
Viviamo in una società che è ossessionata dalla parola con tre “S”, e quella parola, non è Sassuolo. Parliamo di questo e di molto altro ancora nell’ultimo capitolo della rubrica… Come ho imparato a fregarmene e ad amare Kubrick!

Dodici anni. Ci vogliono dodici anni per vedere in sala un nuovo film di quello che era considerato il più grande regista vivente o giù di lì, questo il tempo intercorso tra Full Metal Jacket e l’ultima fatica di Kubrick, tempo in cui ha passato soggetti ad altri in attesa di quello giusto, a cui per altro faceva il filo da un pezzo, il fatto poi, che sarebbe stato l’ultimo film di Stanley Kubrick in senso lato, ha reso “Eyes Wide Shut” leggendario, ancora prima di uscire, ma prima, doveroso passo indietro, partiamo dalla fonte, anche questa volta letteraria.
Cosa aveva “Traumnovelle”, pubblicata poi anche come “Doppio sogno”, la novella di Arthur Schnitzler, da attirare tanto Stanley Kubrick? Secondo il regista era un libro complicato, che esplorava l’ambivalenza sessuale di un matrimonio felice cercando di equiparare l’importanza dei sogni alla realtà. Per darvi un’idea di chi fosse Arthur Schnitzler, basta dire che per anni intrattenne un lungo rapporto epistolare con Sigmund Freud su temi come l’ipnosi e la memoria regressiva, nella maggior parte delle sue opere utilizzava il monologo interiore per descrivere lo svolgersi dei pensieri dei suoi personaggi, morì a Vienna per via di un ictus, dopo aver subito un colpo ancora più duro, il suicidio dell’amata figlia, da cui non si era davvero mai ripreso, nemmeno avendo la possibilità di confrontarsi direttamente con il padre della psicanalisi.

Nei dodici anni intercorsi di lontano dalle scene, il mito di Kubrick è cresciuto, In absentia, di lui si dicevano bestialità del tipo che sparasse a chi si avvicinava alla sua villa e altre stronzate del genere, la narrativa era quella del misantropo misogino, lui che viveva in un gineceo, con la moglie da sempre (o da Orizzonti di gloria) Christiane Harlan e le figlie, spesso ad assistere dal disfacimento dei matrimoni delle coppie di amici, una questione su cui il regista ha riflettuto molto, per elaborarla nel suo, ahinoi, ultimo film.
Ora, sapete che io, per via della lunga storia che abbiamo avuto e per motivi legali (ricorderete, ne hanno parlato i giornali di tutto il mondo) non posso esprimermi proprio liberamente sulla signora Kidman, i paparazzi del pianeta mi piantonano pronti a scrivere “Nicole e Cassidy, ritorno di fiamma”… Calma, siamo amici, ci facciamo gli auguri a Natale, è tutto finito, ma attorno al 1996 lei e Tom Cruise erano LA coppia di Hollywood, la leggenda vuole che per avere Nicoletta Ragazzino nel film, Kubrick dovette portarsi a casa il borsello che l’attrice si portava dietro, tangenzialmente anche lui attore, Tom Cruise, che sbavava per essere diretto da Kubrick, visto che era ancora nel periodo della sua carriera in cui correva dietro all’Oscar e non ad una spettacolare morte sul grande schermo, anche perché Kubrick inizialmente voleva il più maturo Harrison Ford, motivo per cui il personaggio nel film si chiama Bill Hardford, quasi una dedica (storia vera).

Sta di fatto che per un tempo infinitamente lungo, Kubrick portò tutti a Londra, dove in teatri di posa era stata ricostruita una New York natalizia (ne abbiamo anche parlato in una puntata del Podcast), sedici mesi, dal 4 novembre del 1996 al 3 febbraio 1998, il tempo in cui di norma si gira più di un Kolossal in costume con centinaia di comparse. Quello il tempo che Kubrick si è preso per esplorare ogni soluzione visiva, ogni angolo di inquadratura, alla ricerca di singole prove di recitazione che fossero costantemente in equilibrio tra una prova naturale ma con qualcosa di “magico”, di irrealistico, quindi totalmente cinematografico, tenente a mente questo concetto perché è fondamentale, tanto quanto il documentario “Stanley Kubrick: a life in pictures” in cui il regista Sydney Pollack, scelto per il ruolo di Victor Ziegler, dichiarava che tanti registi dicono di essere meticolosi, ma è solo un modo di dire che sono bravissimi a fare la punta ai chiodi, in vita sua Pollack, di registi davvero meticolosi ne ha conosciuto solo uno, Kubrick.
Harvey Keitel è fuggito per via dei tempi infiniti del regista, sostituito al volo da Pollack (Woody Allen ha schivato la pallottola, il primo candidato era lui, storia vera) che in quella stanza con il biliardo, insieme a Tommaso Missile, ha passato tre settimane, tre settimane a provare TUTTI i modi di recitare quel lungo dialogo. Oppure la prova di Jennifer Jason Leigh, non ricordate “Doppia J” in questo film? Perché Kubrick, che voleva aggiungere scene con il suo personaggio, la figlia del paziente defunto che ci prova con il “Buon dottore”, quando si è sentito dire che l’attrice era impegnata con Cronenberg, l’ha sostituita con Marie Richardson girando tutto da capo (storia vera).

