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Frankenstein (1931): Frankie goes to Hollywood

Da grande appassionato di Charles Schulz, finalmente ho l’occasione giusta per iniziare anche io come Snoopy in molte strisce a fumetti: era una notte buia e tempestosa…

Lo era per davvero quella notte di più di duecento anni fa. Barricati in una villa sul lago Léman per proteggersi da un maltempo degno di un racconto gotico, la giovanissima scrittrice Mary Shelley sorprese tutti, mettendo su carta una storia composta con parti di altre, un sogno che aveva avuto, ma anche la sua passione per le opere di Milton. I poeti lord Byron e il compagno di Mary, Pierce Bysshe Shelley, furono i primi a leggere un racconto che citava apertamente il mito di Prometeo distorcendolo. Perché è innegabile il fatto che il mito di Frankenstein abbia avuto una madre, che ha dovuto combattere per veder riconosciuta la sua maternità sull’opera, ma è anche vero che il nostro Frankie ha avuto anche due papà: il produttore Carl Laemmle Jr. e il regista James Whale.

Si capisce che la famiglia Laemmle ha investito qualche soldino nel progetto?

La Universal Picture all’inizio degli anni ’30 non navigava certo in buone acque, il proprietario Carl Laemmle cercava disperatamente di far tornare i conti, quanto proprio un conte portò un po’ di ossigeno alla casa di produzione. Il successo commerciale di Dracula ha impedito il tracollo finanziario, o per meglio dire lo aveva rimandato, nessuno credeva che la Universal avrebbe saputo centrare il bersaglio una seconda volta, nessuno tranne Carl Laemmle Jr.

Figlio di cotanto padre, il produttore era certo che i mostri erano quello che il pubblico desiderava e poi, squadra e formula che vince non si cambia no? Se adattare sul grande schermo uno spettacolo teatrale aveva reso il conte Dracula un mito, avrebbe funzionato anche con Frankenstein, infatti l’adattamento del 1927 scritto da Peggy Webling, diventò il canovaccio per il film di Robert Florey con protagonista Bela Lugosi. Confusi? Ora ci arriviamo, perché sono state anche le defezioni a fare la fortuna di questa pellicola.

“Ma non era volante questa bara?”, “Sta zitto e scava cretino!”

Robert Florey era stato scelto per le sue velleità artistiche che sono state anche quelle che gli hanno fatto perdere il lavoro, Bela Lugosi invece dopo la lunga e complicata sessione di trucco di prova, ha semplicemente fatto prevalere il suo orgoglio. Il suo conte Dracula è diventato iconico grazie al fascino, al carisma e ai modi nobili dell’attore Ungherese, che di scomparire sotto quintali di trucco finendo per esprimersi a rutti proprio non ne voleva sapere, le sue precise parole sono state: «Nel mio paese ero una stella, e non sarò certo uno spaventapasseri qui» e questo è anche l’origine della sua faida e del suo manifesto disprezzo per il sostituto, uno spilungone (1,80 in realtà, ma per allora non era poco) di nome Boris Karloff, potreste averne sentito parlare come di una delle più grandi leggende della storia del cinema.

Ma anche le leggende hanno cominciato da piccole, proprio come James Whale, promosso sul campo regista, dopo una gavetta alla Universal fu proprio Whale a scegliere Karloff, uno che aveva preso parte ad un’infinità di produzioni, ma attirò l’attenzione del regista quando i due si incontrarono ad una festa e Whale, appassionato d’arte e di disegni, trovò la forma della testa dell’attore davvero unica, anzi, per la precisione fu il compagno di James Whale, anche lui presente alla festa a sgomitare il regista.

Boris, la faccia di chi è sempre l’anima delle festa.

Si perché James Whale è stato uno dei primi omosessuali dichiarati di Hollywood, la sua coraggiosa scelta di rivelarsi lo ha emarginato come raccontato nel film “Demoni e dei” (1998), in cui era interpretato da Ian McKellen, ma la cultura di Whale, il suo incredibile occhio per la regia, le innovazioni portare alla regia (era campione olimpionico di “Dutch Tilt”, inquadratura “sghemba” tipica dell’espressionismo tedesco che grazie a Whale ha fatto scuola e proseliti), ma anche le decise modifiche alla storia originale di Mary Shelley, hanno contribuito all’iconografia del creatura di Frankenstein, che nell’immaginario comune è molto più ricordata con l’aspetto che aveva nel film di Whale, piuttosto che all’emaciato cadavere ambulante che descriveva la sua mamma Mary Shelley.

