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Flags of our fathers vs Lettere da Iwo Jima (2006): due volti della stessa battaglia

Nel 2006 Clint Eastwood decise di compiere un’impresa che pochi registi oserebbero, raccontare la stessa guerra e la stessa battaglia, due volte, dallo stesso punto di partenza ma con occhi completamente diversi. Sono anni che sostengo che vorrei vedere “Sentieri selvaggi” raccontato dal punto di vista dei nativi, solo un’altra leggenda del cinema come Eastwood è volato là dove osavano i John Ford, nel giorno del compleanno della Leggenda, affrontiamo questa doppietta.

Per il compleanno di questo signore, festeggiamo anche il suo (doppio) film.

Da una parte c’è “Flags of our fathers”, che esplora proprio alla Ford, la distanza tra la realtà e la leggenda oltre al potere della propaganda che trasforma uomini in simboli. L’altra faccia della medaglia è “Lettere da Iwo Jima”, che immerge lo spettatore nell’esperienza individuale dei soldati giapponesi, tra paura, coraggio e dignità, spesso silenziosa.

Non si tratta di due film complementari soltanto nella trama o nel contesto storico, sono quasi due tipologie di cinema differenti ma che dialogano tra loro in modo chiarissimo. Eastwood, senza cambiare il terreno di gioco (e nemmeno espressione), cambia le regole, cosa conta di più, l’eroismo simbolico o l’umanità concreta? Il confronto non è solo narrativo, è quasi filosofico.

Flags of our fathers (2006)

Il punto di partenza è l’immagine più famosa della Seconda guerra mondiale americana, sei marines che issano la bandiera su Iwo Jima, la celebre fotografia scattata dal Premio Pulitzer, Joe Rosenthal. L’iconografia è subito smontata, non celebrata, il vecchio Clint decide di spogliare quell’istante della sua aura eroica e di mostrarlo come un artefatto, un’icona che si è distaccata dai suoi protagonisti reali. Il film non ci porta sul campo solo per mostrarci la guerra, ma per farci sentire la dissonanza tra l’atto eroico e la percezione pubblica.

La narrazione si sviluppa attraverso salti temporali continui, alternando i flashback della battaglia alle tournée dei soldati in patria, trasformati in strumenti di propaganda, i ragazzi copertina del presidente Harry Truman (David Patrick Kelly, scelta di casting brillante) che sceglie di prendere tre ragazzi, moderatamente spezzati dalla guerra, per far vendere loro buoni di guerra, insomma soldi per lo stato.

We take care of our own / Wherever this flag’s flown (cit.)

Questa alternanza crea la tensione, lo spettatore conosce la brutalità del fronte, ma viene subito catapultato nella superficie patinata del mito mediatico, la struttura frammentata enfatizza la disconnessione tra ciò che è stato e ciò che viene raccontato. In questo senso, il difetto principale di “Flags” (in amicizia) consiste nel fatto di avere messo tanta carne al fuoco, non c’è solo la ricostruzione storica di un periodo preciso, ma anche la volontà di riflettere sulla natura stessa delle immagini: si sa che la celebre foto che ha fatto vincere il Pulitzer a Joe Rosenthal è stata posata, quella che abbiamo visto tutti era la terza bandiera piantata sulla collina di Iwo Jima. Fare questa riflessione, al cinema, ovvero la forma d’arte per eccellenza basata su immagini (finte) rende tutto ancora più simbolico, proprio perché Eastwood non solo parla in modo (critico) del suo Paese, ma elabora a suo modo la lezione di John Ford. Non è di certo un caso se i titoli di coda di “Flags” indugino così tanto sulle vere foto dei soldati e si concludano con l’immagine di Iwo Jima, quasi un tentativo di voler riportare un po’ di realismo tra i fotogrammi.

Gli uomini che diventano simboli sono vittime di una macchina più grande di loro, la costruzione della figura eroica si scontra con la loro esperienza privata: colpa, trauma e inadeguatezza. Ira Hayes, per esempio, diventa l’emblema di un’identità imposta, che lo schiaccia e lo trasforma in un’icona senza possibilità di scelta, certo se Adam Beach non recitasse in maniera così marcata e sopra le righe, sarebbe stato decisamente meglio.

Guerra non fa nessuno grande, propaganda sì (quasi-cit.)

Il problema di “Flags” (sempre in amicizia) è la sua stessa ambizione, vuole raccontare tutto e quasi ci riesce, ma nel tentativo di analizzare la propaganda, la costruzione del mito e il trauma dei singoli, la pellicola rischia di appesantire il racconto.

Tuttavia, non si può negare che Eastwood riesca a fare ciò che pochi registi oserebbero, trasformare un’icona nazionale in un interrogativo morale, costringendo lo spettatore a riflettere sul prezzo del mito. Un film che non è spettacolare, non vuole esserlo, ma risulta comunque intelligente, misurato e dolorosamente consapevole. Amarlo, non l’ho mai amato tanto, ho ancora il doppio DVD (insieme al suo gemello diverso) in collezione e lo vidi in sala alla sua uscita, ormai vent’anni fa, anche se non mi passa nemmeno per l’anticamera del cervello di considerarlo uno dei migliori di Eastwood, dal punto di vista registico è come sempre cinema solidissimo, forse un po’ schiacciato dalle sue ambizioni, che alla sua uscita non ha fatto gli sfaceli che la Warner (e la Malpaso, casa produzione di Eastwood) speravano, costringendo un po’ tutti i correre ai ripari.

