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Fuga per la vittoria (1981): l’unico modo per farmi vedere una partita di calcio

Vivo seguendo un principio molto semplice, se conosco l’argomento di discussione dico la mia, altrimenti sto zitto e cerco di imparare qualcosa. Ma sono anche un vecchio lettore di Sir Arthur Conan Doyle, ho fatto mio il principio del suo personaggio più celebre, per cui le informazioni inutili vanno cancellate, per lasciare “spazio” nella memoria della mia materia grigia.

Tutto questo per dire che se esiste un argomento di cui non mi frega un accidente, quello è il calcio. Ma allo stesso tempo se esiste un argomento a cui sono stato esposto ad ore di discussione, era-rigore-non-era-rigore, dai miei adorabili colleghi di lavoro, quello è il calcio. Se volessi, potrei sostenere una discussione sull’argomento, senza dire robe più banali di quelle che ho sentito nel corso degli anni, tanto sarebbe impossibile, solo che non ho alcuna intenzione di farlo, perché non è tecnicamente vero che odio il calcio, odio il modo in cui, specialmente nello strambo Paese a forma di scarpa dove vivo io, sembra che sia l’unica questione che conta ed ogni altro sport o argomento, debba passare in secondo piano. Non entro nel merito, anche perché se siete qui forse vorreste leggere un elegia al gioco, ma io sono più fuori luogo di Stallone tra i pali.

L’unica formazione di cui potrei azzeccare il nome di un paio di giocatori.

Ecco perché tra i drammi sportivi, “Fuga per la vittoria” è quello che affronto con meno entusiasmo di tutti, anche se ha dentro un sacco di elementi di mio gusto e di facce e nomi giusti. Poi qualche settimana fa, con la scomparsa del re del calcio Pelé (anche se a Napoli e in Argentina potrebbero essere d’altro avviso) è successo un fatto buffo, sarà che la mia “bolla” di conoscenze sui Social-così prevede di sicuro più cinefili che appassionati di calcio, ma il giorno della morte di Pelè invece di condividere tutti qualche sua vera azione sul campo, molti (telegiornali in tv compresi) condividevano quella dell’unica partita di calcio che io sia riuscito a vedere in vita mia senza sbuffare, la rovesciata di “Victory”.

Un trionfo della finzione sulla realtà che è la base del cinema, ma anche la base su cui poggia questo film, perché la trama è liberamente ispirata alla “partita della morte”, tenutasi a Kiev il 9 agosto 1942 tra una selezione di giocatori della Dynamo e del Lokomotiv contro i soldati tedeschi della Luftwaffe. Una partita di propaganda nazista, in cui i giocatori ucraini sono scomparsi uno dopo l’altro giustificando così il nomignolo dato all’esibizione, colpevoli di aver fatto fare brutta figura a tutti, rovinando la giornata a quello con i baffi come Charlie Chaplin, ma decisamente meno divertente e geniale.

La vera partita che ha ispirato il film, ma occhio che arriva la finta.

In realtà i fatti, sia per la “partita della morte” che per la produzione sono ben più articolari di come vengono riportati dal 90% degli articoli dedicati a questo film, per fortuna ci ha pensato Lucius a coprire il10% giusto, mettendo in chiaro sia gli eventi storici, sia come il film di John Huston abbia pescato a piene mani dal sovietico e propagandistico “Il terzo tempo” (1962) e dall’ungherese “Due tempi all’inferno” (1961), anche se i lanci lunghi e i palleggi a centrocampo di “Victory” non sono finiti qui, in ogni caso, voi intanto leggetevi il post Zinefilo per sapere tutto in merito.

Il campione che ha sconfitto il reich.

Significativo il fatto che Yabo Yablonsky avesse registrato la prima bozza di “Victory” nel 1979, ma nell’1981 all’uscita del film, venne messo in panchina o spostato in ala, come co-sceneggiatore, con l’entrata in scena di Evan Jones, sceneggiatore giamaicano che conferma l’argomento che conta: sono arrivati gli americani della Paramount Pictures.

Se chiedete a me, il calcio è uno sport ben poco adatto ai tempi televisivi e del grande schermo, se escludiamo i rigori (che di fatto sono un gioco nel gioco), una grande partita potrebbe finire anche zero a zero senza vedere nemmeno un tiro in porta. Negli anni ci sono stati parecchi titoli dedicati a questo gioco, ma nessuno si è guadagnato un posto nell’immaginario collettivo come “Fuga per la vittoria”, che ci tengo a precisarlo se non fosse chiaro, non è nemmeno lontanamente uno dei film che preferisco di nessuno dei grandi nomi coinvolti, ma prendendo ad esempio solo il regista, questo è il film di John Huston che conoscono tutti, anche chi non ha idea di chi sia John Huston.