L’adattamento del soggetto iniziale è, come sempre, del tutto libero per Kubrick, a partire dal titolo, gli “Occhi aperti chiusi” possono essere quelli di un sonnambulo che dorme e sogna, il “Doppio sogno” in cui veniamo catapultato è un gioco di specchi, che inizia con Nicoletta Ragazzino che proprio allo specchio, fa scivolare il vestito facendo cadere la mascella a tutti oppure con i preliminare degli Hardford, in cui Alice è palesemente distratta come se stesse guardando o pensando a qualcun altro, ora, io non vi dirò mai che quel qualcuno ero io, perché gli avvocati me lo impediscono, ma leggete tra le righe.
Full Metal Jacket aveva ricostruito il Vietnam in Inghilterra, con un risultato perfetto, Kubrick non puntava al realismo nella rappresentazione di quella guerra come aveva fatto Oliver Stone, lui puntava all’astrazione (prima metà del film) e a portare in scena l’assurdità di una guerra simbolica (seconda metà del film), allo stesso modo, girare tutto in teatri di posa contribuisce al senso di un film che volendo, potrebbe rientrare nel filone del Thriller erotico, quello con il cast famoso impegnato a fare le zozzerie, che andava forte negli anni ’90, ennesimo genere a cui Kubrick applica la sua cura e lo eleva a livello beh, di Classido.

Nulla in “Eyes Wide Shut” è reale, non lo sono le strade di New York, come sottolinea in “Stanley Kubrick: A life in pictures” anche un esperto della città come Martin Scorsese, non sono reali i dialoghi, che puntano come dicevano al realismo sì, ma anche alla pura finzione cinematografica (e non è un caso se anche l’ultimo dei caratteristi qui, parla in modo particolare risultando memorabile, dal portiere Alan Cumming a losco che ti noleggia il costume e volendo la figlia, Rade Šerbedžija), finzione per altro, sempre in equilibrio con un senso di minaccia costante, perché l’elemento Thriller c’è, anche se non vediamo mai davvero niente di minaccioso accadere, e anche fosse (la maschera sul cuscino di Alice) chi ci dice che non sia tutto un (doppio) sogno di Bill Hardford?
Dopo una festa in cui questa coppia perfetta, belli, ricchi, sposati, con prole e sessualmente desiderabili, rifiutano entrambi delle avance in virtù del loro ruolo coniugale, questa coppia dimostra comunque di avere guai in paradiso (l’ennesimo sistema perfetto destinato forse a fallire, che piace tanto raccontare a Kubrick), la fantasia sul marinaretto di Alice è un tarlo nella mente del marito, che vaga per la notte newyorkese in cerca dell’occasione giusta per cornificare la moglie, sulla base di qualcosa che non è nemmeno mai avvenuto, una fantasia, un sogno.

Ma possiamo fidarci di quello che vediamo? Siamo sicuri che tutto quello che Kubrick ci mette davanti ai nostri di occhi spalancati (ma chiusi, se di finzione dovesse trattarsi) sia la verità e non l’escalation delle fantasie erotiche del buon dottore? Fateci caso, si passa dalla figlia di un paziente, che per altro somiglia a sua moglie, poi una prostituta che lo abborda in maniera più esplicita per strada fino addirittura all’orgia segreta, quasi massonica. Certo, la prima chiave di lettura è sociale, mano nella mano con Barry Lyndon, Kubrick ci dice che anche i borghesi Hardford, sono poveracci che arrivano in taxi e non conoscono la seconda parola d’ordine per accedere alle feste di chi è ricco e potente davvero, tanto da poter uccidere (forse) e insabbiare tutto, per fare i porci comodi, in cui la parola chiave è porci.
Eppure, il personaggio di Pollack ci dice «È tutta una sciarada, è tutta una messa in scena», un gioco di specchi, dove le maschere servono a proteggere le identità sì, ma anche a tirare fuori quello che abbiamo dentro. Anche se io credo che una fetta di pubblico non abbia amato “Eyes Wide Shut” come merita, proprio per la sua manifesta capacità di non dare risposte, ma sollevare solo dubbi, che per me (e per fortuna non solo per me) è tra i motivi che lo rendono magnetico. Quello e le donne nude.
Trovo sempre buffo il modo in cui “Eyes Wide Shut” faccia leva sul lato pruriginoso della nostra società, che percepisce questo film alla strega di un porno-zozzo, quando il sesso è quasi totalmente assente, fateci caso, le scene di sesso sono sempre interrotte dalla paura dei protagonisti di infrangere il loro voto nuziale, quindi l’immagine che hanno di loro stessi, oppure dalla morte stessa, a volte è un paziente defunto, può essere una prostituta con l’AIDS, a volte una ragazza molto bella che ha interceduto (forse) per te e che (forse) è stata uccisa proprio per questo, paura e desiderio, a Kubrick quel film non piaceva, ma ha continuato a trattare l’argomento per tutta la carriera.

