
Compio gli anni, sono ufficialmente un anno più vecchio di Danny Glover quando ha interpretato Roger Murtaugh in Arma Letale e grazie al film di oggi, comincio davvero a pensare: sono troppo vecchio per queste stronzate.

Quest’anno poi Midnight Factory ha deciso di farmi un regalo anticipato, invitandomi alla prima milanese del film il 3 dicembre: un pensiero gentile, per carità, ma anche l’equivalente cinefilo di quando gli amici ti rifilano un biglietto per un concerto di una band che ascoltavi al liceo, anzi nemmeno, per una banda che i tuoi nipoti ascoltano al liceo, anche perché già il primo Five Nights at Freddy’s non è che mi avesse scaldato più di tanto, al famoso videogioco da cui era tratto, non ho mai giocato, ma tengo comunque fede ai miei doveri di pilota di Bare.
Il film inizia con un prologo ambientato nel 1982, un anno prima del mio anno di nascita, insomma per chi ama il videogioco la preistoria. La piccola Charlotte, ossessionata dall’automa Marionetta, assiste a un rapimento nel retrobottega del Freddy Fazbear’s Pizza nel tentantivo di salvare un bambino da Spring Bonnie, muore finendo unita spiritualmente con la Marionetta stessa.

Il film riprende, un anno, dopo gli eventi del primo capitolo, Mike Schmidt (Josh Hutcherson ) cerca di rimettere insieme una vita che assomiglia ad un armadio dove hai stipato dentro roba per anni, a caso. Abby (Piper Rubio), ancora segnata da ciò che ha vissuto, fa del suo meglio per restare una bambina in un mondo che continua a sottrarle l’infanzia. Vanessa (Elizabeth Lail) è bloccata in una specie di limbo emotivo, mentre l’ombra lunga di suo padre, l’assassino William Afton, incombe ancora sull’intera vicenda, come un fantasma che si rifiuta di essere messo a riposo. L’idea è quella di costruire una storia più complessa, più stratificata, più cupa, quello che arriva, invece, è una sovrapposizione faticosa e spesso incoerente di scene, sottotrame e tentativi di spiegazione che finiscono per ingarbugliare tutto senza mai andare a segno per davvero.

Il problema principale è che il film crede che più elementi pescati dal gioco (l’ho capito anche io che come ormai avrete intuito, non ci ho mai giocato) equivalgano automaticamente a una narrazione più ricca, brutta notizia! Non funziona così. L’universo di “Five Nights at Freddy’s”, era basato su spaventi e spazi claustrofobico, già i moscissimi fumetti usciti non sono stati in grado di innovare più di tanto, qui, al contrario, si tenta di razionalizzare tutto, di dare un perché e un per come a ogni apparizione, a ogni ruggito metallico, a ogni pupazzo che ciccia fuori dalle ombre. Il risultato è una sequenza interminabile di dialoghi, flashback, rivelazioni che vogliono sembrare importanti ma che, messe insieme, generano una sensazione di stanchezza, un po’ come ascoltare qualcuno che ti spiega le regole di un gioco da tavolo molto complicato senza mai fartelo provare. Tipo “Cones of Dunshire”.
Gli animatronici, che dovrebbero essere i protagonisti indiscussi del film, sono allo stesso tempo la salvezza e la condanna della pellicola, da un lato, bisogna riconoscere che l’effetto artigianale e meccanico, ha un suo fascino, Freddy, Bonnie, Chica, Foxy e le nuove aggiunte hanno una presenza scenica che funziona, almeno a livello visivo. Dall’altro, però, è evidente che non si è capito come utilizzarli davvero, le loro apparizioni raramente generano tensione, sono inserite in modo ripetitivo, prevedibile, talvolta quasi distratto e troppo spesso, a colpi di salti paura (anche noti come jump scare) che annoiano più che coinvolgere, un po’ come se il film stesso non sapesse se considerarli mostri horror, un’incertezza che il film paga caro.

L’introduzione di un nuovo antagonista, la famigerata Marionetta, avrebbe potuto dare una scossa, si tratta di un personaggio che nel materiale di partenza ha sempre avuto un’aura d’inquietudine, così come nei moscissimi e già citati fumetti, nel film sembra più un obbligo da soddisfare che un’entità davvero pensata per spaventare. Entra, esce, si affaccia, compare nei ricordi, ma senza mai conquistare una scena, senza mai imporre quella sensazione di minaccia che dovrebbe accompagnarla, un’enorme occasione sprecata, e a tratti quasi imbarazzante vedere come un design potenzialmente potente venga svuotato di qualunque intensità e farcito di noia.
Anche dal lato dei personaggi umani la situazione non è più rosea, Mike Schmidt continua a essere una figura scritta in modo piatto, un protagonista che subisce gli eventi senza mai riuscire a trascinarci dentro con lui. Abby, che pure avrebbe tutte le carte per diventare un punto emotivo forte, al massimo relegata al film una spalla traumatizzata. Vanessa oscilla fra il trauma, la colpa e la necessità di spiegare ogni cosa a chi sta guardando.
La regia cerca qualche guizzo, soprattutto nelle scene più visivamente cariche, ma la sensazione finale è che si limiti a ripetere soluzioni già viste: Luci intermittenti, ombre lunghe, porte che si chiudono piano, corridoi bui che si riempiono improvvisamente di sagome. Tutto corretto, tutto abbastanza conforme al genere, tutto pallosissimo. Gli stessi salti paura, anziché essere costruiti con cura, arrivano come il clacson di un motorino mentre cerchi di attraversare la strada, improvvisi, sì, ma fastidiosi più che spaventosi.

Quello che manca del tutto è la capacità di creare un crescendo, ogni volta che sembra che il film possa acquistare tensione, arriva una nuova digressione, una spiegazione superflua, un momento melodrammatico che spezza il ritmo. Il finale tenterebbe anche di essere epico, o quantomeno risolutivo, ma arriva dopo un tale accumulo di scene funzionalmente identiche che risulta attenuato, quasi un obbligo produttivo, difficile emozionarsi quando da un’ora e mezza aspetti un colpo di reni che non arriva.
Alla fine dei conti, “Five Nights at Freddy’s 2” è un film che sembra rivolgersi indistintamente a tutti e a nessuno: troppo macchinoso e narrativamente ambizioso per i più giovani, troppo timido e privo di cattiveria per gli amanti dell’horror, troppo derivativo per chi voleva qualcosa di nuovo. Soprattutto, è un film che tradisce la propria stessa natura, gli animatronici sono lì, giganteschi e inquietanti, questa volta spargono più sangue ma io, già del primo film non sapevo che farmene, visto che la sua “brutta copia” con Nicolas Cage, risultava migliore, proprio grazie alla prova del nipote di Francis Ford Coppola.
Uscendo dalla sala, in quella Milano natalizia, mi sono canticchiato un pezzo di Caparezza in testa, ma poi ho ripensato: no, non è questione di età, al massimo questione di film, questo, nonostante tutti gli sforzi produttivi, nonostante l’entusiasmo di chi lo ha portato in sala, nonostante l’affetto di Midnight Factory che ha pensato a me per l’anteprima, rimane un lavoro che non funziona che ha già due o tre seguiti in rampa di lancio, una giostra da cui ero già pronto a scendere ma poi beh, eccomi qui. Il problema non è che sono troppo vecchio per questi pupazzi è che questi pupazzi, semplicemente, non penso abbia davvero altro da dire, figuriamoci da spaventare.


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