«Nutella, Coca e pizza» (cit.)

Ma la produzione di “Frankenstein” non è stata affatto tutta pesche e crema, anche se il protagonista e il regista si sono rivelati con il tempo i migliori possibili. La Universal era sull’orlo del tracollo, affidarsi completamente all’idea di uno scienziato pazzo come Carl Laemmle Jr. rappresentava l’unica via possibile, alla Universal non avevano un piano B, ma la trama era davvero troppo per il pubblico del 1931, perché bisogna essere onesti, Mary Shelley si sarà anche ispirata al mito di Prometeo, ma il suo dottore che nel romanzo si chiama Victor Frankenstein, ma nel film ha cambiato nome in Henry (l’attore Colin Clive) per venire incontro ai gusti del pubblico americano, di fatto va ben oltre Prometeo, che sognava di rubare il fuoco agli dei per donarlo altruisticamente agli uomini. No, il dottor Victor Henry Frankenstein vuole sconfiggere la morte e controllare il potere di ridare la vita, per diventare così lui stesso una divinità, Prometeo a confronto di quello che sarebbe diventato il prototipo di tutti i “Mad doctors” cinematografici e non solo, era un buon samaritano alla fine.

La frase dell’allucinato dottore «Now I know what it feels like to be God» ha subito tagli in fase di censure e ancora oggi, a distanza di novant’anni non è del tutto chiaro se e come, questa frase diventata il bersaglio del famigerato codice Hays per la morale e la censura nei film, sia arrivata fino a noi, ma se volete approfondire, vi consiglio caldamente l’indagine del Zinefilo sul film.

Il momento della frase sacrilega, tanto contestata e censurata.

Quanti horror avete sentito che sono stati pubblicizzati come film in grado di far svenire e provocare malori alle persone in sala? Tanti vero? Solo che “Frankenstein” è stato il primo a farlo per davvero, tra le voci del terrore in grado di provocare questa pellicola nel cuore del pubblico e i moralisti con in mano il codice Hays e i forconi, pronti a dare la caccia a questo mostruoso film, alla Universal se la stavano facendo leggerissimamente sotto, un disastro al botteghino avrebbe rappresentato la fine e convinto della qualità del lavoro fatto da James Whale, Carl Laemmle Jr. si gioca il tutto per tutto, rimettendo a sua volta mano alla creatura del dottor Whale, con ogni mezzo necessario.

“Vivo o beh morto, tu verrai al cinema con me!”

Per tentare di battere sul tempo voci di corridoio e censori, Carl Laemmle Jr. richiama l’attore Edward Van Sloan, che nel film interpreta il mentore di Henry Frankenstein ovvero il dott. Waldman, lo parcheggia davanti ad un sipario rosso (anche se nel film per ovvie ragioni sarà in bianco e nero) e gli chiede di recitare la seguente frase: «Il signor Carl Laemmle ritiene che non sia opportuno presentare questo film senza due parole di avvertimento. Stiamo per raccontarvi la storia di Frankenstein, un eminente scienziato che cercò di creare un uomo a sua immagine e somiglianza, senza temere il giudizio divino. È una delle storie più strane che siano mai state narrate, tratta dei due grandi misteri della Creazione: la vita e la morte. Penso che vi emozionerà, forse vi colpirà, potrebbe anche inorridirvi. Se pensate che non sia il caso di sottoporre ad una simile tensione i vostri nervi, allora sarà meglio che voi… beh, vi abbiamo avvertito»  Questa mossa non è solo una gran trovata paracula a livello di avanspettacolo, ma è una delle cento trovate uscite da questo film e diventate parte della cultura popolare, se persino i Simpson sono arrivati ad omaggiare l’idea di Laemmle, vuol dire che il bersaglio è stato centrato.

Tutto ciò che so è che bramo il microfono dell’Eminem Show (cit.)

