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First Man (2018): Lu Lu Luna (I’m in the sky tonight)

Più o meno è dal 2017 che vengo perseguitato da un
ritornello che fa La La La La La Land. Ogni tanto spunta fuori qualcuno che ci
tiene a ribadire che La La Land è
tipo il più grande film della storia del cinema o più di lì, adducendo
motivazioni incredibilmente convincenti tipo: “Ha dei colori bellissimi e poi
le canzoni signora mia e il piano sequenza… Però i colori!” “Quanti bei colori,
godere dei fiori, che bello!” (cit.).


Su La La Land mi
sono già dilungato, non è necessario ripetersi, anche perché personalmente sono
ancora convinto che Whiplash fosse un buon film, in cui Damien Chazelle aveva
dimostrato carattere e idee chiare. Insomma, il suo nuovo lavoro, “First Man”,
da noi “First Man – Il primo uomo”, con il sottotitolo che vince il premio G.A.C.
(Grazie Al Cazzo), poteva anche interessarmi, perché il tema mi piace e per la
concreta possibilità di non vedere di nuovo quel ciocco di legno di Ryan
Gosling fare finta di saper ballare.

Tratto dal libro biografico di James R. Hansen, sulla vita
di Neil Armstrong (no, non il ciclista), la sceneggiatura di “First Man” è
farina del sacco di un professionista delle storie vere portare al cinema, Josh
Singer che, ultimamente, ci ha regalato l’ottimo Il caso Spotlight e The Post di Steven Spielberg, lasciatemi l’icona aperta sul regista con gli occhiali
tondi che più avanti ci torniamo.

Nello spazio nessuno può sentirti sacramentare contro La La Land.

Perché Damien Chazelle, l’uomo che è improvvisamente
diventato il regista preferito di tutti con un musicarello sopravvalutato poteva
essere l’uomo giusto per raccontarci la vita di Armstrong? Proprio perché Whiplash era di fatto la storia di un
obbiettivo da raggiungere caparbiamente, un film sportivo con il Jazz al posto
dello sport di turno, un genere che se volessimo ragionare in bianco e nero,
potremmo definire più da uomini, là dove, anzi, scusate LA LA là dove La La Land poteva essere più femminile. Concedetemi
questa grossa (enorme) semplificazione per arrivare dove voglio portarvi:
Chazelle, dopo aver diretto un film da uomini, ci racconta un’altra ossessione
maschile, mettendosi in scia a roba di alto livello come Uomini veri che poi dovrebbe essere il film di riferimento quando
si tratta di piloti e viaggi nello spazio, anzi per molti registi lo è stato
davvero.

Quindi, il primo grosso problema (per me) è stato togliermi The Right Stuff dalla testa e devo dire
che la prima scena di “First man” non mi ha molto facilitato, nel 1961 il
pilota collaudatore Neil Armstrong raggiunge la stratosfera e poi atterra nel
deserto, una scena iniziale notevole, se non fosse che per tutto il tempo
continuavo a pensare all’epica di Chuck Yeager, contro la quale quasi qualunque
film si può solo schiantare.

“First man” riassunto nella mia mente (Grazie Sergio!).

Ora, però, bisogna essere intellettualmente onesti, il fatto
che mi piaccia molto The Right Stuff
e che, invece, abbia un rapporto complicato con Chazelle non sarebbe proprio il
modo giusto di pormi nei confronti del suo film, quindi ho cambiato posizione
sulla poltrona, mi sono masticato una Beeman e mi sono concentrato su quello
che, invece, “First man” è davvero un film a tratti volutamente anti
spettacolare e, per altro, molto coerente con la poetica del giovane regista (ha
due anni meno di me, quindi è giovane, tiè!).