Non so come abbiano fatto a stipare tutti questi miti in una foto sola.

Anche perché parliamoci chiaro, con Michael Caine è subito sciovinismo inglese, con zio Sly invece, scende in campo l’arrogante irriverenza americana, quindi i tedeschi non avevano scampo! Anche perché di tutti i grandi nomi coinvolti, solo per Pelé possiamo considerarlo il suo miglior contributo alla settima arte, anche perché originariamente Sylvester Stallone in questo film non dove va nemmeno esserci, ma siccome era caldo come una stufa dopo il successo di Rocky e Rocky II, hanno pensato di inventarsi un
personaggio apposta per lui, l’americano in forza all’esercito Canadese che confonde il Football nel senso americano yankee del termine con il Football, infatti loro lo chiamano Soccer.

Pronti via, fischio d’inizio e già siamo al primo tentativo di fuga dal campo di prigionia, che termina ovviamente malissimo e senza conseguenze, perché si sente forte l’influenza di “La grande fuga” (1963) quindi il gioco è che gli alleati tentano di scappare e i Nazisti fucilano solo quelli che ci provano, tutti rigorosamente ufficiali, perché Steve McQueen ha imposto l’idea per cui nell’esercito, anche i piani di fuga hanno una gerarchia.

«Sai giocare a Football», «Si, ma mi serve il casco», «Ok, meglio se vai in porta»

Quando non stanno cercando di scappare, i soldati alleati giocano a calcio, con Robert Hatch (zio Sly) che chiede indietro la palla al maggiore Karl Von Steiner (Max von Sydow) come il bimbo che l’ha calciata nel cortile della signora Pinuccia. Il Nazista è amante del bel gioco, e in nome di esso riconosce tra i giocatori il capitano John Colby (Michael Caine) stella del calcio inglese, con la carriera interrotta dalla guerra e gli propone, badate bene senza ordinarlo, una partita d’esibizione da giocare toh, nel più grosso stadio della Parigi occupata, alla faccia del calcetto del giovedì sera.

Sfida di grandi attori mica male, Svezia-Inghilterra.

Oh, tutto con la massima gentilezza e nel nome del più totale e assoluto “fair play” che non so come si dica in tedesco, ma non importa perché è chiaro che la partita è una trovata propagandistica. Non è bastato farsi umiliare a Berlino da Jesse Owens nelle olimpiadi del 1936, no eh? Poi mi chiedo come possano esserci ancora persone che sentono la mancanza di questi quattro gonzi con le svastiche e la fissa per il passo dell’oca, vabbè andiamo avanti.

“Fuga per la vittoria” è tutto basato sul recalcitrante personaggio di Hatch, che sta organizzano i suoi piani paralleli di fuga dal campo, e che vede nella partita l’occasione per trovarsi nel capanno giusto al momento giusto per scappare. Quindi Hatch le prova tutte per farsi prendere in squadra da Michael Caine che come si gira ha Bobby Moore, capitano della nazionale inglese campione del mondo nel 1966, il belga Van Himst, il polacco Deyna, l’argentino Ardiles campione del mondo nel 1978 e un’infinità di altri veri calciatori che non faccio nemmeno finta di conoscere, chiedete a Riky, lui sa tutto.

Caine con gli occhiali da Ipcress, Bobby Moore con il suo strumento di lavoro.

Stallone qui è come me durante le ore di ginnastica alle superiori, che in una qualunque scuola italiana sono sinonimo di si gioca per un’ora all’unico sport considerato in uno strambo Paese a forma di scarpa, ovvero il calcio, perché il resto puzza. Io, abituato ad usare le braccia che mi ha fatto mia madre, per giocare ad uno di quegli sport fetenti e non degni di essere citati, onde evitare di procurare un rigore ad azione per palla presa d’istinto con le mani, cosa facevo? Venivo spedito in porta (storia vera).

