
Se voi signorine finirete questo post, e se sopravviverete alla mia punteggiatura, sarete un’arma! Sarete dispensatori di informazioni perché questo è il nuovo capitolo della rubrica… Come ho imparato a fregarmene e ad amare Kubrick!

«Ehi Stanley, Stanley, posso raccontarti una barzelletta?», «Uhm sì, dimmi Matthew», «Allora Stanley Kubrick è morto ed è andato in paradiso», «Questo non è divertente», «Sì, però, cioè aspetta, anche Steven Spielberg è morto ed è andato in paradiso», «Steven è morto? Questo si che è divertente», «Spielberg arriva in paradiso e dopo essere stato accolto dall’Arcangelo Gabriele, chiede un solo favore: incontrare Stanley Kubrick. Gabriele glielo nega, spiegandogli che Stanley non riceve nessuno. Poco dopo, Spielberg vede arrivare un uomo con la barba, una giacca militare e in bicicletta. Chiede spiegazioni a Gabriele, il quale risponde: No, quello non è Stanley Kubrick. È Dio… che si crede Kubrick»
La celebre barzelletta raccontata a Kubrick dal suo protagonista, Matthew Modine, che l’attore ha riportato nel suo libro Full Metal Jacket Diary, ci dice molto di un rapporto costruito sul set e di un regista, storicamente duro con i suoi collaboratori, perennemente orientato al risultato e con un senso dell’umorismo tutto suo, considerato che era grande amico di Steven Spielberg. Tutto questo, anche il mito attorno a Kubrick, si è costruito con gli anni e il suo lavoro.

Tre anni tra 2001 e Arancia Meccanica, quattro tra l’ultraviolenza dei drughi e Barry Lyndon, poi cinque anni per visitare l’Overlook Hotel e infine sette per vedere un nuovo film di Stanley Kubrick, i tempi di lavorazione del regista si sarebbe allungati ulteriormente, in linea con la sua famosa meticolosità, ma oltre a questa, l’altra grande caratteristica del regista è sempre stata la sua capacità di imporre un nuovo standard, tutte le volte che ha messo le mani su un genere cinematografico, questa volta, l’obbiettivo di Kubrick era fare un film di guerra.
Una delle guerre più rappresentate nel cinema americano, perché se la “Seconda” è quella a cui gli Yankee hanno dedicato più pellicole, quella del Vietnam fa categoria a parte, con titoli che hanno avuto un impatto notevole sulla cultura popolare. Quando Kubrick dichiarò di voler realizzare un film di guerra, i suoi collaboratori più stretti gli fecero notare che aveva già diretto Orizzonti di gloria, risposta secca riportata nel fondamentale “Stanley Kubrick: A life in pictures”: «Quello era un film contro la guerra, io voglio farne uno sulla guerra come fenomeno.»
Dopo l’orrore delle case infestate, i nuovi demoni interiori che Kubrick voleva raccontare erano quelli del più grande tra gli orrori umani, la guerra. La storia giusta il regista la trovò nella produzione di un gatto senza collare notevole di nome Gustav Hasford: bibliofilo senza controllo, Hasford venne arrestato nel 1988 a San Luis Obispo per aver, a sua detta, preso in prestito, per la legge locale rubato, diecimila volumi da una serie di biblioteche americani e inglesi. Giustificandosi al “Poliziotto della biblioteca”, ovvero il giudice chiamato a giudicarlo, lo scrittore sostenne che gli servivano come materiale da consultazione per un libro sulla Guerra Civile che stava scrivendo. Ovviamente mai pubblicato.

In compenso nel 1979 aveva pubblicato un altro libro su un’altra guerra, quella del Vietnam “Nato per uccidere” (The Short-Timers) era la cronaca di quello che Hasford aveva vissuto a vent’anni, spedito come tanti della sua generazione nel Viet “fottuto” ‘nam. Un libro volutamente grottesco nel tono, sporco, capace di farti sentire il fischio dei proiettili leggendolo, perfetto per quello che Kubrick voleva raccontare e di tutte le teste, dure quanto la sua, con cui il regista ha fatto a capocciate in carriera, quella di Hasford si è rivelata una delle più toste: i due non si sono mai messi d’accordo sulla percentuale di sceneggiatura dell’adattamento, firmata dallo stesso scrittore, perché Kubrick e Michael Herr, coinvolto dal regista, ne avevano rimaneggiata una grossa fetta, come sempre insomma, solo che Hasford per protesta, non si presentò alla cerimonia degli Oscar anche se nominato. Finì a lasciare questa valle di lacrime per complicazioni legate al diabete e alla sua passione per i dolci, ma nel frattempo, Kubrick, il pioniere estremamente meticoloso, si era fatto superare a destra.
L’idea di un film sul Vietnam, dopo quello, in linea di massima famosino di Coppola, l’avrà anche avuta Kubrick per primo, ma nel frattempo abbiamo avuto Fratelli nella notte, i vari Rombo di tuono, Rambo e ovviamente Platoon di Oliver Stone, che quando uscì, fece incazzare due righe Kubrick, convinto che ora, tutti avrebbero pensato del suo “Full Metal Jacket”, che fosse un modo di mettersi in scia ad una moda cinematografica, quando al massimo era Kubrick a dettare il passo. Forse i suoi tempi di produzione sempre più lunghi, gli hanno fatto perdere il primato, ma resta il fatto che tra i grandi film sul Vietnam, o i grandi film sull’atrocità della guerra, “Full Metal Jacket” resta uno dei più famosi, e malgrado le interpretazioni sbagliate da parte di troppo pubblico, anche tra i più amati, insomma: un Classido!

