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Fast & Furious 7 (2015): dove le auto vengono usate per tutto (tranne che per fare le auto)

Non sono mai
stato un appassionato di auto, altrimenti sarei qui a scrivervi di macchine, no?
Anche se sono cresciuto in provincia, sono sempre stato quello Nerds in mezzo
ad un popolazione tamarra che si scioglieva per il primo “Fast & Furious”. Ci
ho messo anni per fare pace con questa serie, ora non posso dire che la amo,
ma sicuramente resta imperdibile, perché rappresenta il massimo esponente di
tutta quell’ignoranza cinematografica (nel senso migliore del termine) che mi
piace tanto.

Il primo film
è stato ricalcato con la carta carbone sulla struttura di “Point Break”, l’idea
era sostituire le tavole da Surf con le auto tamarre. Il risultato è stata un
proliferazione di zarri di provincia con le luci al neon montati sotto la punto
GT (di solito gialla), se avessi avuto un euro, per tutti quelli che ho sentito
citare la frase “Vivo la mia vita un quarto di miglio alla volta” ora potrei
fare la carità a Bill Gates. Che poi quegli stessi soggetti non avessero mai
visto “Point Break” o non avessero idea di quanto fosse un quarto di miglio nel
sistema metrico decimale, era secondario.
Per chi non lo
sapesse, un quarto di miglio in Europa si chiama Royal con fromage…
I miei gusti
di piccolo sociopatico Nerds, hanno sempre ripudiato questo “orgoglio Tamarro”
scatenato da Fast & Furious, personalmente ho sempre trovato più nelle mie
corde il semi sconosciuto (allora) “Pitch Black”, persino il modesto “xXx” mi
sembrava più simpatico, insomma, a pelle non ci siamo mai piaciuti, eppure, per
un motivo o per l’altro, ho visto tutti i capitoli della saga. Una volta per
via del regista del moscissimo sequel (John Singleton), un’altra perché ne
sentivo tutti parlare male (“Fast & Furious 3: Tokyo Drift” a distanza di
tempo quello che ha dato l’imprinting maggiore alla saga), giù fino allo spasso
totale del quinto e del sesto capitolo che guadagnava anche il sorrisone di Dwayne
“The Rock” Johnson, uno che comunque mi è sempre simpatico.


“Sono The Rock… iiiiihhhhhh!”

Risultato: “Fast
& Furious 7” è il quarto incasso di apertura di sempre dietro a due film di
“Harry Potter” e ad “Avengers”. Sicuramente è il più improbabile tra i
franchise a raggiungere questo primato ed è anche quello con il cast più multietnico
(e tamarro) di sempre. Se ci pensate è pazzesco per un film che parlava di un
agente infiltrato nel circuito delle corse clandestine, è incredibile, proprio
perché il tema delle corse clandestine, aveva già esaurito tutta la sua
efficacia nel terzo film, basta guardare il tentativo di fotocopia di questa
serie, ovvero: “Need for speed” che a metà film non aveva già più nulla da dire
sull’argomento.

“Siamo arrivati a sette, cinque più due… SETTE!”

Viene da
sorridere confrontando le trame del primo e dell’ultimo film della saga,
abbiamo cominciato con qualcosa di totalmente provinciale: uno sbirro
infiltrato nel circuito delle corse clandestine, alla ricerca di un rapinatore
di camion carichi di roba elettronica. Per arrivare ad una trama globale che
grossomodo prevede l’FBI che contatta Toretto, per recuperare un Software
rivoluzionario chiamato “L’Occhio di Dio” (“con questo avremmo trovato Bin
Laden in due ore”) sviluppato da un hacker misterioso dal nome di uno Chef
ossigenato (Ramsey), per difendere il Pianeta da un terrorista internazionale
e da un ex Mercenario Inglese “Programmato per uccidere” in cerca di
vendetta personale.
Una roba che
normalmente metteresti nelle mani di un certo agente con l’Aston Martin e la
passione per i Vodka Martini (shaken not stirred), invece a chi viene affidata?
A Dom Toretto e ai suoi compagni (scusate, la sua FAMIGLIA): un gruppo di
tamarri di periferia, canotta dotati e benzinati a Corona, che sotto i nostri
occhi si sono guadagnati una “Street Cred” a livello mondiale, sono i migliori
in quello che fanno e quello che fanno e guidare forte e menare duro.


“Ragà ma cosa stiamo guardando?”

