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Fight Club (1999): fidatevi, andrà tutto bene

Prima regola del Fight Club: non essere da solo a
scrivere un post su Fight Club. Ecco perché oggi, Tyler Cassidy e Quinto “Durden” Moro hanno
iniziato a scazzottarsi per il vostro giubilo, il risultato è la rissa a pugni
e parole che segue, buona lettura ed ora… scivolate.


DISCLAIMER
Questo
commento doveva essere un dialogo, un gioco, uno scherzo tra il vostro
amichevole Cassidy di quartiere e il vostro occasionale Quinto Moro da marciapiede.
C’eravamo proposti di dialogare su questo film, ma nello spirito dell’opera a
un certo punto ci siamo fusi. Ci siamo lasciati andare a quegli stessi dialoghi
sui massimi sistemi che il film esplora. Riga dopo riga ci siamo lasciati
diventare… Tyler Durden! Un’entità unica per raccontarvi una storia che ci ha
tirato cazzotti in faccia, lasciandoci lividi dello stesso colore.



Ed ora prima di iniziare, prima regola di questo post: non si parla di questo post.
Intro
Nebbia.
Puzza di plastica bruciata. Gasolio. Cassonetti traboccanti d’immondizia indifferenziata
e grasso di vecchia liposucchiato, e quell’aroma stantio simile al pollo
fritto.
Strada piena
di buche in una zona industriale di capannoni abbandonati. Poco più in là un
quartiere residenziale dei tempi del boom economico, col cielo visibile dietro
gli scheletri dei muri senza infissi né soffitti sopra, come dopo i
bombardamenti.
Due figure nella
nebbia. La prima porta un secchiello con birre tra palline da golf come fossero
cubetti di ghiaccio, l’altra un grappolo di mazze sulla spalla. Attraversano la
strada coi volti lividi e tumefatti fino a una poltrona reclinabile color blu
fiordaliso e un tavolino a forma di Yin Yang straordinariamente nuovi, come
freschi di consegna dall’Ikea. Tirano a sorte, forbici-carta-sasso-Lizard-Spock:
uno si lancia sulla poltrona, l’altro balza sul tettuccio di una Fiat Panda
incendiata che sta lì dalla prima metà degli anni Ottanta.
Tyler
Cassidy ingolla un sorso di birra, Quinto Durden fa roteare la mazza sparando
palline contro le rovine della città immersa tra smog e luci che vanno e che
vengono.
“Allora,
dobbiamo infrangere le prime due regole del Fight Club”
“Infrangerle
a cazzotti sui denti, la parte migliore del lavoro. Ma per farlo come si deve,
dobbiamo parlare di Chuck”.



“Chuck è quello che ha detto di vestirti così?”, “Pensavo avesse detto lo stesso anche a te”

Quinto
ondeggia la mazza da golf, sussurra: “scivola” e scocca il tiro. Da qualche
parte a due isolati di distanza un vetro va in pezzi. Una gatta strilla. Un
cane abbaia di rimando.

“Ti dico una
cosa su Chuck, lui sì che sa scavare sul fondo. Smembra pezzo a pezzo la
realtà. Chi l’aveva mai visto un film parlare dei gruppi di sostegno del
cancro? Niente lacrimucce spremute, niente bon-ton politicamente corretto. No,
turismo nei bassifondi delle miserie umane. Ti metti una maschera e diventi
“Jack”, spione dalla vita qualunque che deve nutrirsi di disgrazie per sentirsi
vivo. Siamo figli di Romero amico mio, ciondolanti zombie in cerca di carne
succulenta da rosicchiare per ricavarne un po’ di vita e sangue. Te ne vai ai
gruppi di sostegno del cancro come una turista, dagli avanzi dell’altrui
sofferenza ne prendi un po’ per te stesso, perché sei diventato così apatico e
insensibile da aver bisogno d’una botta di realtà per endovena, di riflesso
dalle flebo di chi è già fottuto. C’è tutto un sottotesto politico se ci pensi”
“Fanculo il
sottotesto politico. Va tutto a fondo bello. Succhi un po’ di dolore dalle vite
degli altri per uscire dalla tua apatia. Non capita spesso che un film ti
prenda a pugni in faccia”
Tyler mi
guarda fisso: “E’ l’apatia del protagonista bello, non hai bisogno di farla
tua: sei tu. Puoi essere un grigio burocrate di carta o un assicuratore di
celluloide. Sei un insensibile insonne, uno per cui la morte degli altri è
lavoro, freddi numeri. La tua vita è Brazil senza nemmeno la
musica fuori contesto, al massimo un po’ di Pixies sui titoli di coda. Passi i
tuoi giorni in ufficio davanti allo schermo. In un periodo di tempo abbastanza
lungo, l’indice di umanità scende a zero. Puoi anche vivere porta a porta con
la disgrazia, ma se non è la tua non ti tange. Non ti fa né caldo né freddo. La
guardi dall’altro lato del corridoio. Ti chiedi come sia viverla, ma non fa
parte del tuo mondo a meno che non scegli di immergerti tu stesso. Ti ci devi avvicinare
in qualche modo. Guardi il vuoto che hai dentro ma devi fartelo raccontare da
qualcun altro. Da qualcuno che lo soffre sulla sua pelle, o qualcuno tanto
bravo da scriverci sopra un libro.”



