
Pronti a tornare nella Zona Contaminata? Il nostro trapper di fiducia Quinto Moro ci porta a bighellonare nel Mojave, preparate la tuta anti-radiazioni, oggi tocca alla seconda stagione di “Fallout”.

Sin dall’annuncio della prima serie avevo sperato che fosse autoconclusiva, sia perché sono un pessimo guardatore di serie tv (si dice guardatore? Guardone suona brutto), sia perché nel mare monstrum delle piattaforme è facile che un’ottima serie d’esordio venga seguita da immonde pecionate.
La stagione 1 era stata buona se non ottima, specie agli occhi di un appassionato del mondo di Fallout, eppure ho faticato non poco ad interessarmi a questa seconda. Svanito quel “effetto wow” della ricostruzione maniacale del mondo di gioco che ho conosciuto per tanti anni, questa nuova incursione nella Zona Contaminata mi ha lasciato tiepido, nonostante l’ambientazione al caldo sole del Mojave, scenario di uno dei titoli più iconici e amati della serie: New Vegas.

Se la prima stagione era straripante di fan service fatto bene e ben amalgamato col racconto, stavolta non è andata altrettanto bene. Dagli scenari desertici del Mojave era lecito aspettarsi un alto tasso western, ma nonostante l’ambientazione ricchissima di dettagli e la ricostruzione degli scenari e dei costumi sempre favolosa e maniacale, non concorre a costruire un immaginario denso e stratificato. Rimane interessante la trama della Vault-Tec e il clima di paranoia prebellico, ma l’unica vera scena coerente con l’atmosfera di New Vegas è quella degli scommettitori che puntano contro l’unica persona che può salvarli da morte certa, all’episodio 8… come fare le puntate quando i giochi sono fatti.
Questa New Vegas è pura carta da parati e non parlo da giocatore (dei videogiochi, non d’azzardo), ma da chi guarda una serie in cui una città dovrebbe essere il centro di tutte le vicende, e se si svolgessero in un qualunque altro posto non farebbe la minima differenza. E questo sì, è fan service sterile, perché io posso lustrarmi gli occhi per le insegne ricostruite, i bar, gli interni del Lucky 38, ma serve a poco mentre perdo interesse in vicende che si trascinano in una luuuuunga introduzione per la prossima stagione.

La storia riprende dove l’avevamo lasciata, con la strana coppia formata dalla sempre ottimista ex abitante del Vault Lucy e dal burbero ghoul Cooper. Chi si carica la serie sulle spalle è il solito, inossidabile Walton Goggins, meno spaccone e più dolente, capace di dare la misura dei suoi tormenti anche sotto il trucco prostetico. Lui ce la mette tutta, trovando più spazio nei flashback e meno come spietato pistolero, ma di fatto la scrittura appiattisce i due livelli e le due epoche del personaggio, che funzionava per il contrasto tra le sue due anime, passata e presente: ora coincidono.
Non convincere la scrittura dei personaggi in generale. Se nella prima stagione scoprivamo il mondo con gli occhi dei due giovani protagonisti, Lucy e Maximus, a questo giro i due non sono minimamente supportati dalla sceneggiatura, girano a vuoto per tutto il tempo.
La trama è dominata dai vecchi e dai loro intrighi: le vecchie corporazioni e i vecchi Stati Uniti, l’anziano della confraternita, il papà di Lucy, Mr. House, il Presidente, i soldati della NCR. Sfanculare i vecchi perché distruggono il mondo va bene, amen, ma se non vengono spinti i giovani protagonisti resta solo un: piove, Governo ladro.

Se per stile e intenti Fallout si conferma una serie d’intrattenimento che non ha paura di mostrare un po’ di splatter, con sparatorie e scazzottate dove abbondano mostriciattoli ed effetti cruenti, stavolta le scene d’azione sono più fiacche e rischiano di scivolare nell’imbarazzo (vedi battaglie coi Deathclaw negli ultimi due episodi, brutte per effetti visivi e costruzione delle scene). Tolto il primo episodio, che suona fortissimo come un grido: “siamo tornati!”, il cuore della serie sono le sottotrame che hanno portato all’apocalisse, ma si mena il can per l’aia girando a vuoto, e mi ha infastidito il tentativo di riabilitazione del personaggio di Barb, che ci aveva gelato tutti coi suoi piani apocalittici. Smontare i punti di massima tensione emotiva di una stagione in quella successiva è il genere di cose che mi fa detestare le serie tv. Mi costruisci il colpo di scena su un personaggio ambiguo e sinistro per poi dirmi: ah no, ma guardate che questa qui è buona, vuole solo salvare sia il mondo che la sua famiglia. Caro sceneggiatore, non ti meno solo perché non ti ho qui tra le mani.