In pratica
Vincenzo Gasolio è riuscito a raggiungere il successo che aveva mancato con
“xXx” (tamarro che fa l’agente segreto e salva il mondo) e per farlo si è
portato dietro la sua famiglia.
Certo, cercare
la credibilità in una trama del genere è come lamentarsi di non riuscire a
trovare un politico onesto in parlamento, anche perché lo script del film è
ancora più pretestuoso rispetto ai precedenti: ogni singola scena sembra
totalmente fine a se stessa, pensata solo per mettere i nostri tamarri
preferiti nella condizione di guidare forte e menare duro. Ogni volta che il
film tenta di parlare di sentimenti, scade immediatamente nella Soap Opera Sudamericana, tutta la parte amorosa tra Dom e Letty è degna di una replica di
Milagros e la scena finale di rianimazione è ufficialmente la più
tragicomica mai vista nella storia del cinema. Vorrei descrivervela tutta per
quanto mi ha fatto ridere, ma vi toglierei una gioia, quindi: correte a
guardarvela!
Il film sembra
scritto dall’U.C.C.S. (Ufficio Complicazioni Cose Semplici): bisogna salvare
l’Hacker? Bene, l’unico momento per farlo è su una strada di montagna tutte
curve, dove il camion (BLINDATO) che trasporta l’esperto di computer passerà
in giornata, i nostri cosa fanno? Si nascondono su quella strada appostati con
le loro auto la notte prima? No, troppo facile! Meglio paracadutarsi dentro alle
loro vetture stra preparate da 20.000 piedi d’altezza per atterrare direttamente sulla strada
e mettersi immediatamente all’inseguimento. Il tutto condito da Tyresse, un
tempo front man di questa serie (ai tempi del capitolo numero 2) ora sempre più
spalla comica. A me non ha fatto ridere quasi mai, ma evidentemente al pubblico
piace…
La scena ad Abu
Dhabi? Qui l’U.C.C.S. si è superato:
bisogna recuperare
una memory stick piazzata da un personaggio-pretesto (che infatti nel film NON
si vede) all’interno di un’auto (ovviamente) parcheggiata nel soggiorno di un
grattacielo, mandi un agente sotto copertura? No, mandi la Famiglia Toretto e
stai sicuro che troveranno il modo per volare da un palazzo all’altro usando la
macchina. Il tutto condito da dialoghi sinceri sì, ma anche scemi e da tante
soluzioni sbrigative.


Perchè volare con Turkish Airlines quando potete volare con questa?

Ma la chiave di tutto è
Ramsey (la strega) l’Hacker, ovviamente interpretato da una strappona
(l’attrice che in Game of Thrones interpreta la schiava “Google Translator” di Daenerys
Targaryen): se Michael Mann ha farcito di hacker fisicati il suo Blackhat, vuoi
mica essere da meno?
Attraverso
questo personaggio capisci come tutto il mondo di F&F va interpretato, ti
sbottoni il primo bottone delle braghe, ti stappi una birra e ti godi lo
spettacolo, perché quando il film passa all’azione, allora c’è da divertirsi.

Gli smanettoni informatici che conosco io non sono proprio tutti fatti così.

Su tutto
bisogna anche contare l’atavica sfiga che ha colpito questo film, ovvero: la
prematura dipartita di Paolo Camminatore. In effetti i primi minuti sembrano la classica pellicola messa su per sfruttare le uniche due scene
girate dall’attore quando era ancora in vita, per dire: nella prima mezzora,
tutti i dialoghi tra Vincenzo Gasolio e Paolo Camminatore avvengono solo usando
campi e controcampi, senza mai essere inquadrati insieme.
Per fortuna
con il passare dei minuti questo effetto straniante scompare, i due di fatto
interagiscono e il misto di Stunt, fratelli di Walker e CG, utilizzati per
completare il film fa il suo dovere. La chiusura finale del personaggio di
Brian è a dir poco frettolosa, forse eccessivamente orientata alla lacrima
facile, ma l’omaggio a Paul Walker è sincero e si vede, d’altra parte Vin Disel
ha chiamato sua figlia Paulette, dimostrazione che la FAMIGLIA è tale non solo
sul set.
La
sceneggiatura completa ha la rogna di sopperire all’assenza di Paolo
Camminatore ed è stata affidata a James Wan, uno che ritengo più simpatico che
bravo, non voglio aprire una lunga parentesi riguardo al mio rapporto con i
suoi film Horror, qui posso dire che ha fatto un buon lavoro da esecutore:
riesce a cavarsela abbastanza bene con le scene di combattimento (PG-13
permettendo), sporca un po’ il foglio con il montaggio della lunga scena
finale, eccessivamente incasinato. Il caro vecchio Justin Lin è stato tanto
demonizzato, ma se ora abbiamo una serie con molti stunt reali e meno CG per le
auto dobbiamo ringraziare lui e, a mio avviso, James Wan è solo un ripiego non
all’altezza di Lin.


