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Fiore di carne (1973): Cinema dei Paesi Bassi (in tutti i sensi)

Cavalcando
l’andamento della filmografia del mio secondo Canadese preferito, questa Bara
Volante si è ritrovata a viaggiare a latitudini ed altezze diverse da quelle
solitamente percorse, la rubrica su Cronenberg che è stata molto apprezzata
(grazie infinite!) ha portato qui sopra anche film più autoriali della media
dei titoli pane e salame che tratto di solito.

Proprio per
questa ragione, mi sono ritrovato a pensare ad un altro regista il cui cinema
ha caratteristiche per certi versi paragonabili a quello di Cronenberg, ma la
sua filmografia ha avuto un percorso opposto a quella del Canadese, ovvero
iniziata con film d’autore meno noti per terminare con grossi titoloni
finanziati dagli americani.

Insomma, se
guardandovi intorno vi sembra di vedere la terra dove di solito dovrebbe stare
il cielo è perché questa Bara volando si trova nell’apice di un giro della
morte eseguito su se stessa, per imboccare nuovamente la pista di atterraggio,
uscire da questa complicata metafora aerea in cui mi sono infilato e completare
idealmente il percorso iniziato con il Canadese, per qualche mese mettiamo via
la bandiera con la foglia d’acero e issiamo quella Olandese.
La tradizione
della seconda metà dell’anno della Bara, è quella di rendere omaggio ad un
regista molto amato, ma forse meno celebrato del solito, l’anno scorso è stato
John Mctiernan (altro giro di inchini per il vostro apprezzamento), mentre
quest’anno ho pensato di optare per Paul Verhoeven.



“Cassidy ma che ti ho fatto di male?”.

Complice anche il
compleanno di un paio dei suoi film più grossi, Verhoeven mi è sembrata la
scelta ideale, anche perchè mi sono reso conto di aver amato
moltissimi dei suoi film, di conoscere molto bene la seconda parte della sua
carriera, ma della prima? Mistero totale, riuscirò a scrivere di un regista di
cui conosco metà della filmografia? Lo scopriremo insieme, oppure mi vedrete
schiantae tentando di completare il giro della morte, nel caso è stato un
piacere suonare con voi.

Anche perché sono
convinto che la curiosità sia una delle armi a disposizione di un appassionato di
cinema, mi sono sempre ripromesso di recuperare i film mancanti di Verhoeven e
questa mi pare un’ottima occasione, anche perché l’Olandese è molto amato e sono
certo di non essere l’unico a non aver visto tutti i suoi film, quindi penso
che potrebbe interessare a molti lettori, per questo oggi iniziamo: benvenuti!
Avrei potuto sollevare un polverone, invece ho preferito… Sollevare un Paul Verhoeven!



Paul Verhoeven,
classe 1938, probabilmente il più famoso ed influente cineasta mai sfornato dai
Paesi Bassi, uno che fin dagli esordi ha sempre fatto del cinema che parla
proprio dei Paesi Bassi, intesi come nazione, ma anche come parte del corpo
umano da cui nascono gli istinti, sesso e violenza gli attrezzi principali con
cui produrre arte, armato di umorismo, satira politica e sociale e una libertà
sessuale considerata perfettamente normale in Olanda e vista come fumo negli
occhi dai bacchettoni del resto di questo gnocco minerale su cui abitiamo. Cosa
ci volete fare? A me i registi piacciono estremamente riconoscibili, dotati di
carisma e soprattutto controversi, direi che il buon Paul risponde
perfettamente all’identikit.

Dopo una gavetta
con i cortometraggi, Verhoeven esordisce al cinema con alcuni film non proprio
semplici da scovare come “Wat zien ik!?” (1973) che da noi con perfetta
traduzione anni ’70 diventa “Gli strani amori di quelle signore”, una commedia
su due prostitute di Amsterdam che non ho visto causa problemi di reperibilità
del film, ma che apre la via a Verhoeven verso il cinema e inizia la sua
collaborazione con il direttore della fotografia Jan de Bont, anche lui in
seguito approdato negli Stati Uniti sia come regista che come direttore della
fotografia di un paio di titoli che mica da ridere (Trappola di cristallo e
Caccia ad Ottobre Rosso, scusate se è poco).
Ma è nel 1975 che
il nome di Paul Verhoeven finisce definitivamente sulla mappa geografica,
accade con una storia, forse la più semplice e replicata non nella storia del
cinema, ma dell’umanità, una storia che si potrebbe riassumere come: un ragazzo
incontra una ragazza.