Nonostante la squadra di sceneggiatori sia la stessa della prima stagione, si avverte la difficoltà a tenere uniti i fili delle varie trame. La sensazione è che con molti personaggi non sapessero che farci (tutti quelli del Vault) e volessero rimestare nel torbido degli intrighi passati solo per fare un lungo giro fino ai veri cattivi della terza stagione: l’Enclave.
Gli episodi scricchiolano nelle vicende di chi è rimasto nel Vault e degli scongelati capitanati da Norm che, da valore aggiunto della prima stagione, una volta raggiunta la superficie si trova in una trama morta. Tutta la storia dello “snack-club dei consanguinei” immagino dovesse essere il sassolino che rotolando diventa una valanga, ma non funziona minimamente e non va a parare da nessuna parte.

La trama di Stephanie, la seconda bionda pirata più affascinante del cineverso (dovreste sapere chi è la numero uno), aveva il potenziale per far salire di giri la storia, ma si avvia solo al penultimo episodio, almeno ci regala la frase più memorabile di questa stagione: “non trattarli come persone, trattali come americani”. Non è solo coerente col nostro periodo storico, è rispettosa della lore di Fallout, in cui gli Stati Uniti annettevano il Canada nell’escalation per la fine del mondo. Non vi viene un brividino lungo la schiena?

Non so voi, ma quando in una serie si inizia a scoprire che sempre più personaggi – teoricamente slegati o comunque distanti tra loro – si scoprono avere trascorsi comuni fatti di incontri passati e sotterfugi, sento fortissimo puzza di “Lost”, e non è odore di crema al cioccolato. Fa tanto telenovela e scrittura pigra, di questo passo finiremo per scoprire che quando aveva dieci anni, Lucy era stata rapita dall’Enclave e il ghoul era stato mandato a salvarla…
Ed eccoci al punto: l’Enclave, i cattivi di Fallout, quelli nell’ombra che avevamo solo sfiorato nella prima stagione e fa un po’ ridere che ci abbiano girato intorno passando da sofisticate elucubrazioni e vaghi ripensamenti sui come, i chi e i perché. Praticamente tutto quello che succede in questa stagione va a finire in un nulla di fatto, qualsiasi cosa cerchino di fare i personaggi – principali o secondari – finisce in un gigantesco fiasco, perciò non monta la tensione, non c’è particolare pathos e non si crea aspettativa per quella guerra che sta arrivando.

Dulcis in fundo, la Legione: elemento sulla carta esplosivo, che mi aspettavo essere centrale. E invece? Niente. Ok, non si giudica sulla base delle proprie aspettative, ma di fatto c’è un solo episodio dedicato alla Legione e, come molte delle trame, conferma che quelle potenzialmente più interessanti (la Legione, gli intrighi di House, e soprattutto Stephanie-orgoglio-del-Canada) siano state compresse e rimpicciolite, mentre quelle più deboli (Vault e la tiritera tra Lucy e papà MacLachlan) estese ad occupare troppo minutaggio. Una manciata di altre robe le hanno buttate lì, tipo il V.E.F. che avrà capito solo chi conosce i giochi. Il Deathclaw mugugnante in Alaska e l’apparizione del Supermutante se le potevano risparmiare, espedienti per dire cosa? Che c’è sempre l’Enclave dietro tutto ed ogni cattiveria è colpa loro? Se si andrà in questa direzione ho già l’orticaria.
La Legione aveva un potenziale di violenza, comicità e senso del grottesco dirompente, del tutto sprecato, poi di colpo diventa il grande pericolo ed è tutto un: “la Legione sta arrivando! La Legione sta arrivando!” Si ma ce ne mette di tempo, tanto che… l’inverno sta arrivando! Ah no quella era un’altra serie (che non finì benissimo). Allora la guerra! La guerra sta arrivando! Ma no, com’era? Ah sì, la guerra non cambia mai! E neppure la mia opinione sulle serie tv.

Ringrazio Quinto Moro e, in attesa di mandargli un assegno, lo pago in visibilità consigliandovi di leggere i suoi racconti cliccando fortissimo QUI.


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