Ne abbiamo diffusamente parlato anche con i Caballeros nel podcast, esiste una bizzarra, per non dire ridicola moda da “Infernet” di guardare solo la prima parte di Full Metal Jacket, ignorando la seconda, considerata minore per via dell’assenza del sergente Hartman e dei suoi insulti. Un’idiozia totale perché non ho mai sentito nessuno parlare di guardare solo la prima parte di Arancia Meccanica, quella dove Alex se la spassa. Anche perché “Full Metal Jacket” è un film dove la messa in scena, meticolosa ma volutamente fittizia, emerge ed è al servizio del racconto, il fatto che Kubrick poi, se lo sia girato tutto quasi a chilometro zero, ovvero in Inghilterra, facendo importare più di duecento palme dalla spagna per ricreare il Vietnam, esalta ancora di più un film volutamente diviso in due parte. Scorsese nel fondamentale “Stanley Kubrick: A life in pictures” sottolinea come il regista sperimentasse con la struttura cinematografica, tanto risulta rigorosa, piena di simmetrie centrali la prima parte, quando più ampia nello spaziare con i campi larghi la seconda, modo brillante di raccontare per immagini le certezze della Stati Uniti, che hanno mandato i loro ragazzi a morire in Vietnam convinti di essere nel giusto e poi, si sono ritrovati impantanati in una guerra atroce, sporca e senza alcun senso.
“Full Metal Jacket” inizia sardonico e termina ferocemente satirico, le note di “Hello Vietnam” sono il primo, grande utilizzo di musica fuori contesto, in un film che eccelle anche in questa specialità. Come “pialli” la personalità di tanti ragazzi giovani? Tagli loro i capelli a zero e li fai vestire tutti uguali, la prima parte di “Full Metal Jacket” è tutta così, indottrinamento, l’addestramento del soldato Joker (Matthew Modine che recita per la storia) a Parris Island è la messa in scena della macchina bellica, ben rappresentata dal Sergente Hartman (nel romanzo ha un nome molto meno tosto, cambiato da Kubrick anche per questo motivo) che non è altro che l’ennesimo sistema perfetto raccontato da Kubrick, che come tutti i sistemi perfetti, per il regista è solo destinato a fallire, un tritacarne per essere umani che finirà per macellare lo stesso Hartman.

Tutta la prima parte è fatta di una narrazione essenziale, di cantilene (tra l’inno dei marines, e la preghiera del fucile) ripetute all’infinito, una “Cura Ludovico”, un lavaggio del cervello perché il corpo dei Marines non vuole dei soldati, il corpo dei Marines vuole dei killer e questo ottiene. In una situazione resa volutamente grottesca dai dialoghi, tra il grande varietà domenicale al buon compleanno Gesù natalizio, tutto risulta grottesco, compresi gli insulti, iperbolici ed ultra strutturati, indubbiamente divertenti ma senza senso, perché parliamo di una macchietta di istruttore che morirà in mutande (ma con il cappello) che manda ragazzi a morire. Non è un caso se molte delle frasi di Hartman, siano prese di peso da quelle che pronunciava Louis Gossett Junior in “Ufficiale e gentiluomo” (1982) in un ruolo analogo, solo molto più caricate, proprio per sottolinearne la natura grottesca, in un film che vive e prospera sui paradossi, anche del suo protagonista.

