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Fear Street – Parte 1, 2 & 3 (2021): piccoli brividi crescono

1996, Wes Craven e Kevin Williamson portano nuova linfa al
genere Slasher, con parti uguali di voglia di parodia e di sincero omaggio al
genere, creano Scream, l’horror nato
per essere quello dedicato a chi guardava troppi horror, finito per diventare
il culto di quelli che hanno imparato le “regole” del genere da questo film.
Una pietra miliare, ne abbiamo parlato diffusamente perché la sua importanza
resta capitale.

Da allora, il modello “Scream” è stato ripetuto all’infinito,
dalla serie tv omonima fino a mille altri imitazioni, ma nessuno è davvero
riuscito a replicare quel tono che oggi chiameremmo post-moderno del film di
zio Wessy, quelli che ci sono andati più vicini sono state alcune commedie
horror come Auguri per la tua morte oppure
Freaky, titoli con abbondanti dosi di
sangue ma senza ombra di dubbio commedie.

Un po’ di libri-falsi per il maestro libraio.

Da un passato antecedente anche a “Scream”, riemergono i
romanzi di R. L. Stine, più noto per la sua collana Piccoli Brividi che con la serie “Fear Street” si rivolgeva ad un
pubblico un pochino più maturo di lettori rispetto a “Goosebumps”. Proprio ora
che Stine è stato scoperto dal cinema (con enorme ritardo rispetto a Stephen
King, giusto per fare un nome grosso che tornerà più avanti, promesso), Netflix si gioca la carta “Fear Street”.
Tre film, usciti a distanza di una settimana uno dall’altro, ambientati
in tre annate differenti e tutti diretti da Leigh Janiak, rediviva regista di
quel gioiellino di Honeymoon che ho
consigliato anche ai termosifoni di casa, quindi sono ben felice che ora sia
tornata, non solo cavalcando la visibilità offerta da una piattaforma come
Netflix, ma soprattutto con questa serie di film, il primo in particolare
dovreste davvero vederlo. Almeno per far tirare un sospiro di sollievo ai termosifoni di casa mia.

Fear Street – Parte 1: 1994 (2021)

“Fear Street – Parte 1: 1994” inizia dalla fine, visto che
dei tre film della trilogia è quello ambientato in una data più vicina a noi,
anche se devo dirvelo: lo so, siamo in tanti a pensare che gli anni ’90 fossero
mercoledì scorso, ma Padre Tempo ha fatto il suo dovere e noi nati negli ’80 e
cresciuti nei ’90, ora siamo datati, retrò, oggetti di operazioni post-moderne
come questo film, che per lo meno è citazionista certo, ma con una certa cura e
un manifesto amore per gli horror di quel decennio, infatti l’ottimo prologo
nel centro commerciale, con assassino mascherato da teschio, resta un
grandissimo omaggio allo Scream di
Wes Craven.

Non pensare di essere il più lugubre, non su un blog che si chiama la Bara Volante.

Ma fosse solo quello, “Fear Street – Parte 1: 1994” ha il
compito di introdurre anche la cornice della trilogia, la “storia di due città”
(passatemi la citazione alta), da una parte la proletaria e decadente
Shadyside, dove ogni tanto qualcuno dà di matto e ammazza qualcun altro
malamente. Insomma come Torino in qualunque giorno della settimana, solo che a Shadyside,
Ohio, hanno la scusa di Sarah Feir, una strega uccisa un secolo prima che da
allora ha lanciato il suo anatema sulla cittadina, a Torino avevamo il
famigerato boia incaricato di eseguire le pene capitali nell’attuale rondò
della forca, vale? Netflix ti ho appena dato un’ottima idea: “Fear Street –
Torino: boja faùss”, nel caso poi, ti
lascio il numero di conto corrente eh? Anzi, né?

Perfetto contraltare
di
Shadyside, la fighetta e
prospera Sunnyvale che ricorda (volutamente) la cittadina di Buffy, tanto per restare in tema anni
’90. Nessuno rappresenta meglio la divisione delle due città come la
protagonista
Deena (Kiana Madeira) depressa dopo aver rotto con Sam, che
vive sulla sponda ricca dell’Ohio, tanto depressa da voler abbandonare la banda
(sua unica attività extra curriculare), oppure passare la giornata ad ascoltare pezzi
come “Creep” dei Radiohead o “Only happy when it rains” dei Garbage, perché
Netflix ha tutti i soldi del mondo e nessuna paura di usarli, quindi la colonna
sonora è incredibile ed esaltarsi per “Fear of the dark” degli Iron Maiden o
“Hey” dei Pixies, diventa quasi un dovere, in questo effetto Spotify impazzito.

“Sono troppo giovane per morire o per conoscere i Pixies!”

