Home » Recensioni » Free Fire (2017): silenzio, parlano le revolverate

Free Fire (2017): silenzio, parlano le revolverate

Cos’è un film d’azione? Intendo dire cos’è che distingue davvero un film d’azione da uno che non fa parte di questo vasto genere? Basta che ad un certo punto il buono e il cattivo facciano delle cose imputabili ad un action per guadagnarsi l’etichetta? Tipo che so, inseguirsi in auto, prendersi a calci e pugni in faccia, oppure spararsi? Non proprio, approfondiamo la questione.

Avete visto Massimino Pazzarello Furiostrada, no? Può esservi piaciuto o meno, non è la cosa più importante in questo momento, non so voi, ma io ho incontrato troppe persone che sono arrivate a dirmi, «Bello eh? Però la trama…» e a quel punto la mia reazione è sempre stata la stessa, metallizzarmi la faccia con la bomboletta spray e zompargli in testa gridando “AMMIRATELOOOOOOO!” spiegare che in un film d’azione è l’azione che porta avanti la storia.

Diffidate da quelli che vi rigirano la frittata con frasi del tipo “Più che un film d’azione è un film di azioni”, un modo subdolo di mettere qualunque film con Margherita Buy o Tony Jaa sullo stesso livello. In Mad Max l’evoluzione dei personaggi, i loro archi narrativi, le dinamiche tra di loro, si sviluppano con scene d’azione, Iko Uwais in “The Raid” cerca sua fratello lungo i piani del palazzo a pugni e calci. Non bastano solo un inseguimento o una sparatoria per fare un film d’azione.

«Tranquilli raga, dice che non ci sono dialoghi, ci spariamo e basta!»

Questo lo ha capito bene Ben Wheatley che è un dritto, davvero un gran dritto, uno che i generi li conosce ed è anche uno dei filmaker più esplosivi e dotato di idee anche radicali in circolazione, il suo “Kill List” (2011) è una bomba e il suo High-Rise, per quanto forse non completamente riuscito, si prendeva il difficile incarico di adattare un romanzo di J.G. Ballard in maniera comunque efficace.

La sua nuova fatica si chiama “Free Fire” che lo so, sembra uno di quei titoli da film DTV con poche pretese, invece è una dichiarazione d’intenti, per fortuna ho potuto vedermelo dall’inizio alla fine, godendomi la straordinaria gestione di ritmo e spazi che Wheatley impone a storia e personaggi, ma per una volta sola nella vita avrei voluto mettere in pausa il film per rispondere al telefono, se qualcuno mi avesse chiamato, la telefonata sarebbe stata grossomodo questa: “Pronto? Ah, Ciao, no niente sto guardando Free Fire, sono arrivato al momento in cui si sparano”.

Ecco, quando attaccano, poi è più o meno tutto così fino alla fine.

Sì, perché “Free Fire” è questo: 90 minuti (il minutaggio perfetto dei film secondo me), una fase introduttiva efficacissima e poi a parlare è solo il suono delle pallottole che fischiano fino ai titoli di coda. In quella lunga e articolata sparatoria c’è un film, c’è la storia di tutti i personaggi, perché in un film d’azione, le scene d’azione portavano avanti la storia, motivo per cui “Free Fire” rischia seriamente di essere il film che tutti quelli che vogliano cimentarsi con questo genere devono, per lo meno, vedere un paio di volte.

Parliamo subito dell’elefante di Knoxville (Tennessee) nella stanza, a me Quentin Tarantino è simpatico e i suoi film mi piacciono, il vero dramma del cinema post anni ’90 sono quelli che provano ad imitare Tarantino e tanti suoi fan senza fantasia che dicono di amare i film che lui rubacchia, omaggia e rimaneggia. Detto questo, guardando “Free Fire” in più di un’occasione so che verrà paragonato a Le Iene, criminali che fanno cose da criminali in un magazzino abbandonato e anche un il finale che, anche se è diverso (tranquilli, nessuno SPOILER), in qualche modo lo ricorda nello spirito. Fatta questa doverosa premessa, Ben Wheatley è un regista con le idee precise, senza nessuna intenzione di scimmiottare nessuno, quindi questo film per certi versi è l’esatto contrario di “Reservoir dogs”, perché sostituisce le chiacchiere dei personaggi Tarantiniani con l’equivalente in numero di proiettili esplosi. Insomma: meno parlare e più sparare!

Locandina alternativa così figa che non potevo non utilizzarla!

L’ambientazione nella Boston dell’anno 1978 è parte integrante della trama, ma serve anche a mettersi in scia a certo cinema criminale alla Martin Scorsese (che non a caso è accreditato come produttore esecutivo), a zio Martino Ben Wheatley scippa solo il gusto per i panta zampa anni ’70, le camice con i colletti a punta e una colonna sonora d’epoca che serve ad introdurre i personaggi e a portarli tutti nello stesso magazzino, sulle note di “Run through the jungle”, secondo voi io criticherò mai qualcuno che mi mette i Creedence in un film? Ma figuriamoci!