Tyler Cassidy e Quinto Durden, durante la stesura di questo
post (seeee uguali!)

Mi sovviene
una spiegazione spicciola per chi non ha ancora visto il film né letto il
libro. Perché di cosa parla Fight Club in sostanza? Della deriva personale di
un uomo invischiato in un lavoro mediocre, tormentato dall’insonnia e
dall’apatia, che trova nella violenza delle scazzottate in un club l’àncora di
salvezza dall’oblio e dal desiderio di suicidio. Allegro no? In realtà il film è
condito da sprazzi di humour nero che rendono sopportabile la palude emotiva
del protagonista, che si trasforma in un romanzo di de-formazione e
distruzione. Più facile capire di che cazzo parlo se avete letto anche solo una
decina di pagine di Chuck Palahniuk.

La prima
volta che ho letto un romanzo di Chuck ho pensato che ora anche la nostra
generazione avesse il suo DeLillo. Fino a “Ninna nanna” (2002) solo libri uno
migliore dell’altro. “Rabbia” (2007) sarebbe stato perfetto per un film, ed è
un peccato che quel capolavoro di “Soffocare” (2001) sia stato adattato al
cinema in modo così scialbo.
La
filmografia completa dei libri di Chuck suonerebbe col tonfo sordo
d’incancreniti testicoli da golf sparati a mezz’aria, tra la tangenziale e il
confine oscuro dei quartieri spettrali dei capannoni di aziende fallite. Colpi
di tosse in sottofondo, fino a soffocare…
Curioso che
di tutte le trame deliranti e folli dei suoi inizi letterari, a Chuck sia
toccato il successo col suo lavoro più lineare, perché Fight Club lo è, per
quanto sia nitroglicerina pura fatta in casa. É un falso esordio, se il mondo
non era pronto al suo primo vero romanzo “Invisible Monsters”. Troppo bizzarro,
tosto come solo sa essere la realtà che supera la fantasia.
L’idea per
Fight Club nacque da un diverbio per schiamazzi con i vicini di piazzola al
campeggio, una situazione da romanzo di Palahniuk risolta alla Palahniuk: una
randa di botte incassate, e il giorno dopo al lavoro nessuno dei colleghi
chiedere dei lividi in faccia. Realtà che supera la fantasia, in un mondo di
personaggi reali, alienati, umani disumani in una società che come
Martha Stewart sta lucidando le maniglie sul Titanic. Un reale, farraginoso
meccanismo oliato solo per schioccare nello sparo a vuoto dell’empatia mancata,
che suona sorda come i pugni negli scantinati del Fight Club. O come la colonna
sonora di Titanic.
Aperta
parentesi: nei deliri a cavallo tra il mondo reale e quello di fantasia c’è
gente che gode nel pestare gli altri al suono di “My heart will go on” di
Celine Dion, tutto documentato ne “La scimmia pensa la scimmia fa”, verace
testimonianza made in Palahniuk. E tra i corsi e ricorsi storici più
improbabili della storia del cinema, beccatevi la fiatella da freezer di Eddy
Norton nella grotta della meditazione di Fight Club, clonata da quella di Leo
Di Caprio che crepa sul Titanic, appiccicata in post produzione (storia vera!)