Vori direte: «Cassidy, ma come fa a non esserci sesso in un film famoso per un’orgia?», vero, ma se l’occhio con cui Kubrick dirige sempre è quello distaccato (non freddo, quello mai) in quella scena lo diventa ancora di più, mentre ci mostra corpi che si accoppiano, ma con il trasporto di un esercizio ginnico, anzi, credo ci sia più passione nell’ora di ginnastica alle media che qui, perché manca proprio il desiderio che invece avevamo i militari per i loro missiloni descritti in precedenza da Kubrick. Anche per questo il finale di “Eyes Wide Shut” è fantastico, in una società ossessionata dal sesso, dopo averne parlato per tutto il tempo, è ora di farlo, in famiglia, con la propria moglie o marito, che per Kubrick era il posto sicuro, lui che era un gran uomo di casa.
Tutt’altro che un film conservatore, uno di quelli che ci mette in guardia sui pericoli sessuali che ci attendono oltre lo zerbino di casa, in realtà un lucido affresco sull’ossessione di una società per la parola con tre “S”, dove tutto è sessualizzato, sembra che tutti si accoppino come mufloni durante la stagione degli amori, quando in realtà, si parla più di quanto non si faccia, altrimenti non sarebbero tutti così nervosi e frustrati. Alla fine degli anni ’90, con una lucidità assoluta, Kubrick anticipa le maschere dei Social-cosi, utilizzati per conoscere e fare sesso, del sesso a distanza attraverso webcam o il feed dei Social, che è pieno di contenuti ipersessualizzati ma anche lì, si guarda, ad occhi spalancati chiusi più che fare, in una costante mercificazione dell’immaginario sessuale quando invece, c’è una cosa molto importante che noi dobbiamo fare prima possibile…

In questa sciarada Kubrick ci conduce per mano con una selezione musicale onirica, ogni pezzo sottolinea alla grande l’odissea nella notte del buon dottore, ma uno in particolare colpisce al cuore, “Musica ricercata n.2”, il pezzo che funziona come i dialoghi di “Eyes Wide Shut”, sembra normale e poi ha sempre qualcosa, magari una nota fuori posto, che risulta inquietante, il brano con cui György Ligeti, fuggito dal regime, voleva pugnalare al cuore Stalin e che per lo stesso compositore (nel solito “A life in pictures”) Kubrick ha capito meglio di lui, perché la utilizza proprio nel momento di massimo terrore di Hardford, che, fateci caso, si porta la mano al cuore quando il pezzo raggiunge il suo apice… Diavolo di un Kubrick!
Si è speculato molto su “Eyes Wide Shut”, e non mi riferisco alla stronzata sugli Epstein file, quella è una vaccata come le teorie di complotto sull’allunaggio di Shining, mi riferisco al fatto che dopo averci tanto lavorato, Kubrick è venuto a mancare dopo averlo consegnato, lui che aveva fatto ritirare proprio il suo Horror, per rimontarlo a pochi giorni dalla prima uscita in sala, vuoi che non avrebbe avuto qualcosa da ridire sul montaggio? Non lo sapremo mai, e secondo me fa parte del fascino di un film passato dall’essere stato atteso per dodici anni, quindi già leggendario, diventato di colpo l’ultimo lavoro del regista, solo David Bowie con il suo ultimo disco ha fatto qualcosa di paragonabile nel mondo dell’arte.
Per motivi puramente anagrafici, anche l’unico film di Stanley Kubrick che ho potuto vedere in sala all’uscita, ero minorenne e temevo che causa divieti, mi bloccassero alla biglietteria, per fortuna pur non essendo un gigante sono sempre stato grande, grosso e con il vocione, per questo passai indenne la dogana del cinema (storia vera). Romanticamente voglio pensare che dopo aver dovuto lasciare indietro un film sull’Olocausto (sorpassato a destra dall’amico Spielberg) e uno sull’Odissea, Kubrick si sia dedicato anima e cuore a questa Odissea nei desideri, mettendoci tutta la sua meticolosità perché voleva lasciarci con la ciliegina sulla torta di una filmografia impeccabile, non sarebbe la teoria più matta che avete sentito sul regista, e anche se la rubrica dedicata a Stanley Kubrick, che sognavo da anni, finisce qui – spero abbiate gradito – voi tenete i vostri occhi spalancati aperti, potrei aver trovato il modo di infilare un capitolo a sorpresa per avere ancora un po’ di Stanley su questa pagine, ci vediamo tra sette giorni.


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