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Fuoco cammina con me (1992): Let’s Rock!

Spero abbiate letto le versioni rivedute e corrette di Cuore selvaggio e di I segreti di Twin Peaks, perché oggi torniamo in carreggiata con il nuovo post della rubrica dedicato a David Lynch, bentornati a… Le Bare non sono quello che sembrano.

Ve lo dico subito così ci togliamo il pensiero: quando uscì nelle sale, “Fuoco cammina con me” venne accolto più o meno come una scoreggia in ascensore. Dopo due stagioni di Twin Peaks, il pubblico voleva risposte, voleva più Dale Cooper, più torta di ciliegie, più caffè e magari pure qualche spiegazione sulla Loggia Nera. David Lynch, che ai desideri del pubblico ha sempre prestato la stessa attenzione che io riservo alle storie degli influencer su Infernet, rispose con un film che faceva esattamente il contrario.

Che dite, ne facciamo uno dei saluti ufficiali della Bara Volante?

Una delle cose che ho sempre ammirato di Lynch è questa sua capacità quasi sovrannaturale di imboccare deliberatamente la strada che nessuno si aspetta, hai appena creato una delle serie televisive più influenti della storia? Perfetto, invece di realizzare una versione extralarge dello stesso prodotto, giri un film che sembra voler sabotare qualsiasi aspettativa dello spettatore. Una mossa che all’epoca fece arrabbiare parecchia gente e che oggi, col senno di poi, appare come uno degli atti artistici più coerenti della sua carriera, malgrado un Kyle MacLachlan poco convinto che chiese di ridurre il suo coinvolgimento, malgrado Sherilyn Fenn ultra impegnata e uno strambo doppio, composto da agenti dell’FBI scomparsi, entrambi impersonati da cantanti Chris Isaak e il Duca Bianco, però ehi! Prima collaborazione tra Lynch e il mio preferito (oltre a Bowie) ovvero Harry Dean Stanton.

Se il vostro schermo dovesse creparsi di colpo è colpa dell’eccesso di figosità contenuta in questa foto.

Perché “Twin Peaks: Fire Walk with Me” non è un sequel, non è davvero un prequel e non è nemmeno una lunga puntata della serie. Piuttosto è qualcosa che dopo aver letto Il diario di Laura Palmer mi è diventato un po’ più chiaro, e ancora di più dopo la serie Twin Peaks il ritorno, infatti rivedendolo per questa rubrica l’ho apprezzato di più, perché dopo il famoso «Ci rivedremo tra venticinque anni» di Laura (promessa mantenuta da Lynch), abbiamo se non tutti, più elementi per capire che “Fuoco cammina con me” era un’operazione con intenti diversi, messi in chiaro fin dalla scena di apertura, un televisore spaccato a mazzate, più chiaro di così il nostro Davidino non avrebbe potuto essere.

Questo film rappresenta un’incursione chirurgica dentro il cuore nero di tutta la vicenda, per due stagioni Laura Palmer era stata soprattutto una domanda, un mistero, un corpo avvolto nella plastica e una fotografia da osservare cercando indizi. Qui Lynch ribalta completamente la prospettiva: Laura smette di essere il centro di un’indagine e torna ad essere una persona, come l’abbiamo vista (o meglio, letta) nel suo diario, insomma può sembrare una differenza piccola, invece cambia tutto.

Laura ha avuto bisogno del grande schermo per essere libera (e viva)

Ricordo ancora la prima volta che vidi il film, se la memoria mi sostiene, credo che ai tempi avessi visto se va bene sei episodi della serie tv, conoscevo Lynch per i suoi film e non avevo ancora capito la sua arma segreta, il senso dell’umorismo che sfoggia in Twin Peaks, la cui assenza da “Fire Walk with Me” è stata anche criticata dai fan, però in tutta onestà, di quella prima visione io ricordo solo un momento di esaltazione da parte mia, che riassumo così: …

… «Minchia David Bowie!» (storia vera).