Esattamente come risulta paradossale che “Palla di lardo” venga vessato e trasformato in killer, invece che aiutato, anche Joker vive di paradossi, cerca di aiutare Lawrence, ma in una delle scene più crude (oltre che una delle poche dove Kubrick fa ricorso alla musica, per sottolineare il momento) poi non si tira indietro quando arriva il momento delle saponettate, paradossi che diventeranno sempre più evidenti nella seconda parte del film, come una crepa nella mente del personaggio perché ehi, divertente Cesar Romero, gran voce Mark Hamill, leggenda Jack, mitico Heath Ledger, Jared Leto piace solo a quelli che di questo film guardano solo il primo tempo, ma il mio Joker preferito, resterà eternamente Matthew Modine, mio spirito guida, che con i suoi «Sei proprio tu, John Wayne? E io chi sarei?» fa l’unica cosa sensata, quella che ogni persona (ancora) sana di mente dovrebbe fare davanti a personaggi guerrafondai, mega fanatici, ultra convinti come Hartman, gli ride in faccia, almeno finché il tritacarne non si prende anche lui, in uno dei finali più apocalittici mai visti al cinema.

Kubrick questa prima parte del film, l’ha paradossalmente girata per seconda, per dare il tempo all’attore che aveva scelto di mettere su qualche chilo, Vincent D’Onofrio lavorava come buttafuori e il regista continuava a chiedergli di ingrassare di cinque, dieci, quindici chili, fino ad arrivare a trenta. D’Onofrio avrà mandato a segno l’altra grande prova del film, quella per cui è ancora ricordato, ma raccontava che progressivamente nessuno lo trovava più minaccioso, le donne non lo guardavano e le persone, gli parlavano scandendo bene le parole, come se fosse beh, Lawrence (storia vera).

Nella seconda parte poi il film perde quell’essenzialità nel raccontare e sostituisce le simmetrie centrali con false prospettive, primi piani sui soldati che “parlano” con il cadavere del compagno morte, le interviste ai soldati, che nessuna emittente trasmetterà mai, in un secondo tempo che sembra un insieme di racconti dal fronte. La disumanizzazione, dei soldati e del nemico per effetto del lavaggio del cervello di Paris Island si completa, le certezze dell’indottrinamento vanno in pezzi, già solo quell’inquadratura, che poi è anche la linea di fuoco libera del cecchino, rappresenta la bravura di narrare per immagini di Kubrick, che trascina i suoi protagonisti in un inferno, letteralmente.

Il finale di “Full Metal Jacket” è uno dei più neri mai visti, anche per un cinico con occhio distaccato (in questo caso sulla guerra) come Kubrick: quando finalmente vediamo il nemico in faccia, scopriamo che è un disperato, un’altra giovane gettate nel tritacarne della guerra identica ai protagonisti, ma sul fronte opposto. Qui la trasformazione di Joker si completa («Hard core, man. Fucking hard core» dice Animal, l’unico Baldwin che non è un fratello Baldwin, anche se la frase doppiata per me riassume anche meglio), la notte sembra calare senza soluzione di continuità e la fotografia di Douglas Milsome ci mostra metà del viso di Modine in ombra, avvolto dalla fiamme, in una colonna sonora che sembra fatta di cancelli (forse dell’inferno) cigolanti che si aprono, o forse si chiudono per sempre.
L’ultima scena è la conclusione dell’arco narrativo di Joker, degli Stati Uniti in Vietnam e dell’umanità quando si esibisce ancora nell’orrore della guerra: il monologo di Joker è un flusso di coscienza, che pesca spezzoni di frasi e citazioni da tutta la sua esperienza (per noi, il film), il suo modo per tirare le somme, forse anche di una mente che potrebbe essersi spezzata. Come Hal 9000 quando impazziva e intonava una cantilena infantile, i soldati canticchiano la marcetta di Topolino, perché solo “l’esportazione della democrazia” è più americana di Mickey Mouse, una regressione grottesca, paradossale, che si porta dentro la disperazione della cameriera che cantava Der true Husar ma portata all’estremo: «… certo, vivo in un mondo di merda, questo sì. Ma sono vivo, e non ho più paura.» il grande finale grottesco e nerissimo, di un film entrato nell’immaginario collettivo, forse anche per i motivi sbagliati, perché qualche idiota ancora lo scambia per un’apologia al militarismo, quando invece è il requiem suonato al funerale dell’umanità, che se ne va scandendo il nome di Mickey Mouse.

Spero abbiate voglia di considerare questo post come un compendio, un’aggiunta alla lunga analisi che abbiamo dedicato a questo film nella puntata su “Full Metal Jacket” (parte uno e parte due) del podcast, nella sua immediatezza e per certi versi, assoluta semplicità, Stanley Kubrick ha riempito il film di argomenti su cui abbiamo chiacchierato. Tra sette giorni invece, il treno arriva in stazione, ultimo capitolo della rubrica dedicata al grande regista, non tenete gli occhi chiusi, mi serviranno aperti e spalancati.


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