Lettere da Iwo Jima (2006)

Forti, anzi, deboli dei risultati al botteghino di “Flags”, la Warner ha deciso di puntare di più sull’altro filmetto sfornato da Eastwood, quello per cui il vecchio Clint, classe 1930, si è messa al comando di un cast di attori giapponesi, dirigendoli con in testa lo stesso berretto dei suoi “uomini”, come un vero comandante in campo, eroe non è la parola giusta, ma è la prima che mi viene in mente (cit.)

Ah, quindi vuoi fare un filmetto tutto in giapponese raccontato dalla parte dei musi gi… Ehm, dei cattiv… Ehm, di quelli là? Oooookay. Me lo immagino un po’ così il dirigente della Warner, casa di produzione che ha fatto i miliardi grazie ad Eastwood e che di dirgli di no, non ci ha mai nemmeno pensato. Immaginatevi poi lo stesso dirigente, davanti ai risultati non proprio rosei del loro titolo di punta, quello “patriottico”, ovvero “Flags”, premere il pulsantone sulla sua scrivania con su scritto “PANICO” e far uscire “Letters from Iwo Jima” direttamente in sala, alla faccia dell’uscita in Home video prevista in originale, così, solo con i sottotitoli, perché il doppiaggio, almeno qui da noi, è stato aggiunto solo in un secondo momento (Storia Vera). Per l’anticamera del cervello invece, mi passa e anche in modo deciso di dire e scrivere che “Letters” è davvero uno dei titoli più riusciti – e meno citati – di Eastwood.

Questo pezzo andrebbe letto con questa nelle orecchie.

“Lettere da Iwo Jima” racconta la stessa battaglia, ma dal lato opposto, da dentro gli occhi dei soldati giapponesi, quelli che storicamente il cinema bellico Yankee considerava i cattivi. Eastwood abbandona la struttura frammentata e il commento quasi metanarrativo per concentrarsi sull’esperienza concreta e quotidiana di chi Combatte e muore senza clamore, capito il reazionario Clint classe 1930? Più palle e fegato di quasi tutti quelli ancora in circolazione.

La scelta della lingua giapponese e la messa in scena sobria non sono estetismi o “mode” del periodo (tracciate dall’altro conservatore Mel Gibson), sono strumenti narrativi che spostano il centro del racconto dall’ideologia all’umanità. Infatti il film è costruito su dettagli come la pistola con il calcio d’osso e su una tensione spesso palpabile.

Le lettere del titolo non arriveranno mai, sono messaggi dal fronte, diari di guerra per destinatari che non le riceveranno o forse, solo per noi spettatori, testimoni della guerra questa volta, dal punto di vista di coloro che, per propaganda – guarda caso – ci hanno insegnato essere i cattivi e che invece, nell’orrore del combattimento – a riguarda caso – sono umani proprio come noi, con ordini che non possono essere disattesi e momenti di solitudine e paura.

“Letters” manca di ogni forma di enfasi eroica o di spettacolarizzazione del conflitto, ciò che conta sono le persone dietro le armi, i pensieri, le esitazioni e le reazioni più intime. Il generale Kuribayashi (un Ken Watanabe monumentale che chiude il cerchio, visto che nel remake de Gli spietati, recitava proprio lui), diventa un simbolo di saggezza e pragmatismo, un leader consapevole della superiorità americana e della realtà della guerra, tosto ok, ma umano con i suoi uomini ed è proprio il famoso “fattore umano”, quello che fa la differenza e caratterizza tutti i film di Eastwood, a renderlo un personaggio così riuscito.

«Fai conto che io abbia detto: Go ahead, make my day, ma in giapponese»

Proprio perché “Letters” (in amicizia) non si concentra sulla sua grandezza, piuttosto sul modo in cui guida uomini reali in circostanze disperate. I soldati non sono icone, sono esseri umani, stanchi, spaventati, responsabili del proprio destino, e quando li vediamo commettere suicidio a colpi di granate, è uno stillicidio emotivo, una scena che ogni volta mi sembra durare un’infinità per quanto risulta dolorosa.

La forza di “Lettere da Iwo Jima” risiede nella sua capacità di trasformare il conflitto in esperienza emotiva, la battaglia è sempre presente, ma percepita più che altro attraverso i personaggi, il silenzio, la preparazione e soprattutto, la loro paura. Lo spettatore non assiste a un’analisi della guerra, la vive indirettamente attraverso i corpi e i pensieri dei protagonisti, in tutto questo la sobrietà visiva e il ritmo meditativo aumentano la tensione senza bisogno di spettacolarizzazione e a proposito di scelte artistiche sobrie e a fuoco, se perdo l’occasione di questo (doppio, anzi triplo, contando quello di Clint) compleanno per parlare della colonna sonora, commetto seppuku!

I terribili cattivoni giapponesi eh? See proprio!

Vorrei conoscere la musica a livello più tecnico del semplice ascoltatore che sono, per descrivervi il modo in cui Kyle Eastwood, figlio di cotanto padre, qui ha azzeccato la perfetta infilata di note al piano forte giuste, sole, solitarie, suonate in maniera distaccata una dalla altre come i soldati sulla spiaggia, per creare una partitura che parte dal blues per essere blues, nel senso di malinconica nell’anima. A distanza di anni il tema principale di “Letters”, resta, centimetro per centimetro (o nota per nota) uno dei pezzi più riusciti di sempre, non ho altro da aggiungere, non ne sono capace, è semplicemente troppo bella.

Anche se come avete intuito ho una leggerissima predilezione per il secondo, l’operazione “Flags” e “Letters” resta qualcosa che vorrei replicata, se non sempre, almeno puntualmente, ad oggi, è la combo di titoli che più si avvicina al mio sogno di vedere il controcampo di “Sentieri selvaggi”, ci voleva una leggenda come Eastwood per renderlo possibile, auguri Clint!

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