
Abbiamo visto film con personaggi intrappolati per tutto il tempo in una bara sotto terra e in una super tecnologica, abbiamo visto Adrien Brody incastrato in auto e James Franco, con il braccio bloccato sotto un masso, ma l’elenco sarebbe molto lungo, perché il filone – che personalmente adoro – dei film con mono personaggio incastrato in una mono location e in una situazione di cacca, grazie al film di oggi, raggiungono il sublime, lo avete mai visto un film con un uomo con la testa incastrata in una turca?
Io sì, l’ho visto all’ultimo ToHorror e lo ammetto, era uno di quelli che attendevo di più, per altro serata spassosissima, trattandosi della prima italiana, il regista Grégory Morin si è presentato con uno dei suoi attori, il topo (di pezza) Rabla e per tutto il tempo, anche durante la sessione di domande dopo la proiezione, uno spettatore in prima fila – non so come abbia fatto visto che il film è uno spasso – ha russato tutto il tempo, facendo preoccupar tutti, anche il regista che ha trovato il suo nuovo fan numero uno a Torino (storia vera).

“Flush” è un gioiellino, l’idea è nata sulla base di una precedente copione dello sceneggiatore David Neiss, in cui un personaggio veniva ucciso a calci e pugni nel bagno di un locale, al regista venne l’idea: Cosa succederebbe se dopo il pestaggio, il tipo fosse ancora vivo? Una settantina di minuti e qualche ratto dopo, la risposta è proprio questo film.
Luc (il comico francese, al suo esordio con il cinema di genere, Jonathan Lambert) è un cocainomane di mezza età che vorrebbe smettere, ma vorrebbe anche mantenere la promessa fatta alla figlia, essere con lei il giorno del suo settimo compleanno. La madre Valentina (Élodie Navarre), anche lei dal passato e il presente tormentato, lavora come barista nel locale di un criminale, nel cui bagno Luc si sniffa un po’ di coraggio su per il naso e si mette nei guai con Dindon (Rémy Adriaens) lo sgherro del capo, che fuma la sua sigaretta elettronica e nasconde la droga nella turca dove Luc resta incastrato con il piede… Time Out Cassidy!
Come il piede? Noi eravamo qui per la testa? Cos’è ‘sto piede ora? Calma! Grégory Morin e il suo sceneggiatore hanno tutto sotto controllo, presentano velocemente i personaggi e la situazione di partenza e un violento pestaggio dopo, Luc passa al lato oscuro della latrina.

“Flush” si giova magnificamente le sue carte, è un film pieno di momenti anticipatori, dettagli che torneranno utili lungo la storia ed è un manuale su come spremere idee da uno spunto di partenza, sembra proprio il frutto di giornate passate a pensare: come lo incastriamo in modo credibile con la testa in quel lurido buco? Come lo facciamo resistere lì piegato? In quali problemi potrebbe incappare? Come potrebbe uscire? Rispondendo a questo fuoco di fila di domande, “Flush” non sbaglia un colpo.
I film con mono personaggio incastrato in una mono location e in una situazione di cacca, di solito fanno l’errore di risultare troppo comici o troppo drammatici, o ancora peggio, fanno l’errore fatale, quello di tirarla troppo per le lunghe, “Flush” no, una settantina di minuti dopo trova la sua naturale conclusione in maniera soddisfacente, sfruttando tutti gli elementi del piccolo set ricostruito in un garage, dagli auricolari alla cannuccia di un bicchiere usato, fino ai problemi tecnici generati dalla situazione.

Il tono è tragicomico, ma con tragedia e commedia in ottimo bilanciamento, inevitabile ridere di una situazione beh, oggettivamente e letteralmente di merda, ma la disperazione del personaggio è palpabile, l’ispirazione di Grégory Morin invece arriva un po’ dai film coreani, che sanno giocarsi meglio questo equilibrio tra tragico e comico, raccontarvi le trovate sarebbe un peccato, perché in “Flush” si patteggia molto per il protagonista, anche se va detto, è un uomo di merda, quindi ha senso che provi a liberarsi dei suoi peccati beh, in un cesso, dove viene più volte sciacquato o attaccato dai topi.
Di suo il film di Grégory Morin non solo potrà sbloccarvi una nuova fòbia, quella di restare incastrati in un gabinetto alla turca, ma metterà a dura prova tutti: germofobici, schifiltosi, chi ha paura dei ratti e chi litiga sempre con il vivavoce del cellulare.

Perché il film sa sfruttare alla grande la strettissima e lurida ambientazione, mettendo il protagonista di fronte (o sopra, o sotto) ad una serie di problematiche da risolvere una più pericolosa dell’altra, quindi si fa il tifo, anche se il personaggio è tutto tranne che uno stinco di santo e Rabla, il ratto, è a mani (e zampe) basse, il miglior co-protagonista che troverete in un film in questo 2025.
Basta, la chiudo qui perché rivelare di più sulla storia e sviluppo sarebbe fare un torto al bel film di Grégory Morin e al pubblico, mi auguro che dopo la prima italiana al ToHorror, trovi se non una distribuzione in sala, almeno una in un home video, anche se il filone dei “Film con mono personaggio incastrato in una mono location e in una situazione di cacca” di solito attirano l’attenzione del pubblico, figuriamoci uno che prevede un uomo, la sua testa e una toilette alla turca.


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