Eccoli qui, lo jongen e la meisje protagonisti di questa storia.

Come fai a dare
carattere alla storia più trita e ritrita del mondo? Basta lasciar fare a Paul,
che essendo sempre stato di suo un timido la tocca piano, decide di adattare
per il grande schermo “Olga la rossa” (Turks fruit, 1969) caposaldo della
letteratura olandese del ‘900 scritto dallo scrittore, scultore e pittore
Olandese Jan Wolkers ed ispirato al suo tormentato matrimonio.

Un romanzo che
alla sua uscita fece scandalo per via dei dialoghi espliciti, l’alto contenuto
di scene di sesso e un modo di trattare la malattia spiccio e diretto. Il libro
di Wolkers è talmente un’istituzione olandese che viene fatto leggere nella
scuole ed ora vi lascio il tempo per riflettere: LORO la storia dello scultore
hippy e della bella rossa che si amano in tutti i modi possibili, si sposano e
poi si amano ancora un po’, NOI Renzo e Lucia, la peste, Don Abbondio, un matrimonio
che “Non s’ha da fare”, ma che soprattutto non si consuma mai. Poi chiedetevi
perché LORO hanno quel tipo di libertà sessuale e NOI siamo dei bacchettoni
moralisti.



Questo supera l’ardire anche degli stuntman Indonesiani di “The Raid”.

Verhoeven
rispetta in pieno il contenuto del libro, non tira via la mano sulle scene di
sesso, anzi non tira via la mano su niente, il risultato è un successo di
pubblico esagerato in patria, pare che nel 1975 il 27% della popolazione olandese aveva visto questo film in sala, praticamente il sogno bagnato della
distribuzione, consacrato dalla nomination all’Oscar come miglior film
straniero lo stesso anno.

Il titolo
originale di libro e film, “Turks fruit” si riferisce a quei dolcetti Turchi,
che sicuramente hanno un nome, ma che tanto non saprò mai pronunciare (figuriamo
scriverli), magari li avete visti in giro, sono dei quadratini gommosi
ricoperti di zucchero a velo, i gusti variano dal pistacchio al limone, una
bomba atomica per le papille gustative come solo la pasticceria Turca sa
essere, noi Italiani ci facciamo perdonare qualche lacuna con pizza e
spaghetti, loro lo fanno con i dolci.



Ecco questi cosi qui, se qualcuno sa come si chiamano me lo dica, mi fareste un piacere!

Dolcetti dal
gusto forte che nel doppiaggio italiano del film diventano “Canditi”, mentre dal
titolo spariscono proprio in favore di un misterioso “Fiore di carne”, oddio
nemmeno troppo misterioso, penso sia chiaro a quale “Fiore” ci si riferisca,
che con il film in sé c’entra il giusto, sembra più un’invenzione pruriginosa
degli italici titolisti per cavalcare le scene di sesso del film. Tranquilli,
non sarà l’unico ritocco italiano ai titoli di Verhoeven, ma vi ricordo loro i
libertini Olga ed Erik noi Renzo e Lucia sposini timidini.

Come avrete
intuito dall’inizio (e dal resto della sua filmografia), quando distribuivano
la timidezza Verhoeven è rimasto a letto (probabilmente non a dormire), quindi
per un libro così amato e il suo primo film davvero in vista cosa fa? Prende
due totali esordienti per il ruolo dei protagonisti, dimostrando fin da allora
uno dei suoi più sottovalutati talenti come regista: quello di azzeccare non
solo le facce giuste, ma di saper far splendere sul grande schermo gli attori,
lanciando anche un paio di carriere notevoli.
I due esordienti
in questione sono l’allora 21enne Monique van de Ven, semplicemente perfetta
per la parte di Olga, mentre per quella di Erik, viene scelto un ragazzotto
biondo di 29 anni di nome Rutger Hauer, penso che abbiamo già sentito questo
nome da qualche parte, mi dicono abbia faccio un paio di cose interessanti in
carriera.



I absolutely love you, but we’re absolute beginners (Cit.)

Cosa dico sempre?
Che i primi cinque minuti del film sono quelli che ne determinano tutto
l’andamento, quelli di “Fiore di Carne” sono MICIDIALI. Pronti via Rutger spara
ad una bella rossa (che spreco) e a quello che sembra essere il suo amante, non
è chiaro se si tratta di un sogno o qualcosa che è successo davvero, sta di
fatto che gira nudo per casa, ha altri strambi pensieri omicidi poi si masturba
sulla foto della rossa Olga di cui sopra (Monique van de Ven) mosso da parti
uguali di libido e disperazione per aver perso la donna della sua vita. Tutto
questo e siamo solo al terzo minuto del film!

