Kelly e la
straordinaria Robin Wright, mentre il ruolo del protagonista è stato affidato
a… Con un cast del genere verrebbe da pescare tra i miei preferiti… Jeff
Bridges? Ed Harris? Al Pacino? Ehm… Jason Clarke.

“Campo base qui Jason Clarke sono il protagonista del film… Campo base? Mi sentite? Campo base?”.
Jason Clarke, quello che ha fatto “Zero Dark Thirty” e “Nemico
pubblico” (ma nessuno se lo ricorda), quello che ha fatto un film con le
scimmie (in CG) dove le scimmie erano più carismatiche di lui. Lo stesso
Giasone che ci ha regalato la versione più pezzente di John Connor mai vista in tutta la storia, insomma, uno con la faccia simpatica, ma avrei preferito
Goffredo Ponti ecco.
Per altro, il film è anche diretto da Baltasar Kormákur,
uno che dopo il suo “Cani Sciolti” (2 Guns) si era guadagnato dei punti presso
il sottoscritto (per quello che valgono), poi vogliamo mettere? Una spedizione
sul monte Everest, la lotta tra l’uomo e la natura, i paesaggi innevati, tutta
roba che fa subito Corvo Rosso e mi compra facile, dai aggiudicato, malgrado
Jason Clarke decido di guardarlo.
Dopo qualche minuto, non molti in effetti, la mia mente
inizia a vagare (cosa che avrebbe fatto varie volte durante la visione e
questo già dovrebbe dirvi qualcosa) mi metto a pensare che io tempo fa, avevo
anche letto un bel libro su una spedizione sull’Everest finita male, si
intitolava “Aria sottile” ed era scritto dal saggista/giornalista/scalatore Jon
Krakauer, lo stesso che aveva scritto “Nelle terre estreme” da cui è stato
tratto il guardabile film di Sean Penn “Into the Wild”, che mi piace, appena
appena un pochettino, giusto due righe (… Filmone!).

Complimenti per il ciuffo Josh, sembri la versione Texana di Tintin.

Certo, vedere sullo schermo Michael Kelly che interpreta Jon
Krakauer, con tutto il cast che dice: “Lui è Jon Krakauer, fa lo scrittore”
avrebbe dovuto farmi intuire qualcosa… Chiamami Aquila (Cit.).

Al che realizzo, tratto da un libro figo, diretto da un
regista fresco di un film che ho apprezzato, ottimo cast (esclusa Clavicole e
Jason che è in bilico), “Uomo Versus Natura”, beh, dai, poteva andarmi peggio…
Mi è andata peggio.
Capisco anche perché Jon Krakauer (il vero non Michael
Kelly) si sia lamentato dell’adattamento, dichiarando che chi fosse interessato
a sapere come sono andate davvero le cose, farebbe meglio a leggersi il suo
libro. Non posso che spalleggiarlo, perché la lettura di “Aria sottile” è stata
per me coinvolgente, in particolare da metà in poi ho divorato le pagine, mosso
dall’ansia per i protagonisti della vicenda.

“Gente, quello è Jon Krakauer, ci sta inseguendo con un libro in mano… E sembra bello incazzato”.
Non posso dire la stessa cosa del film, purtroppo. Ha una caterva di personaggi, ma non tutti sono approfonditi allo stesso modo,
il risultato è una parata di facce note, in un continuo aggiungere sottotrame
una sopra l’altra. Inoltre, ho trovato “Everest” una pellicola eccessivamente
patinata, tanto patinata (troppo!), tecnicamente Baltasar Kormákur fa un buon
lavoro, anche grazie alla valida fotografia di Salvatore Totino, il problema
è che troppo spesso la montagna sembra uno scenario, a tratti anche finto (con
grossi sospetti di green screen). Il risultato è qualcosa che definirei
“Cartoline dall’Everest” o al massimo, paragonabile alle pubblicità dell’acqua
minerale che faceva Reinhold Messner, avete presente la montagna posticcia alle
sue spalle? Ecco, in certi passaggi non ho potuto fare a meno di fare questa
associazione mentale.
E’ piuttosto palese, anche per chi non avesse letto
il libro, che “Everest” sia una pellicola in equilibrio, sempre troppo
preoccupata di non offendere nessuno dei (veri) protagonisti, mi è sembrato uno
di quei film fatti con la voglia di non suscitare nessuna polemica, evitando
magari una bella causa per diffamazione, il risultato è un film (patinato come
detto) fatto con il freno a mano tirato.
Baltasar Kormákur si limita a mettere in scena tutto
quello che ci si aspetterebbe da un film del genere, il fatto che la pellicola
esca anche in 3D, è un effetto boomerang, perché Kormákur pare costretto ad
inserire a tutti i costi scene spettacolari (per valorizzare la terza
dimensione) che ai fini della storia non servono molto. Era davvero
necessario mostrare l’elicottero di salvataggio in volo, che sembra sempre stia
per precipitare? Bah…