Tra le modifiche invece più drammatiche ed invasive a livello di trama, sicuramente il finale. Secondo il regista, Henry Frankenstein doveva essere punito per aver sfidato Dio e aver cercato di volare troppo vicino al sole, ma Carl Laemmle Jr. era sicuro che dopo aver scaricato addosso al pubblico quintali di orrore, tra cadaveri disseppelliti, cervelli rubati dai laboratori delle università, dottori folli che giocano a fare Dio, anche un finale deprimente e oscuro sarebbe stato un disastro, per l’umore del pubblico, per il successo del film e quindi per la Universal, quindi in sala di montaggio decide di usare il suo finale, quello dove Henry Frankenstein si ravvede e convola a giuste nozze con la fidanzata, perché l’unico modo per mettere in chiaro a tutti la sua redenzione, è una bella famiglia nel senso tradizionale del termine, un marito, una moglie e un figlio in arrivo. Uno nato, non assemblato in laboratorio.

Oh, I, oh I’m still alive / Hey, I, oh I’m still alive (cit.)

Anche per questo “Frankenstein” non è un film che rappresenta in pieno la visione di James Whale, per certi versi un film in cui il regista appare ancora piuttosto ingessato, costretto a muoversi nel limitato spazio di manovra lasciato libero dal tarantolato Laemmle, impegnato a garantire un futuro al film e alla sua compagnia. Per la visione completa di Whale, si sarebbe dovuto attendere il 1935 e il geniale “La moglie di Frankenstein”, uno di quei casi di seguito superiore al predecessore, in cui l’impronta e anche lo smaccato umorismo (nero) di Whale emerge di prepotenza, perché di fatto si tratta della storia di due dottori (uomini) dal rapporto piuttosto ambiguo, che tentano di eliminare dall’equazione le donne per mettere al mondo una moglie per la creatura, ma di questo parleremo magari in futuro, perché in ogni caso “Frankenstein” è un film incredibile, non sarà il migliore di Whale ma sicuramente resta uno dei miei “mostri” della Universal preferiti e soprattutto un Classido!

La storia la conoscete tutti perché l’avete vista in tutte le salse, anche se molto probabilmente qualcuno di voi potrebbe non aver mai visto questo film, considerato che come ha raccontato Lucius alla perfezione, la distribuzione nostrana del film è un vero mistero. Quello che resta è iconografia allo stato puro, James Whale ha introdotto delle modifiche alla storia di Shelley – qui accreditata nei titoli di testa del film, con il nome del marito, perché la battaglia per la maternità della storia, è stata degna di film e romanzi – che di fatto sono diventate canoniche, almeno nella cultura popolare.

I fulmini utilizzati per riportare in vita il corpo assemblato con parti di cadaveri, sono una soluzione estremamente visiva (quindi cinematografica) scelta da Whale per sopperire alla spiegazione piuttosto aulica utilizzata da Mary Shelley nel romanzo, ma lo stesso aspetto della creatura (personaggio accreditato con un “?” nei titoli di testa, per leggere il nome di Boris Karloff bisognerà attendere fino ai titoli di coda) è frutto di un bozzetto disegnato dal regista, studiato per accentuare la caratteristica forma del cranio di Karloff, che ha dovuto recitare con un costume di scena con le maniche ridicolmente corte, per dare l’impressione al pubblico di braccia incredibilmente lunghe, da indossare in coppia con delle scarpe in stile ferri da stiro, assurdamente grandi e pesanti tanto da causare problemi alla schiena a Karloff (storia vera).

Non è un problema di prospettiva, quei piedi restano fuori scala.

Esattamente come il conte Dracula di Lugosi, voi chiedete ad una bambina ad un bambino di disegnare il mostro di Frankenstein, state pur certi che il risultato avrà le spalle, i piedi e la testa quadrata, ma soprattutto due bulloni piantati ai lati del collo, insomma le ore passate in sala trucco da Boris Karloff sono uscite da questo film per diventare parte della cultura popolare, tanto che l’immagine della creatura, ancora oggi è proprietà intellettuale della Universal, per ogni rappresentazione del mostro nei fumetti, al cinema, sulla maschere di Halloween o sui cestini porta merenda (il vero metro di paragone della popolarità di un personaggio dell’immaginario negli Stati Uniti), bisogna pagare un soldino (o meglio, più d’uno) alla Universal. Ora capite perché Carl Laemmle Jr. non ha guardato in faccia nessuno no?