Lo sguardo del cerbiatto illuminato dai fari di un auto (truccata).

Questo
catalogo di scene d’azione pensate per funzionare (ed essere sopra le righe)
singolarmente alla fine intrattiene, specialmente grazie alle facce che
popolano il film, anche se non tutte usate al meglio, bisogna dirlo.
La scazzottata
in vestito da sera tra Michelle Rodriguez e Ronda Rousey funziona, se avete
capito come prendere questo film, non vi stupirete del fatto che le guardie di
sicurezza non sparino a Letty e che la Rousey intervenga solo dopo che sono
finiti tutti KO. Il loro combattimento è un sogno erotico per coloro che amano
le donne mascoline, non critico i gusti di nessuno, dico solo che l’ex
lottatrice di MMA è molto meglio qui che in “Expendables 3”, anche se ci
voleva poco, almeno qui combatte…
In ogni caso
una scena a cui manca solo il benestare di Cynthia Rothrock, mi piace
immaginarmela in sala, mentre guarda la scena sorridendo, consapevole di aver
lasciato un’eredità al cinema.
Uno dei motivi
di interesse del film per il Carpenteriano che vi parla è sicuramente la
presenza di Kurt Russell. Il nostro gigioneggia per tutto il tempo, cercando
addirittura di convincere Toretto che la birra Corona non è altro che pisciazza
annacquata (diglielo Kurt!), il crimine vero è che il suo personaggio scompare a
circa metà film senza addurre motivazioni plausibili. Russel non ha una sola punch
line dedicata, nemmeno una battuta che strizza l’occhio ai suoi ruoli storici
(e forse è meglio così…), però riesce a calamitare l’attenzione ogni volta che
è in scena. Mentre Rock, Giasone e Vincenzo erano in palestra a sollevare i
primi manubri, Kurt già fuggiva da New York, quindi non ha bisogno di
dimostrare niente a nessuno.


“Quando sarai fuggito da New York anche tu, allora forse potremmo discutere”

Per una faccia
nota usata (abbastanza) bene, ne abbiamo un’altra invece utilizzata MALISSIMO:
Tony Jaa. Se non lo
conoscete vi siete persi uno spettacolo umanoide dalla ginocchia letali, vi
dirò solo che in

Thailandia è
più famoso di Elvis e Gesù Cristo messi insieme, se vi piace il cinema “di
menare” correte a recuperare SUBITO “Ong bak” e “The Protector”, se già li
conoscete, riesco a vedere le vostre facce sorridenti anche da qui…
Per lui in
questo suo esordio (da cattivo) Americano avevo pronosticato quattro parole pronunciate
in inglese, posso dire che ho indovinato (“You are slow” e “Go!” per la nuda
cronaca).
Per il resto
il nostro è costretto a combattere due volte con Paolo Camminatore, la regia di
Wan fa di tutto per farci credere che il biondo palo (RIP, ma sempre Palo eri
Paul) sia un combattente all’altezza di Jaa. Al resto ci pensa il visto censura
del PG-13 che ci priva di ogni colpo mandato a segno, non bastano un paio di
balzelli in stile parkour a rendere giustizia al talento di Jaa. Per fortuna
Tony ha già in cantiere un Blockbuster ad altissimo Budget, dedicato ad un film
di arti marziali, nell’unico posto al mondo dove una produzione del genere si
può beccare il massimo dei finanziamenti, ovvero: la Cina. Ci rivediamo da
quelle parti Tony, non è colpa tua, questi “American Idiots” non ti hanno
capito.


Tony Jaa dimostra l’apprezzamento ricevuto dagli Yankee.

Il campione
del mondo di Deltoidi, denti bianchi e simpatia, The Rock (iiiihhhhhhhh!),
sparisce anche lui anzi tempo dalla pellicola, relegato in un letto di ospedale
a guardare un telefilm interpretato dall’unico al mondo grosso quasi quanto lui
(l’Hulk di Lou Ferrigno). Non fai in tempo ad assimilare la delusione per la
sua assenza, che il nostro riesce a ritagliarsi il ruolo di Guest-Star di lusso
nel finale, con la scena più tamarra di sempre (quella del gesso) e la punch
line definitiva: “Hai portato la cavalleria?” gli chiede Letty, “Sono io la
cavalleria” risponde Rock. Per un secondo sembravano tornare le battutacce
degli action anni ’80. Quando poi vedi Rock armeggiare con una Mini-Gatling,
allora capisci che F&F7 riassume perfettamente lo stato dell’arte dei film
action tamarri moderni.