Problemi d’insonnia? Hai provato a contare i pinguini prima di addormentarti?
Due ombre se
le danno di santa ragione in un parcheggio deserto. A un certo punto si
avvicina un procuratore della 20th Century Fox in giacca e cravatta e chiede di
partecipare per accaparrarsi i diritti del romanzo di Chuck. Il primo a
schivare il cazzotto è Peter Jackson dal set di “Sospesi nel tempo” (1996), poi
Bryan Singer si accascia spompato prima d’iniziare il combattimento, e si
finisce sui pugni più duri, quelli di David Fincher. Certo ci avrei messo la
firma per vedere un Fight Club diretto da Danny Boyle, ma tra due registi da
Postalmarket patinato, c’è toccato quello che più si avvicina per compostezza e
follia celata al nostro alter-ego Tyler Durden (avete mai visto in faccia
Fincher? Non vi dà l’idea del buon ragioniere con un machete nel comodino e un
cadavere nell’armadio?)
Fincher mette in
vetrina mobili scandinavi, facce gonfie, elastici per lo scroto e omicidi con
la stessa logica. Con Jim Uhls alla sceneggiatura cambia i connotati quanto
serve alla trama di Palahniuk. Film e libro finiscono per diventare
complementari, con le soluzioni di Fincher che finiranno per risultare le più
anarchiche, rispetto a un racconto sì originale e bizzarro, ma piuttosto
lineare nello schema di base.
Fight Club
non l’ho manco visto al cinema, ma ero curioso di vederlo, avevo letto gli
articoli promozionali sulle guide tv tipo “Sorrisi e Canzoni” e lo recuperai
solo anni dopo in vhs. Mi piaceva la locandina con il sapone e i nomi
coinvolti, la prima settimana penso di averlo visto almeno tre volte (storia
vera). Me lo sparavo più volte al mese. Divenne… una droga. La mia sbronza
settimanale per acquistare un po’ di lucidità.



We’re living in repetition / Content in the same old shtick again (cit.)

Edward
Norton nei primi Duemila era l’attore caldo, quello che sembrava destinato a
dominare la scena. Veniva da “American History X” e “Schegge di follia”.
Ed io ero il piccolo centro dell’universo che bucava la scuola per vedere i
film con Ed Norton e quelli con Denzel Washington. Avevo un amico in fissa che
mi ripeteva “ma quant’è bravo Edward Norton?”.

Erano gli
anni delle vecchie pay-tv pre Netflix. Si registrava su vhs alla mezzanotte
prima, si bucava la scuola l’indomani per guardare il film e si andava in
videoteca a cercare altra roba. Ho visto una miriade di suoi film, ciofeche
incluse. Di Fincher invece, ogni volta mi garbava più la sceneggiatura e il
cast della regia in sé. Magari è anche un pregio per un regista, non essere
“invasivo”, puntando tutto sul ritmo dei dialoghi e sui personaggi. Certo sa
come valorizzare gli script. Basti pensare a “Zodiac” e “The social network”
che hanno un ritmo ipnotico, in altre mani non avrebbero funzionato così bene. Ha
quella capacità che hanno solo i grandi, di saper cavare sangue pure dalle
rape, portando gli attori in stato di grazia.
Pitt nel
ruolo di Tyler fu una sorpresa. All’epoca avevo un certo pregiudizio su Pitt,
tipico divo belloccio da film commerciali. Ma Pitt è diventato quasi un
antidivo, nel senso che non ha il protagonismo ingombrante dello stare sempre
da solo sullo schermo, alla Tom
Cruise che si mangia tutto e troneggia su tutti. Brad ha recitato
spessissimo accanto ad altri grandi attori, penso che abbia attinto molto dalla
fama e dal talento altrui, dai primi film come “L’ombra del diavolo” e L’esercito delle 12 scimmie, fino a “Seven” e Spygame. O perfino nella saga
degli “Ocean’s”. Mi vengono in mente ben pochi film in cui lui sia protagonista
assoluto, o comunque non i suoi maggiori successi. È un buddy actor, uno che dà il meglio in compagnia. Uno che voleva
scrollarsi di dosso l’etichetta del belloccio, con l’apice della distruzione in
Fight Club, da canticchiante e danzante merda del mondo che davanti al cartello
pubblicitario di un maschietto dal fisico scolpito si stranisce: “così dovrebbe
essere un uomo?”
Pitt, per
essere uno universalmente riconosciuto come l’ideale maschile di figaggine, ha
una gran propensione a rovinarsi. Per “Fight Club” si è fatto scheggiare il sorriso dal dentista
per la parte, e ha davvero imparato a
fare il sapone in casa, caso mai gli andasse di far saltare in aria la 20th
Century Fox. Sean Penn, prima scelta di Fincher per il ruolo, non avrebbe
funzionato allo stesso modo.