Eppure, solo ora ho realizzato che questo film è probabilmente uno dei più dolorosi mai realizzati da Lynch, perché la maggior parte delle sue storie parlano di perdita dell’innocenza, di personaggi destinati alla morte perché molto spesso hanno un doppio, per crescere e maturare, il loro lato adolescenziale (se non infantile) deve morire perché la perdita dell’innocenza e il processo di crescita sia completo: In Eraserhead c’era l’angoscia della creazione e della paternità, in Velluto blu il male si nascondeva sotto la superficie perfetta della provincia americana, Sailor e Lula vivevano come adolescenti e, come descritto, destinati a morire per crescere, in Twin Peaks il buio strisciava dietro le tende delle case e tra i boschi della cittadina. Mentre in “Fuoco cammina con me”, invece, dopo una prima parte dove gli agenti dell’FBI spariscono e qualche volta ricompaiono, si parla di Laura, colei che è stata LA morta del piccolo schermo americano, ma che non ha mai vissuto veramente, se non nei racconti (anche del suo diario). Per questo il film risulta drammatico, Laura non ha più tempo, riavvolgerlo per regalarle gli ultimi sette giorni della sua vita è allo stesso tempo un atto d’amore, anche se profondamente malinconico, sofferto, perché spogliato di tutto, potrebbe essere la storia della mente di una ragazza che vaga, fugge e scappa, per evadere dall’orrore supremo, quello di un padre abusante. Che poi se ci pensate, la rimozione di un trauma sarà anche il tema del film della prossima settimana, segni di continuità.

L’orrore supremo riassunto in un personaggio.

La genialata di Lynch sta proprio qui: prende il giocattolo che aveva reso famosa la serie e lo rompe a martellate. Per due anni tutti hanno chiesto «Chi ha ucciso Laura Palmer?», lui risponde: chissenefrega. Sul serio. Conosciamo già il colpevole, sappiamo già come andrà a finire e sappiamo pure che Laura è spacciata. Eppure il film funziona benissimo lo stesso, perché a Lynch non interessa più giocare a Cluedo con lo spettatore. Gli interessa farti passare una settimana in compagnia di una ragazza che sente qualcosa di terribile avvicinarsi e non riesce a fermarlo.

Tanto che nella scena onirica del semaforo, Mike, l’uomo senza braccio, lo urla proprio a Laura dal finestrino dell’auto. Per questo motivo il centro assoluto del film diventa Laura Palmer, l’eterna morta idealizzata del piccolo schermo, finalmente liberata e viva su quello grande.

Se esiste una scena cinematografica che ha il tempo e il ritmo di un sogno (uno di quelli strambi) è proprio questa.

Nella serie Laura era una presenza, un fantasma, una santa laica attorno alla quale ruotavano i segreti degli altri personaggi, qui scopriamo una ragazza che vive costantemente in bilico tra mondi diversi. La studentessa modello, la figlia amata, l’amica inseparabile di Donna, ma anche una giovane donna piena di paure, contraddizioni e ferite, Lynch e Sheryl Lee riescono nell’impresa quasi impossibile di trasformare un simbolo in un essere umano, secondo me anche grazie ad una recitazione dallo spettro dei colori, diciamo limitato.

«Non ti preoccupare di lei, è sempre la stessa, hanno solo cambiato attrice, tanto qui tutti abbiamo un doppio»

Se la serie utilizzava spesso l’umorismo per alleggerire la tensione, qui quella componente viene ridotta al minimo indispensabile. Attenzione, l’umorismo lynchiano c’è ancora, perché Lynch era incapace di guardare il mondo senza coglierne l’aspetto assurdo, pensate a Gordon Cole (impersonato dallo stesso Lynch), che continua a comportarsi come se vivesse in una realtà tutta sua, oppure pensate all’apparizione di David Bowie nei panni di Phillip Jeffries, una sequenza che ancora oggi sembra arrivare da un’altra galassia cinematografica e che probabilmente continua a generare mal di testa a chi cerca spiegazioni definitive. Però sono brevi parentesi, lampi, il cuore del film è altrove.

Più lo riguardo e più mi convinco che il vero protagonista della storia non sia nemmeno BOB, quello che domina ogni inquadratura è la paura, non quella per un “Salto paura” (anche noto come Jump Scare), quella che ti fa saltare sulla sedia per poi ridere cinque minuti dopo, parlo dell’angoscia. Quella sensazione sottile che ti suggerisce che il mondo si è inclinato di qualche grado e che nessuno riuscirà più a raddrizzarlo, Lynch è sempre stato un maestro nel rappresentare questo stato d’animo.

The world was on fire, and no one could save me but you (cit.) per altro chi aveva diretto il videoclip di quella canzone? Sempre David Lynch (storia vera)

Prendete la scena dell’automobile, con Laura e Leland fermi al semaforo mentre Mike continua a orbitare loro attorno urlando come un profeta impazzito, sulla carta succede pochissimo. In mano a qualunque altro regista sarebbe una scena di passaggio, Davidino nostro la trasforma in un’esperienza angosciosa, lo spettatore sente crescere il disagio secondo dopo secondo, fino a desiderare disperatamente che qualcosa interrompa quella situazione insostenibile, tipo la sveglia che ti ricorda che devi andare a lavorare.

