
Quando ho trovato su Shudder un film intitolato “Faces of Death” ho pensato ad un caso di omonimia, buffo intitolare un Horror come un altro film dello stesso genere, uscito nel 1978, ancora considerato come una delle prove di coraggio supreme per gli amanti dei film di paura, un po’ come tutti i mondo-movie più estremi. Quando ho capito che era il remake ufficiale ho pensato: oh cacchio!
L’originale, era una sorta di leggenda urbana, quei passaparola clandestini con passaggio di VHS di mano in mano, un film più mitizzato che davvero visto, firmato da John Alan Schwartz sotto pseudonimo (che già di suo ti fa capire il tipo di operazione), si presentava come un documentario, uno di quelli seriosi, guidati da un patologo che ti accompagnava attraverso varie rappresentazioni della morte. Solo che poi quella patina si incrinava abbastanza in fretta, perché più andavi avanti e più diventava chiaro che stavi guardando qualcosa di costruito… o forse no. Ed era lì che si giocava tutto, nel dubbio continuo tra vero e falso, alimentato apposta per farti rimanere incollato e, soprattutto, per farti uscire con quella sensazione di aver visto qualcosa che non avresti dovuto vedere.
Si iniziava con morti di animali di diversa tipologia, fino ad arrivare ad uccisioni di esseri umani, compresa un’esecuzione sulla sedia elettrica, peccato che al netto di un paio di animali uccisi per davvero… Fosse tutto finto. Un finto snuff-movie spacciato per reale, ma soprattutto percepito come reale, censurato vietato, passato di mano in mano come fosse materiale proibito, “Faces of Death” è diventato virale, prima che i Social-cosi sdoganassero il termine.

Salto in avanti di quasi cinquant’anni, arriva Daniel Goldhaber, uno che con Cam aveva già dimostrato di avere una certa sensibilità per tutto quello che riguarda lo schermo dentro lo schermo, il nostro prende quel titolo lì per farci qualcosa che, fortunatamente, non è un semplice remake.
Perché rifare “Faces of Death” oggi, paro paro, non ha senso, non funzionerebbe proprio visto che viviamo in un’epoca in cui la distinzione tra reale e costruito è diventata un rumore di fondo, un qualcosa che diamo quasi per scontato, mentre scorriamo video su video senza nemmeno fermarci troppo a pensarci. Di solito dove leggete i post della Bara, la mattina, seduti sul “trono”. Lo so, vi vedo.
Nella versione 2026 del film, entra in scena Margot, interpretata da Barbie Ferreira – sì, proprio lei, quella di Euphoria, felice che abbia ancora una carriera e come Scream Queen è perfetta – che qui fa un lavoro sorprendentemente centrato. Perché il suo personaggio è uno di quelli che potrebbero facilmente scivolare nella caricatura, invece resta sempre su un filo molto credibile. Margot lavora come moderatrice di contenuti per una piattaforma social che non si chiama Tik Tok ma che è uguale a Tik Tok, quindi passa le giornate a guardare roba che noi, teoricamente, non dovremmo vedere, la guarda, la valuta, decide se può passare oppure no, solita meccanica routine.

Finché, ovviamente, qualcosa cambia, il film gioca tutto lì, sul momento in cui quella distanza tra schermo e realtà inizia a sbriciolarsi. Margot (non Robbie ma sempre Barbie) incappata in un utente piuttosto prolifico, quei video che le sembrano costruiti iniziano a sembrare troppo veri, quando il dubbio torna a farsi strada, ma in un contesto completamente diverso rispetto a quello del ’78, perché qui non sei più spettatore esterno: sei dentro il sistema.
C’è anche Dacre Montgomery, che molti si ricordano per Stranger Things, ma che qui ha l’aria perfetta da uno che ruoli del genere potrebbe farli a occhi (rossi) chiusi. Il suo Arthur Spevak è uno di quei personaggi che non hanno bisogno di essere spiegati troppo: basta come entra in scena, basta come si muove, per capire che c’è qualcosa che non torna, mettiamola così, lui il “Faces of death” del 1978 non lo ha solo visto, lo ha vissuto, citando Er Piotta, da qui, una trama da Thriller con evidenti venature Horror, che usa l’elemento meta-narrativo molto, ma molto bene.

Goldhaber, da parte sua, tiene tutto insieme senza mai strafare, anzi, a dirla tutta, la cosa più interessante del film è proprio che non cerca di fare la gara a chi mostra di più. Non gli interessa davvero spingere sul pedale dello shock visivo, o almeno non nel modo in cui ti aspetteresti da un titolo così, il risultato è molto avvincente e anche molto intelligente, fino a questo momento, uno degli Horror più vispi che ho visto quest’anno.
La trama porta a un ribaltamento curioso rispetto all’originale, se nel ’78 il problema era capire se quello che stavi guardando fosse vero o falso, qui il problema è che quella distinzione non ti interessa più allo stesso modo, o peggio, non cambia niente, perché quello che conta davvero è il gesto: Guardare e continuare a guardare.

Il film, in questo senso, funziona meglio quando smette di essere “il remake di Faces of Death” e diventa qualcos’altro, quando si concentra sul meccanismo, sul modo in cui consumiamo immagini oggi, sulla facilità con cui archiviamo anche le cose più disturbanti e passiamo oltre.
Qualcuno potrebbe anche dire che, visto il titolo, poteva essere più esplicito ma il finale, è il più cinico e azzeccato possibile, quindi compensa tutto. Anche perché è proprio quello il punto, estremizzare oggi non serve più allo stesso modo, lo shock, quello vero, non è più l’immagine in sé, ma il fatto che non ci faccia più effetto. Goldhaber, in modo un po’ circolare, ha riportato questa storia all’originale, perché alla fine “Faces of Death” non è mai stato davvero sui contenuti, ma sullo sguardo, su quella curiosità un po’ malata, sul bisogno di vedere fin dove si può arrivare.

Nel ’78 ti ingannava, ti faceva credere di stare guardando qualcosa di proibito, nel 2026 non serve più farlo, perché quel confine, semplicemente, non esiste più come prima, e forse è proprio questa la cosa più inquietante che il film riesce a portarsi dietro, non quello che mostra, ma quello che lascia intendere, che siamo già oltre. Ma continuiamo a guardare lo stesso.


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