Il lavoro di James Whale è incredibile, la sua passione per l’arte e l’espressionismo tedesco si vede in ogni scena del film, le inquadrature sghembe sulla torre dove il dottore si barrica insieme a gobbo Fritz (Dwight Frye), oltre ad essere davvero artistiche, hanno influenzato quintali di pellicole e registi, metà delle scenografie contorte che ancora oggi vedete nei film di Tim Burton, sono l’onda lunga del lavoro incredibile di James Whale.

Espressionismo, ovvero: come ho imparato a non preoccuparmi e ad amare i film con i mostri.

Lo stesso Boris Karloff recita per la storia, la sua creatura risulta troppo pura per un mondo crudele come il nostro, il cervello “ABnormal” che si ritrova dentro il cranio, è solo una delle tante influenze di Carl Laemmle Jr. nella storia, in realtà nel romanzo il comportamento della creatura è frutto dei maltrattamenti subiti, come vediamo in parte anche qui, per via delle frustate di Fritz. Ma la prova di Karloff è magistrale, tutti quelli che predicano sulla famigerata “espressività” degli attori, come unico e solo metro di paragone per il talento, dovrebbero vedere e rivedere a ripetizione il modo in cui Karloff recita solamente con grugniti e linguaggio del corpo.

La famigerata scena della bambina, che tanto sconvolse il pubblico (e anche questa, soggetta a tagli) di fatto è la versione locale di un bambino che impara concetti chiave come cosa può galleggiare sull’acqua e cosa (e chi) no, ma più in generale, è un bambino che affronta per la prima volta il concetto di vita e morte, solo che quel bambino è un gigante con la testa piatta e i bulloni nel collo, costruito con parti di corpi morti riesumati. Vabbé non formalizziamoci troppo ora!

“Vuoi giocare con meeeeeeeeeeeeeeeeeee!”

Il problema di “Frankenstein”? Di fatto un non problema anche se piuttosto grave, questo è il classico film che tutti ricordano (o pensano di ricordare) per via della sua geniale parodia, “Frankenstein Junior” (1974). Guardare Fritz alle prese con un cervello rubato, fa per forza pensare all’Igor di Marty Feldman, ma le chiacchiere stanno a zero, la maggior parte del pubblico che venera (giustamente) il film di Mel Brooks non sa nemmeno di quello di cui sta ridendo, è un po’ come andare pazzi per Balle Spaziali senza aver mai visto Guerre Stellari, si può fare (occhiolino-occhiolino) ma è come godersi l’esperienza a metà. Il genio di Mel Brooks sta nel lavoro post-moderno di rielaborazione (ad uso ridere) di tutta l’iconografia della saga di Frankenstein, anche dei film, non diretti da Whale, il problema è che molta parte di pubblico “Frankenstein”, quello vero (non Junior) non lo ha mai visto, al massimo hanno assimilato la storia attraverso i suoi infiniti adattamenti, sparsi nella cultura popolare.

So a cosa state pensando, smettete di farlo.

Si perché “Frankenstein” è una storia sacrilega quasi, in cui gli umani non ci fanno di certo una gran figura, tra “Mad doctors” che vogliono sostituirsi a Dio e villici pronti ad impugnare torce e forconi per scacciare via il diverso (più le cose cambiano, più restano le stesse…), alla fine è impossibile non patteggiare per il mostro, più umano degli umani.

Il film poi ha avuto un peso specifico equivalente a quello chimico dell’oro, i registi che si sono abbeverati alla fonte di James Whale nemmeno si contano più, dal già citato Tim Burton a Sam Raimi, da Kenneth Branagh (con il suo adattamento tanto giusto da essere sbagliato), fino a Rob Zombie che ha due cani uno di nome Frank e l’altro Einstein (storia vera), per arrivare fino a Fred Dekker e Shane Black oppure a Stuart Gordon, uno dei più preparati studenti del cinema di Whale, un film universal(e) sotto tutti i punti di vista.

Insomma, siamo qui per celebrare i novant’anni di un vero classico, una pietra miliare che tra novant’anni, sarà ancora tale, il cinema è fatto da donne e uomini, ma la storia del cinema può essere fatta anche da
mostri. Auguri Frankie!

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