Zio Sly? Stessa cosa, siccome si è unito alla banda con l’aria di chi sapeva di essere il più famoso nella stanza, il suo piano iniziale era quello di far segnare ad Hatch il gol della vittoria, più gli hanno fatto notare che con Pelé nel cast, magari sarebbe stato meglio lasciare questo compito a lui. Per dirvi dell’ego di zio Sly, il nostro l’ha presa benissimo: prima ha rifiutato di allenarsi con il vero portiere Gordon Banks e poi si è spatasciato ogni parte del corpo, costole, spalle, dita, cadendo male e parando a caso ogni tiro (storia vera) e per me in questo aneddoto c’è tutto Stallone, il corpo e il cuore lanciato oltre l’ostacolo al servizio della storia, ok mi mettete in porta? Va bene, ma se il mio personaggio non sa giocare, inutile che io mi alleni con un professionista, imparerò con la pratica. Ecco perché nell’ora di ginnastica dopo la seconda rete facile incassata, mi saliva lo Stallone nel cuore e saltavo addosso agli attaccanti, paravo con le palle, con il naso, mi lanciavo atterrando sui gomiti, però più di due gol non li beccavo mai (storia vera).

«Fottutissima ora di ginnastica»

“Fuga per la vittoria” è un film che procede in crescendo, l’unico personaggio femminile del film è la bella francesina che attende Sly fuori, il suo contatto con i partigiani che stanno organizzando l’ennesimo piano di fuga, questa volta durante il primo tempo della grande partita di propaganda parigina. Anche se lo trovo molto equilibrato nel suo chiedere agli attori di attirare il pubblico e ai calciatori di scaldare loro il cuore, ognuno faccia quello che sa fare e poi al massimo, un pochino degli altri, e se ci pensate è una filosofia che poi Sly ha sempre seguito, anche quando ha chiesto a veri atleti di recitare.

John Huston fa un lavoro rigoroso, classicissimo, di gran eleganza, basta guardare il “Training montage” della squadra assemblata da Caine, che avviene sotto gli occhi di Rocky e non a caso, con la trascinante colonna sonora di Bill Conti, sempre secondo il principio, ognuno faccia quello che sa fare al meglio.

«Tu cosa sai fare? Bene, allenati con Rocky adesso»

Gli unici momenti in cui un minimo di realismo fa capolino in questa storia, sono quando Caine si fa spedire dai campi di prigionia dell’est Europa una lista di campioni di quelle parti, ma si vede recapitare un branco di scheletri che a malapena si reggono sulle gambe, scena che oltre ad arrivare dritta dai film saccheggiati da Huston, è davvero l’unica che ci ricorda cosa era per davvero un campo di prigionia Nazista, anche perché dopo gli inni nazionali, di colpo ai crucchi passa il “fair play” e iniziano a menare come fabbri con l’arbitro (cornuto) connivente. Perché finalmente a questo punto della storia “Victory” si iscrive tra i classici con i nazisti come cattivi (era ora!) e quindi tra i film automaticamente giusti.

A dirigere la partita un manipolo di arbitri in divisa nera armati fino ai denti (gli arbitri ti picchiano!)

Pelé, che palleggiava le arance sulle strade di Trinidad (stando almeno al doppiaggio italiano) è quello che viene messo giù male per primo, il fatto che sia il più scuro di pelle deve aver fomentato quelli in divisa nera, che questa propensione non l’hanno mai persa. Sta di fatto che il primo tempo è una fagiolata, quattro a uno per i Nazi: Michael Caine allenatore giocatore ha la gastrite, Stallone para come me prima di ispirarmi a lui (ovvero male), Pelé è rotto e gli allenati segnano il gol della bandiera, che Huston prontamente sottolinea con la musica in crescendo e una bella inquadratura lunga, fluida, in contrasto con quelle spezzettate come il gioco alleato fino a quel momento. Perché comunque John Huston svogliato che dirige in pigiama è meglio di tanti quando si impegnano e questo è un fatto.

Tutto pronto per la grande fuga, ma per una volta non è Sly il trascinatore, ma sono tutti gli altri, che si auto convincono di essere entrati in “zona magica”, quindi tocca a Michael Caine la frase: «Hatch se scappiamo ora, perdiamo più di una partita» ed ora ditemi quello che volete, ma anche un film scopiazzone, poco credibile nella ricostruzione storica e tutto sommato patinato, riparte di slancio e diventa un Classido!

