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Fratelli nella notte (1983): brothers in arms

Trovo beffardo che un film che parla di compagni lasciati
indietro, sia anche una pellicola citata così poco, ovvero il destino di “Fratelli
nella notte”.

Gerald Dwight Hauser detto “Wings”, aveva un grande amico
di nome Gary Dickerson, i due si conoscevano dai tempi dell’infanzia, ma se il
primo è diventato un attore, sceneggiatore e occasionalmente regista, il
secondo è andato in Vietnam e per certi versi non è mai più tornato. I due hanno continuato a frequentarsi per anni, ma le chiacchiere al bar erano dei monologhi
di Wings, almeno fino ad una sera in cui l’amico raccontò tutto, quello che aveva visto
laggiù in guerra, i morti, e i racconti di chi è rimasto ancora là.

Il Viet “fottuto” nam, forse la singola guerra più approfondita dal cinema americano.

Profondamente colpito dalla storia, Hauser impiegò diciotto
mesi della sua vita per scrivere una sceneggiatura che raccontasse quello di
cui nessuno voleva più parlare, il dramma dei MIA (Missing In Action) e dei POW
(Prisoner Of War) i soldati americani rimasti in Vietnam anche dopo la fine del
sanguinoso conflitto.

La sceneggiatura venne acquistata dalla Paramount, ma la
storia non trovava il modo di arrivare sul grande schermo, pare che in fase di
pre-produzione il film abbia cambiato titolo qualcosa come cinque volte (storia
vera). Il plico di fogli ribattezzato “Last river to cross” non trovava la sua
strada verso casa, ed è a questo punto della storia che entra in scena qualcuno
con il piglio da generale giusto, una vecchia conoscenza di questa Bara… John
Milius.

Milius alle prese con la regia di Conan il Barbaro è molto interessato al progetto ma non gradisce
diversi passaggi della sceneggiatura, entra a bordo come produttore esecutivo, molto
esecutivo, tanto esecutivo! Con il suo solito piglio da comandante in capo
affida la riscrittura della sceneggiatura a Joe Gayton, scelta che mettiamola
così, Wings Hauser non ha preso proprio benissimo, tanto da decidere di citare
in giudizio Milius… Madornale errore (cit.).
Come ci ha illustrato magnificamente Lucius raccontando
la storia produttiva di Alien, quando
intervengono gli avvocati ad Hollywood, puoi stare sicuro che verrai bollato con
la lettera scarlatta, infatti l’arbitrato diede ragione a Milius, con non tanto
buona pace di Wings Hauser, che intervistato nel 1989, ancora vomitava bile su
Milius, definito “a scumbag right-wing bastard”, ma anche sullo sceneggiatore
sostituto, etichettato da Wings come “That son of a bitch!”. Che potremmo
tradurre… Quel birichino. Più o meno. Magari non é proprio una traduzione parola per parola.

Dopo svariati cambi di titolo, finalmente quello giusto per il film.

Una volta superate le acque basse dell’arbitrato, la
Paramount fece arrivare una copia di “Uncommon Valor” (titoli definito,
decisamente più Miliusiano), nelle mani del regista Ted Kotcheff, fresco fresco
del successo di un film con un reduce come protagonista, una pellicola che si intitolava Rambo. Potreste averne sentito parlare, qualche volta nella vostra vita.

Ma secondo voi un tipo dalla personalità dirompente come Milius, sarebbe rimasto con le mani in mano? Figuriamoci! Kotcheff ha dichiarato che il
vecchio John ha scritto di suo pungo due o tre scene del film, condite da un
ragguardevole numero di suggerimenti per rendere il film più realistico
possibile (storia vera). L’uomo che ha scritto quella meraviglia dell’Indianapolis speech di Lo Squalo, qui piazza un’altra delle sue
zampate, il discorso motivazionale del colonnello Jason Rhodes (Gene Hackman) ai
suoi ragazzi è puro Milius, infatti in quanto tale riprende omaggiando, la
prima scena del quinto atto del “Giulio Cesare” di William Shakespeare.

Voi mettere il vecchio Eugenio Mazzatore in un film e state tranquilli, almeno uno che recita alla grande ci sarà.

Per il cast Milius avrebbe voluto James Arness nella
parte del colonnello Rhodes, ma per nostra fortuna si fece convincere dal provino, del come al solito monumentale di Gene Hackman, mentre tra i cambi in stile
cestistico che hanno fatto bene al film, metteteci anche quello del solito
James Remar, così dedito alla “Vita loca” da perdere un sacco di ruoli in
carriera. A beneficiarne al suo posto è stato Patrick Swayze, una delle ragioni
per cui il compianto Patrick è finito a recitare nei panni di Jed Eckert in Alba Rossa, uno così Milius non poteva
farselo scappare.