Questa immagine la dedichiamo alle lettrici della Bara Volante (tutte e quattro)

Ma alla
fine, meglio il libro o il film? Ecchissenefotte, se il film è pieno di frasi che
hanno plasmato la mia filosofia di vita: quando stai morendo la gente ti
ascolta veramente anziché aspettare il suo turno per parlare, le cose che
possiedi alla fine ti possiedono, siamo i figli indesiderati di Dio o il mezzo litro di sangue che puoi ingoiare prima di vomitare. Se ti ritrovi a
sanguinare è molto comoda da ricordare. Ché tutti s’ha un po’ da sanguinare, se sette ottavi
della tua vita adulta somigliano alla prima scena del film, con la pistola in
bocca con cui ti esprimi solo a vocali, e non sai se parlando finirai per farti
esplodere la testa.

Nel mare
magnum di trovate, frasi ad effetto e Meat Loaf con le tettone si tende a
dimenticare un’informazione chiave: il narratore, Jack/Ed Norton, che non
riesce a dormire, chiave di volta per il colpo di scena finale. De Niro in
“Taxi Driver” (1976) girava di notte tra monologhi interiori e strani incontri,
e più il suo cervello macchinava, meno dormiva. Ma se Travis Bickle ha avuto
una guerra a traumatizzarlo, Jack/Norton in quanto figlio di mezzo della storia
è parte di quella generazione che non ha avuto la Grande Guerra, ma solo una
grande depressione. Un personaggio che cerca una risposta fisica, un dolore
reale in risposta a quello interiore. Una rottura con il sistema quanto quella
di Travis in “Taxi Driver”. Ecco perché “Fight Club” è diventato un classico
immediato: parla della crisi dell’individuo e della società, dell’isolamento,
della solitudine. E nello specifico parla di solitudine maschile, in un mondo
in cui il rovescio per la legittima emancipazione e riconoscimento dei traumi
femminili sembra dover passare dalla negazione di quelli maschili, piuttosto
che da un comune riconoscimento della società come male comune.



Ridi, e il mondo riderà con te. Piangi, e piangerai da solo (cit.)

Eppure, il
film si presta alla critica sessista se nel libro il personaggio di Marla era
tanto più centrale, e diventa qui una bizzarra icona secondaria. Il film si
concentra sulla sola cresciuta spirituale di Jack, capace di lasciare nella più
bieca indifferenza il pubblico femminile, visto che riduce Marla alla
fidanzatina disadattata con un ruolo marginale. Fincher aveva bisogno di non
destare sospetti sul colpo di scena, quindi ha ridotto all’osso l’utilizzo di
Marla, che però entra sempre in scena risultando vistosa e ingombrante,
ennesima conferma che quando Helena Bonham Carter sta lontana dal marito Tim
Burton, brilla.

Marla è la
sabbia negli ingranaggi del protagonista, quella che fa saltare per aria la sua
mezza truffa dei gruppi di sostegno, e fa da cortina fumogena per il pubblico,
ecco perché è così sopra le righe. Alle prime proiezioni di prova la sua frase
“voglio un aborto con te” fu sostituita perché ritenuta troppo estrema. Fincher
preferì farle dire “non mi scopavano così dalle elementari” (storia vera).
Piccoli compromessi se vuoi mantenere un Tyler proiezionista che infila cazzi
presi dai porno nelle pellicole per bambini (lui, novello Walt Disney), mentre Fincher
lavora ai fianchi del pubblico stordito e ammirato da personaggi esagerati e
frasi da imparare a memoria.



Helena Bòna Carter

Il Fight
Club non è l’esaltazione di uno sfogo fisico e violento. È un percorso
terapeutico per il recupero delle sensazioni umane giocato sulle manie
dell’umanità moderna, dal nido IKEA alle illusioni guaritrici della meditazione
autogena. La società che si fa malattia d’isolamento, l’isolamento da guarirsi
nella ricerca della vicinanza con gli emarginati sociali, gli ultimi, i
derelitti, i malati. Marla. Chloe. E non c’è spazio per invertebrate ricette
d’ottimismo buonista. C’è il grottesco del dividersi i turni da turisti della
sofferenza ai gruppi di sostegno. La scena in cui Marla e Jack si dividono i
gruppi in base alle malattie (“non puoi avere l’intero cervello è troppo
grande!”) è un asteroide di critica sociale scagliato nella gola di chi è
abituato ad ingoiare solo pillole.