Sì, perché Erik è
uno sculture molto, qualcuno direbbe bohémien, che per qualche misteriosa
ragione ha perso la sua Olga, però ha un modo tutto suo di disperarsi, giacca
di pelle, pantazampa anni ’70 e una zazzera bionda che lo fa sembrare l’Hansel
di “Zoolander” scende in strada e rimorchia una mezza orientale, poi non pago
s’infila in auto di una sconosciuta e poi insieme dritti a letto. Il nostro
Erik non ne lascia indietro una, nemmeno la mammina con il bimbo nel
passeggino ed è meglio non vi dica come fanno a far “Dondolare” la culla del
piccolo.



Rutger se la comanda impegnato a spassarsela.

Tra peli pubici
tagliati e collezionati in un grosso album dei ricordi e metaforiche banane
affettate, il nostro Erik non è certo un timidone, ma nemmeno Paul Verhoeven!
Per altro, pare che il film fosse ancora a ricerca di finanziatori quando il
regista aveva già iniziato a girare, per trovarne qualcuno Verhoeven li invitò
sul set per vedere tutti al lavoro, sfiga! I “Paperoni” arrivano proprio mentre
Rutger sta girando la scena in cui, per lasciare un ricordo di sé ad una delle
sue amichette, con carta e penna disegna la sagoma del suo… Vabbè avete capito,
su un foglio. Non riesco a non immaginarmi Verhoeven con la calma di un
qualsiasi giorno di lavoro che dice: «Quello invece è il nostro attore
protagonista, impegnato a disegnare il suo popparuolo su un foglio, ah è un
talento, farà strada, credetemi!».

Un ragazzo destinato a vedere cose che noi umani… Il resto la sapete.

Verhoeven
attraverso il personaggio di Erik ci mostra l’uomo bestiale mosso dai suoi
istinti che sarà un po’ il tratto comune di molti dei suoi protagonisti, ma il
biondo è anche l’occasione per piazzare stoccate alla società borghese. Sì,
perché Erik è totalmente disallineato, il suo comportamento è sincero e senza
filtro, ma anche incompatibile con una società che preferisce edulcorate bugie
a schiette verità, in questo senso la scena in cui Erik deve scolpire su
commissione la resurrezione di Lazzaro è significativa, il biondo riempie il
corpo di vermi, perché è logico che dopo tre giorni passati da cadavere sia
ricoperto di vermi, no? Semplice logica che, però, non viene apprezzata.

Allo stesso modo
Paul Verhoeven usa la sua di arte, il cinema, per scuotere le coscienze dei ben
pensanti, “Fiore di carne” inizia fortissimo e per la prima metà ha un ritmo
davvero invidiabile, ma entra davvero nel vivo quando in scena arriva Olga. La
ragazza da un passaggio ad Erik (dare un passaggio a Rutger Hauer? Bruttissima idea!!) e nel tempo tecnico
di trovare la prima piazzola i due finiscono sui sedili posteriori, con
Verhoeven che conclude la scena mostrandoci il getto di acqua schiumata sparato
sul parabrezza dell’auto, aggiungete pure sotto la voce “Velate metafore”.



Questo potrebbe essere l’inizio di un horror (o di un porno).

Peccato che poi
Erik dopo aver finito rivestendosi in fretta faccia l’errore letale, quello
davvero temuto da tutti noi maschietti, ovvero tirare su fortissimo la zip dei
jeans e… Se siete possessore di cromosoma Y (e non solo di quello) in questo
momento avete le mani sull’inguine, lo so sono dolori.

Lo spasso è che
la povera Olga deve andare in giro a cercare una pinza per liberare la parte
più preziosa del corpo del suo nuovo amato.



“Fammi dare un’occhiata come va li sotto” , “Lascia stare cara, sono in un momento difficile”.

Verhoeven non
lascia indietro niente, ci mostra le pinze restituite sporche di sangue,
mentre il rapporto tra i due innamorati prosegue ed entra in scena l’odiosa
mamma di Olga, “Fiore di carne” diventa un tripudio di scene estremamente
fisiche e visive. La suocerina porta il barboncino a spasso, Verhoeven ci
mostra la bestiola mentre fa la cacca, Olga ed Erik vanno a vivere insieme? Il
buon Paul ci mostra i loro dialoghi da innamorati con lei seduta sul cesso
impegnata a fare, beh quella grossa.