Vi lascio la sorpresa (che non dovrebbe essere tale, ma Leigh
Janiak si gioca bene le sue carte) sul rapporto tra Deena e Sam, che per una
volta non sembrano (solo) una scelta dettata dalle regole di casting del 2021, ma risultano personaggi curati,
scritti più che decentemente. Se avete capito le regole del gioco, “Fear
Street” utilizza personaggi che sono degli archetipi (Scream Queens e Final
Girls, ma anche il secchione fanatico di roba di computer, oppure i due
“fattoni”) resi ormai obsoleti da “Quella casa nel bosco” (2011), ma riesce a
farci affezionare ai personaggi, quel tanto che basta che quando il sangue
arriva, non solo risulta copioso, ma anche doloroso perché a morire non sono i
soliti adolescente carne da cannone, ma personaggi con cui un minimo, ci siamo
affezionati.

L’elemento sovrannaturale rappresentante dalla strega poi,
garantisce non solo la differenza principale con Scream, ma anche il gancio principale per il resto della trilogia,
che viaggiando a ritroso come i granchi, ci porterà nel passato (sanguinoso)
della cittadina.

“Mi dispiace ma nessuna qui si chiama Sidney, forse ha sbagliato numero”

Fear Street –
Parte 2: 1978

Si dice sempre che in una trilogia il secondo atto è
quello più drammatico, vale anche per “Fear Street” che dopo il bombardamento
musicale, tipo spotify lasciato aperto sulla sezione “classici musicali di EMME
Tivì anni ‘90” (con l’immancabile colonna sonora ufficiale del genere Slasher,
ovvero “Don’t Fear The Reaper” dei blue Oyster Cult), nella seconda parte del
lungo “film a puntate” di Leigh Janiak, la storia si sposta nel 1978.

Peggio del campo chippewa non potrà mai essere.

I protagonisti incontrano l’unica sopravvissuta del
campeggio di Nightwing, quindi di fatto il secondo capitolo diventa un lungo
Flashback, come quando Roland e il suo Ka-Tet all’inizio di “La sfera del buio”
(1997), si accampano attorno ad un fuoco per aggiornare i (fedeli) lettori di quanto
accaduto in precedente. Perdonate la citazione Kinghiana, forse a Ziggy, la
rossa protagonista di questa seconda parte, anche lei fanatica di Stephen King
sarebbe piaciuta, anche se trovo bizzarro che nei romanzi di R. L. Stine, la
“concorrenza” di King continui a spuntare in questo modo, ma dall’iconografia
creata dal Maestro del Maine non si può sfuggire, troppo lunga la sua enorme
ombra. Vi avevo detto che sarebbe tornato no?

La sfida tra la sfigata Shadyside e la ricogliosa
Sunnyvale, si rinnova ogni anno anche nella battaglia dei colori del campeggio
di Nightwing, dove Cindy Berman e sua sorella Ziggy (interpretata da Sadie
Sink, lasciatemi l’icona aperta su di lei, più avanti ci torniamo) sono alle
prese con bulli locali e il mistero della strega Sarah Fier, origine di tutti i
mali.

Se il primo capitolo di “Fear Street” strizzava l’occhio
a Scream, la seconda parte è un
enorme omaggio agli Slasher da campeggio estivo, “The Burning” (1981),
“Sleepaway Camp” (1983) e soprattutto il più famoso campeggiatore di tutti, qui
palesemente omaggiato ai tempi del suo secondo film, prima che diventasse un appassionato di Hockey, tanto per capirci.

Ch-Ch-Ch-Ah-Ah-Ah

Non mancano i riferimenti a “Carrie” il romanzo di
Stephen King, descritto come se nel 1978 zio Stevie avesse già la popolarità di
oggi, ma dopo il film di Brian De Palma del 1976 non è affatto improbabile,
inoltre la selezione musicale che parte come sempre tutta matta, ci dà dentro
con pezzi di David Bowie, abbastanza logico quando la tua protagonista si
chiama Ziggy, anzi parliamo di lei.

La scelta di affidare la rossa protagonista a Sadie Sink
non può essere casuale, già famosa per il ruolo di “Mad Max” in Stranger Things, Ziggy è il personaggio
cardine su cui poggia tutta l’operazione “Fear Street”, non solo perché è il
punto di unione tra passato e futuro della storia, con il colpo di scena che
conclude, con il necessario dramma questo secondo capitolo, ma anche
con il personaggio dello sceriffo, quello che fa da filo rosso a tutti e tre i
capitoli. L’idea di affidare questo personaggio ad un’attrice resa celebre
dalla serie dei fratelli Duffer è una presa di posizione, che mette in chiaro
quanto “Fear Street” sia letteratura per ragazzi (quella che oggi viene
chiamata “Young adult” perché ci vogliono per forza parole in inglese), portata
sul grande schermo, anzi su Netflix che poi è proprio il tipo di piattaforma
che i giovani, tra serie tv e film, utilizzano di più.