Ecco perché faccio sempre fatica quando qualcuno cerca di spiegare il cinema di Lynch come fosse un cruciverba, BOB significa questo, la Loggia Nera rappresenta quest’altro, il nano sarebbe una metafora di… Boh, forse, magari, chi lo sa. Personalmente ho sempre pensato che il cinema di Lynch venga affrontato con l’atteggiamento sbagliato. Non è una verifica di matematica dove alla fine confronti il risultato sul libro per vedere se hai indovinato, assomiglia molto di più ad un sogno. Quando mi sveglio da un incubo mica passo la mattinata a chiedermi cosa rappresentasse simbolicamente quella giraffa con la faccia del mio commercialista, mi resta addosso la sensazione. Ecco, Lynch lavora così, prima ti colpisce alla pancia, poi eventualmente al cervello, “Fuoco cammina con me” funziona esattamente nello stesso modo.

«ilranetacni oiub len e ilrimrehg rep ollena nu, ilravort rep ollena nu, ilramod rep ollena nU»

Rivedendolo oggi fa anche abbastanza ridere pensare a quanto sia stato massacrato, non solo perché mezzo mondo lo fischiò a Cannes, ma anche perché dentro questo film c’era già il David Lynch degli anni successivi. I doppi, le identità che si sfaldano, i personaggi che sembrano vivere contemporaneamente in due o tre realtà diverse, le porte che conducono in posti che non dovrebbero esistere, il confine sempre più fragile tra esperienza concreta e dimensione onirica. Per capirci, è un po’ come guardare il primo anno in NBA di Michael Jordan sapendo già come sarebbe andata a finire la sua carriera, i segnali c’erano tutti, solo che nessuno li stava guardando, perché nessuno aveva i mezzi per comprenderli, forse solo Lynch, ma di questo parleremo ancora nel resto della monografia dedicata al regista con il ciuffo più bello del mondo.

Per vederla così, abbiamo dovuto attendere un altro Maestro venuto giù per dirigerla.

Ma più di ogni altra cosa, a colpirmi ogni volta è l’enorme compassione che il regista dimostra nei confronti della sua protagonista, perché dietro i gufi, le tende rosse, la garmonbozia, il mais rubato, gli spiriti della Loggia e tutte le immagini che hanno alimentato decenni di teorie, Lynch continua a raccontare qualcosa di molto semplice e profondamente umano: la sofferenza e la capacità di resistere alla sofferenza.

Laura Palmer, come questo film, vive in modo vorace, come se ogni giornata fosse l’ultima, perché sotto sotto forse sa che potrebbe davvero esserlo. Corre, sbaglia, urla, si autodistrugge, prova a scappare e continua ostinatamente ad andare avanti, per questo il momento in cui si rende conto che Donna rischia di seguire la sua stessa strada è così forte: per la prima volta Laura non pensa a salvare se stessa, prova a salvare qualcun altro, e considerando l’inferno in cui sta precipitando, è probabilmente il gesto più eroico di tutto il film. Certo, il suo è un vivere vorace, anche malsano, questo spiega l’urlo della ragazza, che è una presa di coscienza (o il risveglio da un incubo) quando l’amica Donna (non più impersonata da Lara Flynn Boyle, che declinò il ruolo e sostituita da Moira Kelly) corre il rischio fin troppo concreto di seguire le sue orme.

«Mi piace un sacco come hai arredato qui, manca solo una tv», «No, odio i telefilm, mi uccidono»

Forse è per questo che il film venne frainteso così a lungo, molti spettatori cercavano altre risposte, Lynch invece aveva deciso di fare una cosa molto più difficile, togliere il mistero e lasciare soltanto il dolore. Un’operazione rischiosissima, che all’epoca gli costò parecchia incomprensione ma che oggi rende “Fuoco cammina con me” una delle opere più sincere della sua filmografia.

Non perché spieghi Twin Peaks, non perché completi Twin Peaks, ma perché, per la prima volta, ci permette di guardare davvero negli occhi Laura Palmer e attraverso di lei, il cuore stesso del cinema di David Lynch, la prossima settimana invece, correremo lungo strade perdute… Let’s Rock!

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