“Bravo ragazzo, considerati arruolato tra le fila dei Wolverines”

Per altro a volerla raccontare proprio tutta, in una
parte molto piccola se guardate bene, troverete anche Michael Dudikoff, ben
prima di diventare il “guerriero Americano” di tanti film d’azione, mettete anche
questa tacca alla cintura di John Milius.

Sapete quando dico che i primi cinque minuti di un film
ne determinano tutto l’andamento? Quelli di “Fratelli nella notte” saltano
letteralmente in faccia allo spettatore, riportandolo per il bavero nel Vietnam
nel 1972. Un gruppo di soldati americani feriti corrono a rotta di collo, tra i
proiettili nemici e le risaie vietnamita per raggiungere gli elicotteri che li porteranno
in salvo, qualcuno cade, molti muoiono, alcuni vengono caricati in spalla – proprio come nella locandina del film -, ma altri resteranno drammaticamente a
terra a disperarsi mentre gli elicotteri si alzano in volo senza di loro. Vi
ricorda qualcosa tutto questo? George Pan Cosmatos ne farà una delle scene
madri del suo Rambo 2 – La vendetta, uno dei film
pesantemente influenzati da “Uncommon Valor”, solo che qui la scena madre
arriva prima dei titoli di testa! Visto di peggio in vita mia ve lo assicuro.

Sembra la scena madre, invece è solo l’inizio del film.

A nessuno più importa dei ragazzi che sono ancora laggiù
in Vietnam, come dirà il personaggio di Gene Hackman alla sua banda di gatti
senza collare, radunati per una missione solitaria, in un Paese dove conta solo
il profitto, chi fa bancarotta è tagliato fuori, si è speso già troppo per la
guerra del Vietnam, anche in termini emotivi i soldati dispersi in azione e
quelli che sono ancora prigionieri nel ‘Nam sono numeri, danni collaterali di
una sporca guerra da dimenticare, perché gli Americani ammirano solo i vincenti.

Eppure qualcuno in quella guerra non ha perso solo il
prestigio nazionale, ma anche un figlio, come è accaduto al colonnello Jason
Rhodes, mentre ancora scorrono i titoli di testa, già lo zampino di Milius nel
film di Ted Kotcheff è tutto lì da vedere. Con il suo classico stile, Milius racconta
per immagini il dramma di un uomo che prima di essere un soldato è anche un
padre: vedendo tanti ragazzi tornare a casa alla tv, Rhodes ricorda suo figlio,
lo fa nel cuore della notte, quando sei solo con i tuoi pensieri e proprio per
questo, quando vengono a tormentarti mordono più forte. Rhodes vede suo figlio
ancora bambino sulla soglia della camera da letto, spaventato per un temporale
notturno, allunga la mano verso di lui e piange, ma silenziosamente e senza
potersi far sentire dalla moglie che dorme abbracciata al suo petto. Un uomo solo, un padre solo, con il peso del suo ruolo.

Un uomo deve fare, quello che un uomo deve fare (e tutte quelle altre robe lì)

Basta questa scena a Milius per arruolarci tutti, come
per il monologo dell’Indianapolis, ora anche noi spettatori abbiamo una
motivazione, sappiamo perché il protagonista farà tutto quelli che gli vedremo
fare nel film e non potremmo non patteggiare per lui, questa non è più
questione di onore, di patria o di partito, è un’altra storia di uomini con la
schiena dritta, pronti a fare quello che è giusto anche quando si tratta di
lavoro sporco, perché i guerrieri combattono, indipendentemente da chi in
giacca e cravatta siede al posto di comando.

Mentre ancora scorrono le bellissime musiche di James
Horner e i titoli di testa, assistiamo alla ricerca di Rhodes del figlio, che
comincia a Bangkok nel 1977 e non si ferma fino al 1982. In un momento passano
cinque anni, ma forti della scena precedente sappiamo che il colonnello non
mollerà mai, finché non avrà riportato suo figlio Frank a casa.
La soffiata giusta arriva da un biondone soprannominato Blaster
(Reb Brown) che non a caso sembra uscito da Un mercoledì da leoni, le foto
aeree di un campo di prigionia Vientamita con “ospiti” troppo alti per la media
dei “Charlie”. Proprio come in I magnifici sette (chiara e palese ispirazione per questo film), Rhodes comincia a
radunare i suoi guerrieri.

Quella magnifica mezza sporca dozzina più uno.