“Ragà! Di chi è ‘sto perizoma?”.
L’effetto cartolina patinata è accentuato nel finale,
dove le immancabili (per un film come questo) foto dei veri protagonisti,
piazzate sui titoli di coda, con tanto di mini necrologia che ci spiega dove si
trovano oggi e come stanno, non sono altro che la cartina al tornasole (dove
sei andato sole? Torna!) di quanto Baltasar Kormákur abbia avuto le mani
legate. Senza rovinarvi la visione, ci sono due personaggi che si ritrovano a
fine film e si concedono un abbraccio liberatorio che, guarda caso, non è altro
che la ricostruzione esatta (anche nei vestiti scelti per gli attori) del vero
abbraccio immortalato in aeroporto tra i corrispettivi personaggi nella realtà…
Compitino, cartolina, patinato (“Didascalico! Letterario!” cit.).

“Adrianaaaaaaaa! Sono il re del mondo!”.
Il cast alla fine fa il suo sporco lavoro: Brolin nei
panni del milionario Texano sborone che sbatte il naso contro la realtà offre
una solida prova, così come Emily Watson che segue tutto in apprensione via
radio dal campo base. Michael Kelly è identico a Krakauer, ma ha così pochi
minuti che non ci mostra il suo vero talento (che è tanto, ve lo assicuro). John
Hawkes scompare nel mucchio e Jake Gyllenhaal sembra tornato all’era in cui
recitava con le palpebre costantemente a mezz’asta, l’eterno Donnie Darko. Sam
Worthington? Non pervenuto, ancora più anonimo che in “Sabotage”.
Keira “Clavicole” Knightley si vede 42 secondi ad inizio
film, e 27 alla fine. Va un po’ meglio a Robin Wright che ha qualche minuto (consecutivo),
alla fine la vera sorpresa è proprio Jason Clarke, l’unico che riesce a cavare
fuori qualcosa dal suo personaggio, ci mette l’intensità giusta, e le parti più
riuscite del film, sono proprio quelle incentrate intorno a lui, il buon Giasone
si è quasi fatto perdonare il suo inguardabile John Connor, il che non è poca
cosa.

“Se avessi saputo che per espiare John Connor avrei dovuto fare ‘sto casino, facevo un altro film con le scimmie…”.

Quando vedo così tanti attori in un cast, il mio senso di
Cassidy inizia a pizzicare, il risultato troppo spesso sono film come questo,
dove in ogni ruolo c’è una faccia nota. Indipendentemente dal fatto che non la
sopporto, serve far venire giù Clavicole per una parte del genere? Non sarebbe
stato meglio prendere un’attrice qualunque? Qual è il valore di una diva di
Hollywood in un ruolo del genere? Io credo solo stipare nomi sulla locandina.

Alla fine è proprio vero che non esiste un’equazione
precisa per sfornare un buon film, qui un regista valido, un bel libro di base
e un nutrito cast comunque non hanno portato a casa il risultato. Io volevo l’uomo
contro la natura, qui mi mettono in scena una roba a metà tra “C’è posta per te”
e “Cartoline dal monte Everest”, almeno la prossima volta metteteci solo George
Clooney, così a Venezia sono tutti più felici.
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