
Il film della vita, quante volte lo abbiamo visto anche nelle monografie qui sulla Bara, un autore corre dietro a quel soggetto del cuore una carriera intera, quando lo raggiunge, come Prometeo, a volte si ritrova sul tetto del mondo firmando il suo capolavoro, altre volte, è un sentitissimo disastro – il più delle volte al botteghino – gli esempi sarebbero tanti e Guillermo del Toro, nello scenario cinematografico attuale, i suoi due film del cuore ha potuto realizzarli grazie a Netflix.
Ci sarebbe da psicoanalizzare il fatto che le due storie del regista di Guadalajara, siano entrambe storie su essere artificiali, costruiti da un uomo che prova a procreare senza una donna nei paraggi, ma si sa che gli archetipi di Pinocchio e Frankenstein hanno sempre avuto molto in comune, in questo caso anche il destino. Quando firmi per Netflix già sai che rinuncerai agli incassi dell’home video e che la distribuzione in sala, sarà microscopica, invisibile ad occhio umano. Ho avuto la fortuna di beccare nello stesso cinema l’ultimo di Kathryn Bigelow e l’ultimo di del Toro, per assurdo tra i due, l’Horror è stato quello trattato meglio, una settimana di proiezioni contro una sola serata dedicata al film di Katrina (storia vera).

Apro e chiudo la parentesi sul festival del cinema di Venezia, dove è difficile trovare un posto decente per mangiare, quindi inevitabilmente tutti vanno nello stesso con il risultato che i pareri si “infettano” uno con l’altro, dal festival dove il film è stato presentato, si è parlato tanto della CGI che non è proprio il massimo, vero, anche se non ditemi che due lupi vi hanno tirato fuori dalla storia, personalmente il modo in cui Guillermo del Toro è riuscito a riempire lo schermo, mi ha incantato più dell’uso della CGI comunque centellinato. Ma forse quando un autore porta Frankenstein al cinema, un po’ di sbavature me le aspetto anche, mettere insieme pezzi di cadaveri non è mai semplice, tanto meno tornare a far battere un cuore e qui, è davvero tutta una questione di cuore.
«Questo film conclude una ricerca che per me è iniziata a sette anni, quando ho visto per la prima volta i film di “Frankenstein” di James Whale. In quel momento cruciale ho sentito un sussulto di consapevolezza: l’horror gotico è diventato la mia religione e Boris Karloff il mio Messia.» esagerato il nostro Guillermone? No, solo uno di noi cresciuto a pane e Horror, che per altro non ha mai nascosto di stare vivendo una vita D.M.S. (Dopo Mary Shelley), il suo anno zero è stata la tenera età di anni sette, quando ha scoperto il romanzo originale iniziando quella ricorsa per il film della vita che è terminata ora, che ha superato i sessanta.

Il “Frankenstein” di Guillermo del Toro somiglia al suo Pinocchio, si muove nel solco tra la tradizione e i messaggi che il regista vuole mandare, la sensazione generale è che per adattar Collodi, il regista abbia avuto molta più carta bianca, forse fornita dal lasciapassare dell’animazione che troppi non considerano vero cinema, vabbè. Quando invece ci sono di mezzo attori in carne (rianimata) ed ossa, tutti diventano più nervosi e la prima stesura di del Toro ha dovuto passare attraverso delle modifiche, da un film in tre parti, uno dedicato al Capitano Anderson (Lars Mikkelsen) uno al creatore Victor Frankenstein (Oscar Isaac) e uno alla creatura (Jacob Elordi, su di lui ci torniamo, tenetemi l’icona aperta) il regista ha tirato fuori 149 minuti belli pieni, forse non proprio in equilibrio perfetto a livello di ritmo e suddivisioni della porzioni – lo scontro finale è un po’ frettoloso, ma non che nel libro durasse poi molto di più – con un prologo tra le nevi dedicato al capitano e poi una prima e una seconda parte, allo specchio, perché il cuore del film sta tutto qui, da una parte il “padre” che gioca a fare Dio, dall’altra un figlio, prima desiderato e poi disconosciuto che di quell’amore paterno avrebbe anche bisogno, nel mezzo dubbi etici: cosa ci rende umani? L’aspetto o le azioni. Capite da voi che è roba grossa da raccontare, roba che si porta dietro un’iconografia e quintali di letteratura (e cinema) di cui del Toro ha troppo amore e rispetto per ignorare.