L’elicotterista che non si toglie mai gli occhiali da
sole e ha più di una storia tesa con la (quasi ex) moglie, che però appena
sente la proposta di Rhodes accetta, e si toglie anche gli occhiali, perché tra
guerrieri ci si capisce guardandosi negli occhi, i civili che non sono stati
laggiù che ne sanno?

Deve superare la ritrosia della moglie anche Wilkes, non
potete mancarlo, è quello con la faccia da pugile del grande Fred Ward, che
passa il tempo a saldare contorte opere d’arte fatte con saldatore e tubi di
metallo, più che arte un grido d’aiuto di qualcuno che al buio, in un tunnel sotterraneo
scavato dai Vietcong, ha perso una buona fetta della sanità mentale.

“Non ci sono Graboidi signore, giusto qualche Charlie”

La banda di gatti senza collare radunata da Rhodes è una
sorta di A-Team – andata in onda per la prima volta su NBC nel 1983, non credo
sia un caso – di disadattati talentuosi, anche se il più disadattato di tutti
non può che essere l’adorabile Sailor. L’aggettivo non è scelto a caso perché è
proprio la sensazione che si prova nei confronti del personaggio, anche se è
interpretato dal quella specie di orso Grizzly umanoide di Randall
“Tex” Cobb, che qui quando può balla nel sole come il figlio dei
fiori più grosso e cazzuto del circondario, ma per non farsi mancare proprio
niente, va in giro con una granata legata al collo, a sua detta perché se la
vita dovesse diventare una merda, lui ha l’uscita di scena più veloce a portata
di mano. Vi ho già detto che questi ragazzi hanno perso più che una guerra in
Vietnam no?

“Sei pronto per tornare in Vietnam ragazzo?”, “Veramente non credo di essere mai tornato”

A completare il gruppo ci pensa poi Kevin Scott (Patrick
Swayze), il ragazzino del gruppo, l’entusiasta, ma anche quello guardato storto da tutti, perché semplicemente troppo giovane per aver davvero combattuto
nel Viet “fottuto” Nam. Nel campo di addestramento organizzato dal colonello
Jason Rhodes, Scott è quello che si allena con più energia, ma anche quello che
deve supervisionare sul fatto che tutti mangino solo cibo locale («non vorrete
andare nella giungla puzzando di cibo americano?»), ma proprio per questo è
anche quello mal visto da tutto il gruppo.

Il campo di addestramento è un’altra conferma di come
Milius (e Ted Kotcheff che qui opera ai suoi diretti comandi) sapesse
raccontare per immagini, utilizzando le parole nel modo migliore, che non è di
certo quello di annoiare il pubblico con lunghi “spiegoni”, ma piuttosto
utilizzarle per cementare i rapporti e le dinamiche tra i personaggi.

Far affezionare il pubblico ai protagonisti, lo state facendo bene.

Ecco perché il piano con cui Rhodes ha intenzione di far
evadere il figlio e tutti i prigionieri dal campo, non ci viene raccontato, ma
mostrato. Il gruppo di soldati nella ricostruzione del campo, completa
l’addestramento mettendo in scena il piano con cui salveranno i ragazzi ancora
laggiù, un tripudio di esplosioni, elicotteri che decollano e Randall
“Tex” Cobb che apre le porte di legno delle celle a colpi di
motosega, il trionfo dello “Show, don’t tell” applicato al cinema d’azione. Anzi direi che ci sono gli estremi per essere uno dei Classidy!

Dove vengono usate al meglio le parole nel film? Per
farci affezionare a questa sporca mezza dozzina, altro capolavoro che fa da chiara ispirazione per “Uncommon Valor”. Ad
esempio io trovo fantastica la scena in cui Patrick Swayze e Randall “Tex”
Cobb, dopo settimane di punzecchiamenti arrivano alle mani, ma tutto si risolve
con una riga di dialogo, un chiarimento sulle vere motivazione che spingono il
giovane Kevin Scott a lanciarsi anche lui in un’impresa folle come questa.
Basta una manciata di parole e Sailor prende il ragazzo e se lo carica in
spalla, anche se fino ad un secondo prima voleva strangolarlo, perché
finalmente i due guerrieri si sono riconosciuti come uguali, fratelli nella
notte appunto, come il titolo italiano puntualissimo, che riprende la canzone di Ray Kennedy che si sente sui titoli di coda del film. Perché tra
guerrieri ci si riconosce e tra uomini si litiga anche brutalmente, salvo poi
risolvere tutto per non pensarci mai più, come fanno gli uomini insomma, e il cinema di Ted Kotcheff e John Milius è sicuramente
cinema che parla di uomini.

Sono faccende tra maschietti, un po’ di casino ma poi passa tutto.