Non ve lo aspettavate eh? Questo colpo di testa del vostro amichevole Cassidy di quartiere, lo so, ma quando la finzione prende il sopravvento vuol dire che lo schema di gioco lo sta decidendo il cinema, e ci sarà un motivo se tutte le belle balle che racconta “Fuga per la vittoria” si sono conquistate, un tiro in porta alla volta, il loro posto nell’immaginario collettivo no? Come ricostruzione storica zero, come trionfo del cinema molto meglio, visto che proprio di questo si tratta, un trionfo.

Momenti di bel gioco.

John Huston inizia a filmare il bel gioco rendendo ogni azione gloriosa, il trionfo di scene al rallentatore arriva dritto da un altro titolo che pescava dai due citati lassù e nel post di Lucius, mi riferisco ovviamente ad un altro classico del dramma sportivo come “Quella sporca ultima meta” (1974) di Robert Aldrich, che aveva già messo in campo le stesse soluzioni visive che Huston replica anche qui. In più però il papà di Anjelica e Danny, qui ha un paio di cavalli di razza notevoli e sa come dar spazio a tutti quanti, da Bill Conti fino ad arrivare ovviamente a Pelè.

Che qui si gioca la mossa tipo Willis Reed, capitano dei New York Knicks nella finale NBA del 1969/1970 (sporti minori, non vi preoccupate) che rientra in campo infortunato e incanta tutti. Palla al piede, si tiene la mano sulla pancia come Napoleone, ma tanto a calcio si gioca con i piedi, o tuttalpiù con il cuore qualcuno potrebbe dire, tra reti buone annullate dall’arbitro collaborazionista, il cinque a quattro (morale non di punteggio finale) alleato arriva con la musica in crescendo Cross di Michael Caine che riassume tutto il film, assist di un attore che interpreta un calciatore ad uno vero, la scena simbolo del film. La leggenda vuole che Pelé abbia fatto risparmiare a tutti tempo e pellicola, mandando in rete la rovesciata buona la prima, non stento a crederci perché quando vede la palla in aria sorride, come il giocatore che sa che è all’altezza giusta. Io non ho mai visto una partita di Pelè, solo questa, ma per quanto stilizzata penso che sia anche quella che riassume la grandezza dell’atleta al suo meglio, una sospensione dell’incredulità talmente riuscita da rendere buono tutto, anche Max von Sydow che applaude il bel gioco senza essere fucilato sul posto.

Ciak, buon la prima!

Il finale è una bolgia, con i francesi sugli spalti che cantano la Marsigliese, ci vuole ancora una scena madre per l’attore più famoso nell’anno 1981: rigore per i tedeschi, lo calcia lo stesso crucco che aveva rifilato il primo gol a Stallone, che gli cammina incontro, lo guarda male, malissimo. Lo guarda peggio di come quattro anni dopo guarderà Ivan Drago perché in “La storia secondo Stallone”, il nostro ha prima sconfitto il Nazismo parando un rigore a Parigi nel 1981 e poi ha messo fine alla guerra fredda la notte di Natale del 1985, così in quattro anni abbiamo archiviato sia la “Seconda” che tutto il periodo post bellico.

«Se io posso parare, e voi potete parare… tutto il mondo può parare!» (quasi-cit.)

Trovo sempre spassoso il fatto che la “V” di vittoria, che trova spazio anche sulla locandina del film, per gli inglesi a seconda della posizione della mano possa essere l’equivalente locale del nostro dito medio, un lascito degli arcieri e della guerre dei cent’anni, storia lunga. In tal senso “Fuga per la vittoria” se ne frega del realismo e sventola una bella “V” all’inglese davanti alla faccia dei Nazi. Con una squadra così in campo e questo spirito, poteva prevalere solo la pura finzione cinematografica, infatti ancora oggi è un film amatissimo, talmente stilizzato che lo stesso Stallone, lo ha ricalcato, come Huston ha fatto con le soluzioni visive prese in prestito da Bob Aldrich nel Rocky più stilizzato di tutti. La propaganda, l’avversario più forte sconfitto grazie ad una motivazione più forte, i capi di stato avversari che si alzano ed applaudono, quando lo schema di gioco è buono, puoi cambiare lo sport ma la sostanza resta sempre la stessa.

«ADRIANAAAAAAAAAA!»

Il fatto che per celebrare Pelè sia stata condivisa più la sua rovesciata qui che qualunque altro suo vero gol, mi sembra significativo, il cinema alcune volte ha la meglio su tutto, questa è stata sicuramente una di quelle volte.

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