Il suo “Frankenstein” non innova, utilizza il romanzo di Mary Shelley come testo sacro e dentro, per portare lo spettatore dove il regista ci vuole far arrivare, è innegabile che ogni fotogramma di questo film urli «GUILLERMO!» a pieni polmoni, abbiamo la sontuosità della messa in scena di La fiera delle illusioni e scenografie curatissime e gotiche (il vero metro di paragone di tutti i suoi lavori) visto in Crimson Peak, i suoi lavori più potenti dal punto di vista estetico, meno dal punto di vista narrativo.
Allo stesso tempo abbiamo l’amore per il mostro, per il diverso, del tanto celebrato La forma dell’acqua anche se la creatura, ha molto dei vari Hombre Palido, del principe di Hellboy II e potremmo continuare a trovare punti di contatto fino al Nomak del secondo Blade, anche se esteticamente si rifà molto al lavoro di Sua Maestà Bernie Wrightson, scusate se è poco. Inoltre, proprio come ha riempito il suo ufficio/museo di artefatti provenienti dalla letteratura e dal mondo del cinema, qui il regista ha riempito ogni fotogramma come qualcuno con il terrore del vuoto, una gioia per gli occhi che se guarderete sullo smartphone vi perderete, mi dispiace, ma se guardate i film così, le torce e i forconi vi meritereste, altro che la povera creatura.

La storia la conoscete tutti, per mia gioia, si vede molto neve e molte navi incagliate nel ghiaccio, ovvero la porzione di storia che io stesso da bambino, leggendo il romanzo, mi colpì moltissimo (l’idea di una faida, una ricerca tra padre e “figlio” che termina tra la neve, l’ho sempre trovata narrativamente molto potente) anche perché di solito è la parte che i tanti film su Franky ignorato. Non lo fa invece del Toro, che si rifà alle opere precedenti di James Whale, in certi momenti (nel vestito “a bende” di Mia Goth ad esempio) anche al suo monumentale seguito, senza dimenticarsi le varie incarnazioni del personaggio, fino a quella ultra barocca della tanto vituperata versione di King Kenneth. Il nostro Guillermo si approccia alla materia con il cappello in mano, con l’umiltà dello studente che sa di stare affrontando qualcosa di più grande di lui, e più che l’arroganza di Victor Frankenstein, si gioca il cuore della sua creatura.
Va detto che tutta la parte sul capitano Anderson di Lars Mikkelsen, l’avrei voluta vedere espansa come era stata pensata originariamente da del Toro, nel mezzo poi, mi sarebbe poi piaciuto tantissimo che uno studente come del Toro, si giocasse il ruolo chiave del dottor Pretorius, magari affidandolo a Christoph Waltz, purtroppo per quello in pochi hanno saputo osare. Guillermone fa sua la materia affidando a Waltz un ruolo, forse fin troppo simile a quelli che ultimamente recita in ciabatte, quello di Henrich Harlander che va mano nella mano con il padre di Victor, Leopold Frankenstein, interpretato da Charles Dance, i due sono la nemmeno velata critica a chi finanzia, in questo caso le idee bizzare di Victor, per farci su soldi, anche se forse il personaggio che ne esce peggio è quello di Elizabeth.

Qui si vede secondo me una tendenza ormai consolidata nel cinema di del Toro, il suo essere un esteta sopraffino, quasi più uno che utilizza le immagini per narrare più che la sceneggiatura, che infatti spesso fa storcere i nasini ai più. Indiscutibile che ormai Mia Goth sia nostra signora dell’urlo, regina contemporanea dell’Horror, la sua Elizabeth esiste più in presenza scenica e costumi spettacolari (i cui colori, che fateci caso, seguono l’arco narrativo del personaggio, diavolo di un del Toro!) ma si limita a quello, se il giochetto, che ormai del Toro fa da tempo non è chiaro, si rischia di percepire meno di quello che il regista vuole raccontarci.