Ci sono momenti divertenti in “Fratelli nella notte” (il
menù da cui scegliere le armi, mi fa sempre ridere) e momenti fortemente
drammatici, tutti funzionano perché la regia ha un ottimo ritmo e i personaggi
sono scritti (e interpretati) così bene da risultare realistici e far
appassionare lo spettatore alle loro vicende, anche andando oltre la retorica,
oppure quel certo grado di fanatismo paramilitare che comunque nel film ha un po’ di cittadinanza, perché alla fine “Fratelli nella notte” si riduce ad una storia
di guerrieri, mandati a fare un lavoro sporco e per questo dimenticati e puniti
più del necessario, ma è soprattutto una storia di uomini con la schiena dritta
che fanno quello che è giusto, quando bisogna farlo.

Certo che in tutto questo, non mancano nemmeno dosi
abbondanti d’azione dirette davvero alla grande, che di certo non fanno mai
male. L’ultimo atto è una lunga tirata che prosegue in crescendo, fino
all’attacco al campo di prigionia, dove la tensione per l’esito della missione
e i sacrificati che restano sul campo di battaglia, sono il frutto di un lavoro
di costruzione dei personaggi notevole.

Se non avete visto il film, non ho nessuna intenzione di
raccontarvi il finale, ma ci tengo a sottolineare quando le lacrime, silenziose all’inizio del film, nel finale possano essere liberatorie, perché arrivano al cospetto
di pari grado, guerrieri che sono stati laggiù, compagni d’arme che sanno cosa vuol dire la guerra e i suoi effetti collaterali.

I finali, quelli che funzionano per davvero al cinema.

I titoli di coda di “Fratelli nella notte” si giocano una
trovata che amo molto, il primo piano dell’attore con il nome del personaggio
(esattamente come accadeva in un altro film “militaresco” come Predator) sulle
note di “Brothers in the Night” di Ray Kennedy, mentre Sailor balla nel sole la
sua strana danza.

Pensate che secondo Patrick Swayze, il film girato era
anche migliore di quello che il pubblico ha visto (all’uscita in sala nel
dicembre del 1983), perché molte parti relative alle dinamiche dei personaggi
sono state tagliate dalla Paramount (storia vera). Secondo le dichiarazioni dell’attore nella sua autobiografia, proprio quelle parti avrebbero fatto affezionare
ancora di più il pubblico ai personaggi, perché questo film anche se non è
stato diretto da John Milius, ha dentro tanto della sua poetica.

Non vedete tanta poesia in tutto questo? Beh allora guardate meglio!

Una poetica che al cinema, va oltre le posizioni da “scumbag
right-wing bastard” tanto care al regista e sceneggiatore. Qui Milius ha preso
idealmente per mano Ted Kotcheff e lo scalpore (e l’entusiasmo) generato dal
suo Rambo, per restituire qualcosa al suo Paese a dare in testa ai benpensanti,
a quei politici in giacca e cravatta che hanno già archiviato il Vietnam e le
sue perdite come un investimento fallito. Tutta quella rabbia si sente nel
discorso di Rhodes ai suoi reduci: «Sembra che voi abbiate un forte senso di
lealtà, anche se molti pensano che siate dei criminali a causa del Vietnam. E
sapete perché? Perché avete perso, e in questo Paese è come fare bancarotta: si
è tagliati fuori dagli affari. Vogliono dimenticarsi di voi, si è speso troppo
per voi e non avete dato alcun profitto. Ecco perché nessuno pensa di andare a
prendere i nostri compagni per riportarli a casa, perché non c’è nessun
guadagno in questo: voi ed io sappiamo che abbiamo ancora dei conti in
sospeso». Puro Milius al 100%.

Questo sento di rivincita al cinema non è passato
inosservato, la crociata impossibile del colonello Jason Rhodes (alter ego di
Milius) ha riportato il dramma dei prigionieri americani ancora in Vietnam alla
ribalta, come ci ha molto ben raccontato Lucius, in un post che vi consiglio caldamente.

L’insegnante di danza dell’ippopotamo di “Fantasia”.

“Missing in Action” è arrivato
solo l’anno dopo “Fratelli nella notte”, dando più visibilità al lato “Action”
e se vogliamo anche caciarone della vicenda. Non è un caso se tutti ricordano
ancora Rambo 2 – La vendetta e non
così tanto il suo padre nobile, che è proprio “Uncommon Valor”, i compagni
d’arme di John Milius, a ballare nel sole come guerrieri del passato, dimenticati, lasciati indietro, ma non senza aver lasciato un segno del loro passaggio.

Through these fields of destruction

Baptism of fire
I’ve witnessed your suffering
As the battles raged higher
And though they did hurt me so bad
In the fear and alarm
You did not desert me
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