Oh! Per stare in tema musica: ma possibile che Hollywood abbia riscoperto John Denver? No, perché nel giro di pochissimo, questo è il terzo film che si gioca una delle sue canzoni in un momento cruciale. Tanto di cappello a Wheatley, che al pari di BongJoon-ho in Okja sceglie “Annie’s song”, ma dandole una connotazione completamente diversa.

La trama è talmente semplice che pure io posso riassumerla. In un magazzino a Boston, s’incontrano alcuni venditori di armi, capitanati dall’accento folle di Sharlto Copley e alcuni compratori, le cui origini irlandesi lasciano chiaramente capire quale uso faranno degli M16 che vogliono acquistare. Altro applauso a Wheatley per aver scelto l’Irlandese Cillian Murphy per il ruolo del capo dei ribelli, attore largamente sottoutilizzato che mi fa sempre piacere vedere in un film, in particolare se poi accanto a lui troviamo la bella di turno, la lanciatissima Brie Larson.

Unica donna del cast, poteva andarci molto ma molto peggio.

A mediare tra le due parti, un Americano molto, ma mooooolto rilassato, forse perché quando sei il più alto della stanza puoi davvero tenere d’occhio tutti e da questo punto di vista Armie Hammer è un’altra scelta di casting azzeccata. Nemmeno il fatto che Copley abbia portato degli AR70 al posto dei richiesti M16 è un problema che viene risolto presto, ma davvero volete dirmi che non avete capito come continua il resto della trama?

Per motivi futili, iniziano a volare le pallottole e tutti i personaggi corrono, strisciano e saltano a trovarsi un posto dietro due ripararsi per rispondere al fuoco e se la prima parte introduttiva, ha dei dialoghi fantastici che filano via lisci come l’olio (e che non vengono coperti dal rumore degli spari, anzi!), quando il film dà il via libera agli spari, come spettatori iniziamo a divertirci sul serio.

«Amico anche tu qui, che combini?», «Niente uno spasso, ammazzo… Il tempo»

Ho passato gran parte del tempo a strabiliarmi per l’incredibile gestione che Ben Wheatley fa dello spazio, di fatto, il film è una lunga e complicatissima coreografia che deve tenere il conto di chi spara a chi e da che punto, ma soprattutto dei vari spostamenti dei personaggi, la cosa davvero incredibile è che grazie alla regia e al favoloso montaggio del film, sappiamo sempre dove i tanti personaggi in gioco si trovano e vi assicuro che le situazioni cambiano continuamente, grazie a costanti cambi di fronte e piccoli obbiettivi da raggiungere (tipo l’unico telefono presente nel magazzino) che sono battaglie da vincere per conquistarsi un punto vantaggio rispetto al proprio avversario, per sperare di spuntarla nella guerra in corso tra le quattro mura del magazzino.

Nell’angolo blu, la squadra degli Irlandesi capitanata da Cillian Murphy…

Questo continuo cambio di fronte fa sì che i personaggi si ritrovino ad approfittare della situazione per risolvere le loro dispute personali, quindi in questa grande coreografia (pare che Ben Wheatley abbia ricreato il set del film utilizzando Minecraft per tenere tutto sotto controllo, storia vera!) si formano le coppie e le trame personali dei personaggi proseguono raggiungendo un arco narrativo completo, invece che a parole, a revolverate, brutto?

… E in quello rosso, il Sudafrica di capitan Sharlto “Buffa pronuncia” Copley!

Quindi, non è soltanto una sparatoria girata alla grande in stile che so, John Woo, ma con tanti duelli uno dentro l’altro, in cui i personaggi devono fare attenzione e non finire sulla traiettoria di qualche altro colpo che nel frattempo qualcun altro sta sparando. Se amate questo genere di cinema, mettetevi comodi e godetevi la cura maniacale di ogni dettaglio messo su da Ben Wheatley.

Insomma, “Free Fire” è un grande spettacolo, Wheatley uno dei registi più bollenti in circolazione e voi dovreste davvero vedere questa sua nuova fatica, rischia di essere uno dei film più fighi dell’anno, anche perché qualcuno guarda Mad Max e vede solo gente che corre prima da una parte e poi dall’altra e dentro “Free Fire” solo gente che si spara, io, invece, ci vedo del cinema, anzi del gran bel cinema.

Sepolto in precedenza lunedì 24 luglio 2017

5 1 voto
Voto Articolo
Iscriviti
Notificami
guest
0 Commenti
Più votati
Recenti Più Vecchi
Film del Giorno

Hokum (2026): ma Damian McCarthy che problema ha con i conigli?

Questo film è uscito nei cinema americani il primo maggio del 2026, a metà mattina dello stesso giorno mi è stato chiesto da un lettore della Bara se è l’horror [...]
Vai al Migliore del Giorno
Categorie
Recensioni Film Horror I Classidy Monografie Recensioni di Serie Recensioni di Fumetti Recensioni di Libri
Chi Scrive sulla Bara?
@2025 La Bara Volante

Creato con orrore 💀 da contentI Marketing