E’
un’umanità senza direzione in una società senza direzione, che trova da sé la
strada ripartendo dalla brutalità viscerale dell’uomo: la violenza, il
pestaggio, senza glorificazioni da maschi alfa. Non c’è vittoria. Nessuno vince
niente. Menarsi è una risposta istintiva ad un problema più grande, la classica
soluzione da portatori di cromosoma Y. Sono arrabbiato? Tiro un calcio al frigo.
(Non vorrei che passi un messaggio di odio verso i frigoriferi, perfetti per
conservare sapone e birra.)
I maschi del
film cercano nel “Fight Club” un ritorno alle origini, la loro vita è tutta una
copia di una copia di una copia. Saper fare a botte, usare le mani anche per
lavori manuali (come fare il sapone), è un ritorno alle origini dopo essere
diventati molli, polli d’allevamento sotto luci al neon da ufficio. Perciò il
Narratore Jack, imbolsito e schiacciato da una vita esangue si aggrappa a Tyler
Durden: sicuro di se, che segue le regole di nessuno ma crea le sue. Una
gigantesca fantasia escapista: trovare se stessi, la ragazza giusta, fare
qualcosa di grosso che vada oltre l’ordinario lavoro, una reazione a quel non
sentire più niente.
Ed ancor più
che una fantasia escapista, è una fantasia sovversiva. Nasci in un mondo che
non ti rappresenta. Che tradisce tutto ciò che ti promette. Il mondo dei nostri
padri col mito del posto fisso e della pensione è svanito prima ancora che
potessimo conoscerlo. Il mondo che ci hanno promesso divorato dal mondo che ci ritroviamo davanti, allora cos’altro resta se non distruggerlo?



Sono la canticchiante e danzante voglia di spaccare la faccia a Jared Leto di Jack.

Se il film è
ancora attuale è perché alla generazione di Tyler non basta più, e alla nostra
generazione non spetta più. Così siamo di nuovo noi i figli di mezzo di
“questa” storia. Di nuovo senza uno scopo – il posto fisso, la pensione – né un
posto. Non è il nostro scopo perché ci hanno insegnato a volere più prima, ora
che ce n’è di meno. E il nostro scopo non è più tale se il sistema non può più
offrircelo oggi. Qual è la soluzione? Arredare la prigione con i mobili IKEA o provare a mandarlo a gambe all’aria? Fottere il sistema, questo è il
senso del Fight Club prima e del Progetto Mayhem poi. Il fatto è che, crescendo
in quel mondo lì, il senso di colpa avanza.

Le frasi di
Tyler raccontano in modo crudo e brutale certi passaggi della vita di un
ragazzo, il rapporto con la paternità, con le donne, o il racconto che vale per
un paio di generazioni dell’essere i figli di mezzo della storia, senza uno
scopo né un posto. Il film è uscito nel 1999 e quelle frasi valgono ancora per
tutte le generazioni post crisi economica. Crisi sociale, famigliare, crisi di
qualsiasi cosa. Qualcosa vorrà dire.



A livello di
regia, Fincher ogni tanto si mette a fare il figo, tipo in uno dei miei
monologhi preferiti “tu non sei il tuo lavoro”, fa tremare l’inquadratura, e ai
lati si scorge la dentellatura della pellicola, come a creare quest’illusione
metacinematografica del racconto. Ci sta facendo vedere un film montato da
Tyler Durden. Durante il monologo di Tyler “siamo cresciuti convinti che
saremmo diventati miliardari, divi del cinema, rockstar”, nel momento in cui
dice rockstar Brad si trova giusto
faccia a faccia col biondissimo Jared Leto, pseudo-rockstar all’epoca. Fincher
ha flirtato col mondo della musica scritturando Jared Leto e Meat Loaf. Anche
se pensando ai “30 seconds to Mars” faccio subito il tifo per Edoardo Anti-virus.

“Fight Club”
è diventato un classico anche per queste trovate, poi avendo il DNA di
Palahniuk nelle vene resta un animale guida molto strano, una bestia unica. Ora
se guardate per un attimo qui sotto, potreste vedere come un bagliore rosso,
veloce come un battito d’ali di un colibrì, crederete di non averlo visto ma è
proprio qui, il logo dei Classidy.