Anche se ci sono un sacco di terrapiattisti e complottisti
di vario genere pronti a dirvi il contrario, l’uomo è arrivato sulla Luna, “First
man” salvo qualche sbavatura, riesce a non essere la classica biopic
caramellosa, il più delle volte appassionante come leggersi la pagina di
Wikipedia del protagonista del film. L’altro grosso scoglio da affrontare, però,
sono le lunghe (lunghissime) inquadratura che Chazelle dedica al suo
protagonista impegnato a vegliare sui figli nel loro letto a dormire.
Un passaggio chiave per il personaggio lo capisco, però che
palle! Abbiamo capito che Neil e sua moglie Janet (la bravissima Claire Foy che
dopo The Crown è in rampa di lancio,
giusto per stare in tema con il film) hanno perso la loro seconda figlia Karen,
capisco anche che sia la motivazione che spinge il protagonista, però la prima
mezz’ora davvero non va avanti.

“La prima ora è tutta così, fatti forza. Vuoi un pezzo di dolce?”.

Non aiuta nemmeno che la parte tecnica del film, ovvero la
spiegazione di come gli Americani intendono raggiungere la Luna battendo i Russi
della corsa allo spazio arrivi attraverso un cartone animato didattico, una
scelta che più didascalica di così si muore (“Didascalico! Letterario!” cit.),
se poi aggiungiamo che Buzz Aldrin (l’uomo che NON è entrato nella storia,
perché gli è andata male a testa o croce) sia interpretato da quel drittone di Corey
Stoll, mentre Pablo Schreiber abbia ereditato da Tom Hanks il personaggio di Jim
Lovell direttamente da “Apollo 13” (1995) di Ron Howard.

Insomma, arriva il momento in cui realizzi che la corsa allo
spazio americana è nelle mani dello scienziato con il parrucchino di The Strain e del Pornobaffo e ci credo che poi i Russi stanno stravincendo a mani
basse! Dopo una cinquantina di minuti, vorrei stare facendo quasi
qualunque cosa (tipo rivedermi The Right Stuff), invece ho ancora almeno un’altra ora del film, quindi m’immedesimo
nell’atmosfera, come un razzo (ho detto razzo!) che parte in orbita lascia
indietro i moduli di troppo per arrivare al mio obbiettivo, i titoli di coda: dovessi giudicarlo di pancia e di cuore, no “First man” non mi è piaciuto,
grazie Chazelle, sarà per un’altra volta. Se, invece, devo giudicarlo solo
usando quei pochi neuroni che mi restano, devo dire che il ragazzo ha fatto delle
scelte interessanti.

“Damien è qui che devo mettermi a ballare?” , “No Ryan, fattene una ragione”.

I piloti di “First man” combattono con la morte ogni
secondo, hanno a loro disposizione della tecnologia talmente scarsa che, ad un
certo punto, del film, per chiudere una cintura di sicurezza qualcuno chiede se
c’è un coltellino svizzero. L’ombra lunga delle morte aleggia su tutti i
personaggi, fin dai voli di prova e per Neil Armstrong, proprio perché è un
personaggio che sta ancora combattendo con un lutto drammatico che nessun
genitore dovrebbe affrontare.

“Tranquillo, due giri di nastro americano e vai sicuro, chiedi a Matt Damon”.

In questo senso, quel ciocco monolitico di Ryan Gosling, in
una scena riesce persino ad andare oltre la classica “Lacrima maschia” che
solca il viso da spremersi, anzi ci cimenta in un frignare ben poco mascolino,
intimo, uno sfogo solitario che è anche l’unico momento in cui il personaggio
pare visibilmente mostrare un’emozione e poi? Poi io non so come faccia, ma
anche questa volta Ryan Gosling è riuscito a trovare il modo di far funzionare
la sua fissità da monumento dell’Isola di Pasqua ad un personaggio che lo
richiede davvero. Oh, è incredibile! Quell’uomo comunica più da immobile che
quando ci prova, da “Drive” (2011) passando per Blade Runner 2(049), trova sempre una strada per farlo.