Per Verhoeven è
chiaro che come umani possiamo essere pieni di vita e molto presi da noi
stessi, ma spesso anche un po’ ridicoli (Erik e il dramma della zip), per il
regista Olandese la classica storia d’amore “Un ragazzo incontra una ragazza”,
quello che di fatto è una struttura ultra classica fatta di due che si incontrano, si
amano, si sposano, si lasciano e poi si ritrovano, passa per forza da tutta un
serie di istinti umani estremamente visivi e carnali. Perché quando sei
innamorato di una persona, quella persona le desideri in ogni modo, ci vuoi
fare insieme le cosacce e poi appena hai finito lo vuoi rifare di nuovo, perché
l’amore non è quel sentimento casto, caramelloso e pettinato che troppo spesso
al cinema vediamo (anche perché censura e perbenismo quello ci concedono), ma è una forza propulsiva che parte dai paesi bassi (del corpo) e ti
sconvolge, ci voleva uno che dai Paesi Bassi ci veniva davvero per
ricordarcelo.



“Che ne dici di coprirti un po’ cara, stanno per vederci il 27% degli Olandesi”.

L’amore tra Olga
ed Erik è gioioso e pieno di vita, i due ragazzi si desiderano e Verhoeven si
diverte ad scagliare la loro adolescenziale voglia di vivere (e scarso
controllo sugli ormoni) contro i moralismi della società olandese, la scena
dell’inaugurazione della statua scolpita da Erik di fronte alla regina, con
Olga e il suo vestito che le copre a mala pena il seno sembra più vicina alle
nostre commedie scollacciate o ai film di Tinto Brass, ma centra in pieno il
bersaglio urlando forte il suo messaggio.

Monique Van de
Ven è davvero perfetta, non credo di averla mia vista in nessun altro film, qui
risulta sensuale senza essere la vostra classica bellezza cinematografica,
Verhoeven che l’ha voluta a tutti i costi per il ruolo, è anche bravissimo a
trasformarla in un personaggio realistico anche nei suoi cambi di umore. In questo
senso, la scena della litigata e del successivo vino sorseggiato sotto una
pioggia torrenziale dai due innamorati è bellissima, uno schiaffo alle scene
romantiche insipide che popolano il cinema.



Rutger Hauer lo specialista delle scene memorabili sotto la pioggia.

Mentre Rutger
Hauer fin da questo suo esordio già dimostra la propensione ad affrontare in
modo fisico il cinema e i suoi personaggi come ha sempre fatto per tutta la sua
carriera, non importa se parliamo di ruoli d’azione o delle scene di sesso che vedono impegnato Erik, insomma il
grande Rutger è sempre una garanzia.

Nella seconda
parte “Turks fruit” prosegue l’inevitabile struttura di una storia stravista
come “Un ragazzo incontra una ragazza”: si litiga, ci si scontra con il resto
della famiglia, ci si lascia, con la barra del film virata verso il più classico
dei melodrammi, ma sempre con la volontà di provocare lo spettatore e criticare
la società, tipica di Paul Verhoeven, quindi mettete in conto gente che vomita e
collassa in bagno, litigate farcite di insulti e scene di sesso che sembrano
più vicine a delle mezze violenze sessuali, se tenete a mente anche il
barboncino e le pinze di cui sopra, è chiaro che “Fiore di carne” non è “Love
Story”, ma con il suo approccio sanguigno (in tutti i sensi). Però, è il “Love
Story” perfetto per la Bara Volante, siamo piuttosto pane a salame da queste
parti.



Fun fact: Non avendo a disposizione un coletello delle “SS” per rifare la scena del libro, Verhoeven ha portato tutti in spiaggia per improvvisare questa scena.

Nel finale il tono diventa diverso, Verhoeven è bravissimo a farci capire che i personaggi sono
cambiati, cresciuti, ma comunque si cercano ancora, il regista olandese è
bravissimo a non tirare il finale di questo melodramma troppo per le
lunghe perché non è certo uno interessato a fare il cinema dei lacrimoni, al
massimo agrodolce, con punte dolcissimi, come i dolcetti turchi di cui non
conosco il nome, che nel finale hanno proprio il ruolo di portare il dolce di
una scena amara.

Risultato finale? “Fiore
di carne” mi è piaciuto oltre le mie aspettative, fin dal suo primo grande
successo Paul Verhoeven ha dimostrato un estrema coerenza nei contenuti del suo
cinema e il piglio giusto, se tutti gli altri film della prima parte della
carriera dell’Olandese somigliano a questo… Beh, era ora che mi decidessi di
recuperarli! 
Restate da queste parti, ne arriveranno altri.
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