Ed ora che
ci siamo dati le pacche sulle spalle, infrangiamo la prima e la seconda regola
del Fight Club a dovere, beccatevi un destro sui denti e un jab sinistro che
significa… SPOILER!
..In Fight
Club Edward Norton ha le turbe, non esiste nessun Tyler Durden (Cit.)
Ora, se lo
avete visto, e poi rivisto, capite che il film si spoilera subito: “io questo
lo so, perché lo sa Tyler”. Eppure quando il colpo di scena arriva è comunque
un WTF enorme. Personalmente lo trovai poco convincente e meno scioccante de
“Il Sesto Senso” per dire.
Ma se
Shyamalan giocava coperto, Fincher andava all’attacco esponendosi molto di più,
facendo sorgere dei dubbi grossi al protagonista (e al pubblico). L’auto rossa
fiammante con cui Tyler lascia l’aeroporto, da dove è uscita? Oppure
l’affermazione sul primo combattimento con Durden, quando il protagonista
finisce per picchiarsi da solo nell’ufficio del capo. Indizi chiari, ma Fincher
è bravo a dare ritmo al film e a non lasciare al pubblico il tempo per troppi
sospetti. Per non parlare di certe robe che a rivederle oggi fanno un grande
effetto: l’inquadratura in cui appare per la prima volta Tyler è un tocco di
classe (quel movimento di MDP in aereo, in cui Norton sembra “sdoppiarsi”
mostrando poi Pitt sullo sfondo: inquadratura quasi Leoninana, che mi ha fatto pensare a quando il cattivo Henry Fonda
si rivela in C’era una volta il west)
Il “tema del
doppio” in Fight Club è diverso dal solito: “tutti i modi in cui volevi essere,
quelli sono io”. In una società spersonalizzante, in cui costruire la propria
identità passa da un processo che non è più la costruzione granitica di se
stessi, ma trovare il proprio posto in un mondo che non offre più direzioni e
identità precise cui ispirarsi, l’identità diventa l’adattabilità del caos. Poi
diciamolo, se avessimo dovuto sceglierci un alter ego vincente nel 1999, voi
chi avreste scelto? Io Michael Jordan, ma sono sicuro che Brad Pitt sarebbe
stato un articolo molto venduto.
Tyler non è
nessuno, diventa qualcuno nella sua reazione al mondo che lo circonda, e
reagisce cercando di distruggerlo, nella speranza di raderlo al suolo per
poterlo magari ricostruire più a misura di se stesso.



#AndràTuttoBene

E i difetti?
Certo che ne ha, tipo che la voce fuori campo cita frasi a caso dal libro giusto
perché sono fighe. Il peggior difetto è la trasformazione da romanzo di
formazione autodistruttivo in storia d’amore fra Tyler e Marla, alterando in
parte il senso della storia. Nel libro il rapporto tra Marla e Tyler era più
equilibrato, le prime due ore del film invece sono concentrate nella relazione
interiore di Tyler, e Marla è un elemento accessorio che riemerge solo nel
finale. Svariate parti del libro che coinvolgono Marla (frasi, dialoghi,
situazioni) sono traslate su Tyler. Fincher sapeva di aver bisogno di un espediente
simile per rendere il film più spendibile, ma la favoletta d’amore tra
disadattati non l’ho mai digerita fino in fondo. Anche se fanno effetto questi
personaggi che per tutto il tempo sono stati asettici gli uni con gli altri,
fottendosi, insultandosi o semplicemente ignorandosi, ma nell’ultima scena
fanno un gesto umano, tenendosi per mano.

Questo
finale così diverso da quello del libro, con l’esplosione finale dei palazzi mi
ha sempre conquistato. Ha fatto invecchiare il film tristemente bene a causa
dell’11 settembre e della grande crisi del 2007-2008.
La
canticchiante e danzante voglia di distruggere di Jack parla del mal de
vivre
 in maniera pop, acida, e se uscisse oggi sarebbe un triste
generatore di meme. Ma potremmo sempre procurarci del succo d’arancia e fare un
po’ di Napalm. Ché c’è tanto da bruciare a questo mondo.
Your head will collapse
But there’s nothing in it
And you’ll ask yourself
Where is my mind?
Where is my mind?
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