La parte del leone la fa il solito Oscar Isaac, tanto affascinante e carismatico quando repulsivo per intenti, è molto facile, impersonando Victor Frankenstein scivolare nella macchietta del “Mad doctor” urlante, qui si fa il tifo per lui, fino al momento in cui, si smette naturalmente di farlo, quando il nostro si spinge davvero troppo in là nel suo delirio, che è anche un po’ il motivo per cui del Toro, ha tenuto intelligentemente nascosta la sua creatura il più a lungo possibile, anche nell’entrata in scena nel film. Sì, è il momento di chiudere quell’icona su Giacobbe.

Fino ad ora, era considerato un tipo “Bello bello in modo assurdo” (Cit.), qui con la stazza fisica giusta, firma una prova secondo me di tutto rispetto, un bambino gigante che non sa cosa sia fuoco o dolore, che impara prima il senso di “amico” che a comprendere altri concetti, apparentemente più facili e sì, anche qui compare il mitico vecchio non vedente, quando ho scoperto chi lo interpreta, il fan di The Strain in me ha esultato (storia vera).
Jacob Elordi ricorda Karloff ma non imita nessuno, questo pinocchio tornato dal mondo dei morti ha il fisico giusto per la parte e il cuore dal lato giusto, basta vederlo “danzare” nella neve per pensare alle varie nevicate viste in tutti i film di del Toro, a tutti i suoi mostri più umani degli umani, in cui io, voi e Guillermone ci siamo sempre identificati nella vita, probabilmente è anche vero che Netflix ci avrà messo fin troppo lo zampino, ma io l’amore lo riconosco quando me lo trovo davanti, anzi ve lo dico fuori dai denti, era dai tempi di Scuola di mostri che una creatura così non avevo voglia di abbracciarla e portarmela a casa per averlo come amico.

Va anche detto che questo “Frankenstein” è un film generoso e pieno di emozioni, claudicante nell’incedere come la creatura protagonista, a tratti pecca di ingenuità e risulta anche un po’ troppo prolisso, certe metafore sono ribadite più volte, ma è sicuramente autentico negli intenti, nel suo infilarsi nel solco della tradizione, restando fedele alle tematiche care al regista.
Guillermo del Toro con il suo “Frankenstein” mette su una lunga parabola sull’amore e la sua assenza, su come comprendere, perdonare e camminare sulle proprie gambe, diventano individui anche malgrado l’influsso di chi ci ha messo al mondo, e questa parte della storia personmete, mi tocca molto e mi ricorda perché grazie all’Horror, per me è sempre stato più facile patteggiare per i “mostri”, virgolette obbligatorie.
Il desiderio di essere visti e riconosciuti è universale, per non dire proprio trasversale nell’animo umano, per del Toro è quello che distingue gli umani veri, da quelli che invece l’umanità l’hanno persa giocando a fare Dio. La creatura del regista messicano è proprio come il film che ha messo su, un essere enorme, dall’estetica che non passa inosservata, e che ti parla con il cuore in mano come se fosse uno degli Odd di “Doctor Who”, un Pinocchio gigante tornato dal mondo dei morti in cui specchiarci e ritrovare le fragilità che ci rendono umani.

La citazione finale a Lord Byron non è buttata lì tanto per, è un film spezzato questo “Frankenstein” perché del Toro ha dovuto scendere a compromessi come fa Victor per inseguire il suo sogno di gloria, il risultato è visibilmente, orgogliosamente potente ma fragile, come la sua creatura protagonista, per certi versi anche quella di Guillermo del Toro è stata una resa dei conti, una faida durata anni che termina tra i ghiacci, ora si spera che si liberi di Netflix oppure da essa, ottenga la carta bianca totale e assoluta, per riportarci tra gli unici ghiacci che mancano al regista, quelli della montagne della follia, anche in quel caso, al cuore non si comanda.


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