The Rock, il prossimo ambasciatore delle Nazioni Unite.

Come detto
ogni singola scena è pensata per essere più rumorosa di quella precedente,
senza preoccuparsi della coerenza interna, ma solo di fare più casino possibile. In questo film le auto vengono usate per tutto, tranne che per fare le auto:
vengono lanciate attraverso i palazzi, usate per abbattere elicotteri in volo e
paracadutate dal cielo. Se volete ho già in mente la scena di apertura del
prossimo film della serie: Vincenzo Gasolio sta scrivendo una lettera ai
componenti della sua FAMIGLIA, sbaglia a scrivere una parola con la matita e
per cancellarla, invece di usare una gomma, solleva con un braccio un Audi R8
parcheggiata vicino alla sua scrivania, usando un pneumatico anteriore per
cancellare l’errore.
Il finale di
mezz’ora è talmente esagerato che gli istessi protagonisti si rendono conto di
essere al centro di una corsa agli armamenti cinematografici, Ludracris in una
riga di dialogo dice proprio: “Prima il carro armato, poi l’aereo, adesso
abbiamo pure l’astronave!”. Personalmente la mia scena preferita è quella dell’inseguimento
in montagna che si conclude con Paolo Camminatore, impegnato a spiegarci come
ha fatto Michael Caine ad uscire vivo dalla scena del Bus in equilibrio sul
baratro, in una specie di remake non ufficiale di “Un colpo all’Italiana”.


This is the self preservation society…

a quello che
ne esce più trionfante di tutti da questo film, è senza ombra di dubbio Jason Statham.
Il Bulldog Inglese entra a far parte di questo franchise dalla porta di
servizio, ma una volta dentro sbatte la porta così forte da crepare la parete:
la prima scena nell’ospedale è degna del Joker de “Il Cavaliere Oscuro” (ma
senza vestitino da infermiera), lo scontro con Johnson è talmente duro che
costringe il nostro The Rock ad esibirsi, per la prima volta al cinema, nella
sua celebre mossa finale da Wrestler (la Rock Bottom).

Era dai tempi di Godzilla vs Gamera che non mi divertivo tanto.

Jason Statham
è talmente cattivo, carismatico e cazzuto, da rubare la scena a TUTTI i
personaggi ogni volta che entra in azione, persino Vin Disel deve fare i conti
con la sua presenza e il loro scontro frontale resta come un tripudio di etica
di combattimento applicata ai film di cazzotti (“You thought this was
going to be a street fight? You’re goddamn right it is”).
La cosa che ho
apprezzato di più, è che la Toretto Family per trovare lui, ha bisogno di un
super programma informatico creato dall’hacker più ricercato del mondo, ma Statham
per trovare i protagonisti, non ha bisogno di nessuna App troppo cresciuta E’talmente cattivo che lui semplicemente compare in ogni parte del mondo, armato
sempre meglio, in un’escalation militare riassunta in un uomo solo. Jason
Statham, Signore e Signori! La serie ha finalmente un cattivo degno di
questo nome!


“Gli airbag sono roba da femminielli”


Mentre
guardavo il film poi, ho avuto l’illuminazione: se in questo mondo ci fosse un
minimo di giustizia, nell’adattamento cinematografico del fumetto “The Boys” del
mio Garth Ennis, il nostro Jason sarebbe perfetto per interpretare Billy il
Macellaio. Se conoscete il fumetto provate ad immaginarlo nella parte, per chi
non lo conosce dico solo: Jason Statham prende a calci in culo i Super Eroi… Voi non paghereste per vedere un film così? Io sì!



Insomma, questo
film non è il più bello di una serie che avrebbe potuto tranquillamente finire
con il quinto capitolo, ormai sembra di assistere ai titoli di coda di “22 Jump
Street” con i mille sequel sempre più esagerati e impossibili, però se il
livello di caciara resta questo, anche se tutte le scene non sono molto coese
tra di loro e la trama è un pretesto, con uno Statham così, chissenefrega di
tutto! Ci sono voluti anni, ma alla fine ho fatto pace con questa serie, ormai
è impossibile non fare il tifo per il più improbabile dei Blockbuster, nato
nella provincia tamarra di Hollywood e arrivato sulle vette delle classifiche
di incasso.

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