Ha sempre la stessa faccia, come fa dico io! Come fa?!?

Il suo Neil Armstrong è un pragmatico, quando un giornalista
gli chiede cosa vorrebbe portarsi sulla Luna, lui risponde «Potendo porterei
altro combustibile». Ancora una volta Chazelle porta in scena un protagonista
mosso da intenti del tutto personali, se per il batterista di Whiplash era l’ossessione di arrivare,
il suo Neil Armstrong più che smanioso di essere il primo uomo sulla Luna,
sembra in costante lotta con la morte, proprio per questo il regista fa la
scelta estremamente intelligente di mostrare i voli sempre con opprimenti primi
piani, come a voler togliere l’epica del volo ai protagonisti che, più che
altro, sembrano volare dentro delle bare… Ok, un punto a tuo favore Chazelle.

«Ci siamo abituati ai funerali» è una delle frasi chiave e
in questo senso anche mostrare il momento che in teoria dovrebbe essere l’apice
del film, ovvero all’allunaggio, come un passaggio anti spettacolare, è una
scelta logica, perché la Luna con i suoi enormi crateri per questo
personaggio, è solo un METAFORONE del suo dolore, un’impresa pazza condotta con
tecnologia non all’altezza che serve, se va bene, a tenerti in movimento e non
farti pensare alla perdita, se dovesse andare male, ricongiungerti (forse) con
la persona scomparsa, un “desiderio di morte”, nel senso Yankee del termine,
perché malinconie assolute richiedono spazi siderali assoluti.

Colonna sonora suggerita (Chazelle, prendi appunti grazie).

Proprio per questo il fuoco emotivo del film di Damien
Chazelle non è l’allunaggio, ma arriva dopo. Neil e sua moglie Janet, separati
dal lutto (e dal vetro della quarantena) si ritrovano, con un classico momento
da vasetto di melassa, la mano sul vetro che c’era anche in un film
che forse ha qualcosa in comune con questo, ovvero “Gravity” (2013) di Alfonso
Cuarón, se non altro per l’idea di un lutto da elaborare nello spazio profondo.

Quello che, forse, è davvero criticabile è il fatto che “First
man” in troppi momenti non prenda mai davvero il volo, i momenti romantici tra
Neil e Janet mi sono sembrati forzati e più che didascalici (il simbolismo del braccialetto
e della scena di ballo tra i due? Uhm… Non mi hanno convinto), in generale non
stupisce troppo trovare tra i produttori esecutivi del film Steven Spielberg,
di cui non solo finalmente posso chiudere l’icona lasciata aperta lassù, ma
devo dire che come film, non avrebbe sfigurato nella filmografia del regista
con gli occhiali tondi.

E i complottisti… MUTI! (Sarà Kubrick quello nel riflesso?).

Forse il problema è tutto qui, almeno per i miei gusti: Damien
Chazelle sembra molto interessato a fare impressione sui tipi dell’Accademy,
può capitare quando diventi il più giovane vincitore del premio alla regia
della storia della statuetta di zio Oscar, ma questo potrebbe essere anche un
limite, perché continuo a pensare che quando Chazelle se ne frega delle
convenzioni e racconta storie intime di uomini soli e testardi, mi piace un po’
di più. Ecco, magari così facendo non resti il regista preferito di tutti quelli
che amano i bei colori, però, questa è una cosetta con cui Chazelle dovrà fare i
conti per il resto della sua carriera.

Per ora, “First man” è il classico bel film che ho visto una
volta e va bene così grazie, insomma la mia rottura prolungata con Damien
continua, anche perché quando arrivo a giudicare un film dimenticandomi di
avere organi interni esterni alla mia scatola cranica, di solito, non è un buon
segno, ma già per il fatto che qui non balla e non canta nessuno, è stato
fatto un (piccolo) passo, di sicuro non per l’umanità, ma per me sì.
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