“Mi avevano detto che questa era la quarta stagione di Stranger Things, qui muoiono tutti male!”

“Fear Street – Parte 2” renderà pure omaggio agli Slasher
da campeggio con cui siamo cresciuti noi. La vedo dura che gli adolescenti di
oggi conoscano Cropsy, anzi è già tanto se sanno chi sia Jason Voorhees, ma questo
capitolo ribadisce che tutta questa operazione è per loro, inoltre il secondo
capitolo ha la sfortuna di dover tirare più fili di tutti gli altri, incastrato
tra il passato da raccontare dei personaggi e il futuro (ovvero la conclusione
della storia) ancora in sospeso, per questo forse la terza parte risulta più
riuscita.

Fear Street – Parte 3: 1666

Prima di mettere fine alla maledizione della strega Sarah
Fier, bisogna raccontare la sua storia è qui “Fear Street” rischia di diventare
un po’ pedante, per fortuna Leigh Janiak sceglie una soluzione interessante,
affidando il ruolo della “giovane strega” (occhiolino-occhiolino) a Kiana Madeira,
impegnata così nel doppio ruolo e perfetta per sottolineare quando Sarah e Deena
fossero semplicemente due ragazze, vittime di due diversi tipi di caccia alle
streghe, anche se non poi tanto differenti, se non per gli anni in cui hanno
vissuto, il 1666 e il 1994.

Qui l’omaggio e ad un genere di Folk Horror più recente,
ma dimenticatevi lo splendore visivo di The VVitch, più che altro una sua versione in tono molto (ma molto) minore, che
rallenta il ritmo, sbriga le ultime parti ancora da narrare della storia prima
di tornare ai neon e alla musica a rotazione del 1994, con l’ultima parte del
film, la resa dei conti che risulta anche la porzione migliore di questo ultimo
(ultimo? Occhio alla scena sui titoli di coda) capitolo di “Fear Street”.

Se pensate che il 1666 fosse brutto, aspettare la doppietta 2020 e 2021.

Come dicevo ieri nel post su A classic horror story, quando ti rivolgi ad un pubblico molto
vasto come quello di Netflix, il linguaggio diventa inevitabilmente più
generico, bisogna sottolineare i punti chiave più e più volte e il primo
capitolo di “Fear Street” sembrava promettere un altro film quasi meta
cinematografico, non proprio come Scream
o quello diretto da Roberto De Feo e Paolo Strippoli ma quasi. Con il
susseguirsi dei capitoli di settimana in settimana, “Fear Street” ha messo
semplicemente in chiaro che il suo pubblico, non sono gli (ex) ragazzini già
grandicelli quando uscì il film con Ghostface diretto da zio Wes Craven, ma
quelli cresciuti in un mondo (cinematografico) dove gli effetti a lungo termine
della saga dell’assassino di Woodsboro, erano già radicati e avevano generato
centinaia di cloni.

Doppio ruolo per personaggi dalla vite parallele.

In cui i film “antichi” sono rappresentati da Venerdì 13 e quelli ancora più datati,
hanno come protagonista una faccia (e due occhi giganti) come la regina degli scacchi Anya Taylor-Joy.
“Fear Street” potrebbe essere per molti ragazzi quello che per noi è stato ai
tempi Scuola di mostri, un modo per
riconoscersi nei protagonisti, nei loro problemi quotidiani ma anche nella loro
passione per il cinema horror, mettendo anche un po’ alla prova le proprie
conoscenze in merito, prima di approfondire, e andare magari a leggersi il
libro da cui è stato tratto IT,
oppure scoprire che ci sono altri mostri fuori dal Conjuring-verse.

Insomma non vi sto dando dei “Boomer”, semplicemente come
cantano gli Offspring in uno dei
pezzi che partono a caso nella parte finale di “Fear Street – Parte 3”
(difficili infilarli finché la storia era ambientata nel 1666) bisogna tener
separate le due cose. L’abuso di pezzi dei Pixies nel finale invece serve solo
a dare un tocco retrò a questa operazione teorica sul cinema horror sì, ma rivolta
ai ragazzi.

“Tutto questo per noi? Ci bastava un wi-fi stabile!”

Insomma, nel giro di poche settimane Netflix ha
rilasciato film differenti come questo “Fear Street” e “A classic horror
story”, rivolti a porzioni di pubblico con differente grado di affiliazione al
cinema horror, ma entrambi pensati per riflettere in modo diverso, sulla natura
stessa del cinema dell’orrore. Mica male per una piattaforma tanto bistrattata
e per un genere storicamente etichettato (da giudici troppo superficiali) come
conservatore. Poi vabbè, per non ci sarà sempre la “Monster Squad” dei vecchi amici Black & Dekker.

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