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Four Rooms (1995): il film di mezzo nella filmografia di Tarantino

Sincronizzate i neuroni sull’anno 1-9-9-5, se non lo avete vissuto bontà vostra, vuol dire che siete schifosamente giovani, ma questa Bara può offrirvi un posto a sedere per questo viaggetto nel tempo.

La mezzeria degli psichedelici anni ’90, quelli che dal punto di vista cinematografico, sono andati a sbattere fortissimo la faccia contro il Pulp, riportato all’interno dell’immaginario collettivo e del vocabolario (nel senso che la parola la utilizzavano tutti, spesso a caso) grazie a, beh è facile intuirlo, Pulp Fiction di Quentin Tarantino. Dopo il successo di critica, pubblico e in generale globale di quel film, il regista di Knoxville avrebbe potuto fare qualunque cosa, letteralmente qualunque, ha pensato invece di far beh, una cazzatella, sul serio, di festeggiare il Capodanno tra amici in un hotel di Los Angeles.

Dove sta il senso di sbornia e l’invito a bordo di Bara per questo viaggio allucinante sul viale dei ricordi, trent’anni indietro nel passato? Consiste proprio nella percezione attorno a “Four Rooms”, progetto nato per gioco, che ha segnato il famoso ½ che spesso viene associato al numero di titoli diretti da Tarantino. Il desiderio del regista di omaggiare la Nouvelle Vague si è tradotto in un film collettivo, in cui QT si è scelto come coautori dei suoi amici ed ex “compagni di classe” del Sundance Institute di Robert Redford.

I titoli di testa animati ci portano in questo folle albergo.

Quattro storie, le quattro camere del titolo, sono quelle dell’Hotel Mon Signor di Los Angeles, bettola un tempo di lusso ormai decadente, gestita a personale ridotto durante la notte di Capodanno da pochi sprovveduti ben rappresentati dal nuovo fattorino Ted. Ogni stanza un segmento del film, ogni camera un nuovo nome dietro alla macchina da presa, Allison Anders, Alexandre Rockwell, Robert Rodriguez su fino all’attico, ovviamente diretto da Quentin Tarantino. Ma ci sono essenzialmente due cose che (forse) non sapete di “Four Rooms” che minano le fondamenta stesse del Mon Signor, inizialmente le stanze avrebbero dovuto essere cinque e il fattorino, non solo non si sarebbe dovuto chiamare Ted, ma non avrebbe nemmeno dovuto essere interpretato da Tim “Zio Portillo” Roth. Colpi di scena multipli!

Il progetto inizialmente prevedeva un quinto piccolo indiano con un capitolo tutto suo, purtroppo la stanza dedicata a Richard Linklater non ha mai aperto le sue porte perché il regista dovette abbandonare la produzione poco prima dell’inizio ufficiale (storia vera). L’altro grosso cambiamento in corsa fu il nome del fattorino, Alexandre Rockwell voleva Bernie, Tarantino avrebbe preferito Larry, ma tutti concordavano su un solo nome per il ruolo, quello di Steve Buscemi.

«Steve ha rifiutato? Arrivo subito a sostituirlo!»

Buscemi, già pretoriano di Tarantino però, rifiutò il ruolo perché poco prima, aveva già vestito i panni di un fattorino in un altro titolo, Barton Fink diretto dai fratelli Coen, questo porto al cambio al volo in stile cestistico, via un pretoriano in favore di un altro, fuori Buscemi dentro Roth, che finì per accordarsi con i registi per il nome di Ted (storia vera). Modellato intorno al Jerry Lewis di “Ragazzo tuttofare” (1961, non a caso apertamente citato nei dialoghi) il film è la prova di quanto siete o siete stati fanatici di Tarantino in vita vostra: avete a casa una copia del DVD del film? Vuol dire che la Tarantino-mania di metà anni ’90 ha bruciato o ancora brucia nel vostro petto. Sul fatto che poi il film fosse un’idiozia indicibile, semi ingiustificabile per due quarti e appena presentabile per gli ultimi due (ha comunque un prospetto in crescendo, quindi buon per lui) restituisce la vera dimensione della sbornia dell’anno 1995.

Rivedendolo nel corso degli anni, mi sono sempre chiesto perché avessi il DVD in collezione, se non per motivi di puro beh, completismo o collezionismo, trattandosi di un antologico, parliamone una stanza alla volta.

Suite luna di miele – Strano Intruglio (Scritto e diretto da Allison Anders)

Ted riesce ad ogni segmento ad infrangere i suggerimenti del vecchio fattorino dimissionario, nel primo infatti, non riesce a tenerlo nei calzoni di fronte ad una congrega di streghe, radunate nella suite per riportare in vita la loro Dea, Diana, tramutata in statua quarant’anni prima da una rivale proprio in quella stanza d’albergo. Il rituale prevede una serie di ingredienti, tutti forniti da Ted, e quando intendo tutti, intendo proprio tutti, anche l’ultimo.

Vi sfido ed entrare nella loro suite urlando: «PATRIARCATO!»

Motivi di interessi di questo fiacco segmento d’esordio, ben pochi, forse giusto le protagoniste femminili che meno sono famose più mostrano le grazie, infatti niente nudo per Valeria Golino e Madonna, che tecnicamente brillava di più (in assenza) in un altro film di Tarantino, dove era protagonista solo di un lungo dialogo. Dei quattro segmenti di “Four Room” questo è quello che mi fa capire che ai tempi, se sfoggiava in locandina il cognome di Tarantino, mi sarei comprato quasi tutto, ve lo dice uno che ha il DVD anche di “Mister Destiny” (1995) (storia vera), se ve lo state chiedendo la risposta è no, non ho intenzione di rivederlo per i compleanni dell’anno in corso.

Stanza 404 – L’uomo sbagliato (Scritto e diretto da Alexandre Rockwell)

Altro giro, altra stanza, altro casino per Ted, che si imbatte in una coppia che ha bisogno di un terzo ignaro incomodo per i loro giochini psico-sessuali, in cui lei, Angela (la bellissima Jennifer Beals), è legata e minacciata da un marito pazzo e geloso impersonato da David Proval. Motivi di interesse del segmento? Quasi nessuno, lo guardavo sbuffando nel 1995, trent’anni dopo non è migliorato, se non altro segna una curiosità, anche se non diretta da Rodriguez in persona, Beals ha ritrovato il regista Tex-Mex in The Book of Boba Fett. Lo so, sembra una delle curiosità (inutili) della sezione “Trivia” di IMDB, ma non ho davvero altro da aggiungere su questo episodio.

«Dimmi ragazzo, a te è piaciuto Flashdance?»

Stanza 309 – I cattivi (Scritto e diretto da Robert Rodriguez)

Qui iniziamo per lo meno a rientrare in un campo riconducibile alla filmografia di cui questo segmento fa parte, Robert Rodriguez firma qualcosa che sembra una scheggia impazzita sfuggita dalla sua saga di “Spy Kids” (da cui arriva anche la pettinata di capelli all’indietro) per precipitare nel mondo dei film che di norma lo riconducono all’amico Quentin Tarantino. Papà, il caliente Antonio Banderas, paga una fortuna Ted per godersi una sera di Capodanno con la signora, il nostro passa quindi da fattorino a babysitter, le due pesti non hanno voglia di dormire, preferiscono accendersi sigarette, usare di tutto come alternativa alle freccette domandandosi per tutto il tempo da dove arriva lo strano odore che sentono.

Il capitolo di “Spy Kids” che non ricordavate.

Risultato finale? Una barzelletta che procede per accumulo in attesa della battuta finale («Hanno fatto i maleducati?»), nel mezzo un paio di elementi di colore che fanno subito Rodriguez: alla tv i due bambini guardano spezzoni di “Bedhead” (1991) il primo cortometraggio del regista, quando invece cambiano canale, la ragazza formosa che balla sul piccolo schermo, anche se mai inquadrata in faccia è Salma Hayek (sempre sia lodata!) e a proposito di attrici che sarebbero diventate una costante nel corso della filmografia di Rodriguez, in questa stanza compare anche Patricia Vonne, non vi dico che ruolo ricopre, ma se avete già visto il segmento (dal 1995 tempo ne avete avuto) potreste aver intuito quale ruolo ricopre. Passiamo all’ultima stanza? Si va su.

Attico – L’uomo di Hollywood (Scritto e diretto da Quentin Tarantino)

L’ultimo segmento è il riassunto della sbornia di metà anni ’90 che ha colpito il mondo, in modo più o meno auto biografico e più o meno satirico, lo stesso Quentin Tarantino si è preso in giro da solo con il personaggio di Chester, ricchissimo divo di Hollywood che non beve champagne ma Crystal, pressato, che si lamenta sul fatto che tutti vivano sul suo portafoglio, dell’avere i critici addosso e le accuse di plagio sul collo. Tutta roba facilmente identificabile allo stesso Tarantino, visto che l’ex amico e collega Roger Avary non si è mai trattenuto (storia vera), a questo però va mescolata la cinefilia sempre galoppante di QT, perché per metà episodio “L’uomo di Hollywood” è la tortura per quelli che mal sopportano Tarantino e devono passare la metà dei ventuno minuti di durata dell’episodio a sentirlo snocciolare «Fuck» a profusione (in totale saranno centonovantatrè solo in questo segmento) prima che la storiella prenda una direzione e ammettiamolo, inizi a diventare davvero interessante.

«Spero ti piaccia Hitchcock perché il prossimo paragrafo ne è pieno»

Sfido chiunque, a passare davanti ad uno schermo durante la seconda parte di “L’uomo di Hollywood” e non restare attratti dalla vicenda, giocando a carte scoperte Tarantino riporta in scena una puntata di “Alfred Hitchcock presenta” del 1960 intitolata “L’uomo del sud” con Peter Lorre e Steve McQueen, anche se nella testa del regista era più presente la versione del 1985 con John Huston e Kim Novak.

A ben guardare è anche l’unico segmento in cui Ted riesce a non combinare troppi casini, anzi, riesce ad avere anche un tornaconto personale, ma il finale di episodio risulta avvincente grazie alla lunga tirata di Chester, quella sui giorni della vita, tanti e tutti uguali e per questo, destinati ad essere dimenticati, tranne alcuni, memorabili come quello che sta affrontando Ted, al resto ci pensa il montaggio di Tarantino che rende tutto molto serrato, la conclusione lapidaria, anche questa a ben guardare, la battuta finale di un’altra barzelletta che procede per accumulo.

Ogni occasione è buona per riportare Bruno, eroe della Bara, su queste pagine.

Menzione speciale per l’apparizione di un altro pretoriano di Tarantino, ovvero Bruce Willis, che recitando per l’amico QT a titolo gratuito, ha violato le regole della SAG (Screen Actor Guild), l’unico modo per risolvere è stato cancellare il suo nome dai crediti del film, ecco come ha potuto il nostro Bruno comparire nei panni dell’incazzatissimo Leo.

“Four Rooms” è una parentesi, non per forza rosa tra le filmografie di cui fa parte, ha goduto di un’uscita in un momento in cui bastava che uno dei quattro registi coinvolti fosse così famoso, ma così famoso, da poter far brillare di luce riflessa chiunque, anche questo filmetto antologico, che da anni occupa spazio sulla mensola tra gli altri film del regista, e sono sicuro di non essere l’unico ad averne a casa una copia.

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