
Ogni 7 di gennaio sulla Bara Volante è la vera festa, anche quest’anno la personale Befana di questo feretro svolazzante è il nostro Nicolas Cage che si porta via le feste sgommando sul più bel “ferro” di sempre, una Ford Shelby Mustang GT500 del 1967.
Per festeggiare il compleanno di uno degli idoli della Bara, ho scelto un film che finalmente posso trattare, per il resto dei titoli di questo Blogtour di compleanno, troverete tutto alla fine del post, ma ora, siete seduti sul mio sedile del passeggero, ho le mani sul volante e vi conviene allacciarvi le cinture, si correrà parecchio.

Anno 2000, non la corsa della morte, ma la corsa in sala, perché ok, quel numero “2” davanti ci rassicura, ma sono i ventisei anni di coda a pesare, un quarto di secolo più un anno in cui il cinema americano d’intrattenimento è cambiato radicalmente, non sono qui per farvi il riassunto, ma solo per farvi focalizzare su quella che qui alla Bara è una sacra trilogia di film che hanno consacrato a mio personale mito il nipote di Francis Ford Coppola, quella che io chiamo “Trilogia d’azione Cage”, un triangolo composto da spari ed esplosioni che ha come primo vertice The Rock, come secondo Con Air e si conclude in maniera trionfale con il monumentale Face/Off.
Nel frattempo però è arrivato il grande 2000, Jerry Bruckheimer non è ancora salpato per i Caraibi con i suoi pirati, quindi continua ad applicare la stessa formula che fino al giorno prima ha pagato dividenti, questa volta l’obbiettivo è nobile, rendere omaggio al film, anzi scusate, AL FILM di inseguimenti in auto, quello che ha elevato i ciocchi e gli stunt su gomma ad arte, Rollercar – Sessanta secondi e vai! del mitico H.B. Halicki, il film che non ha visto nessuno, di cui nessuno (tranne questa Bara) ha festeggiato il compleanno e che viene ricordato per una frase di Tarantino.

Nel tuo tanto chiacchierato e poco compreso “Grindhouse” (2007) il riassunto era: «Fuori in 60 secondi, l’originale non quella cagata con la Jolie» epitaffio di questo film, che però ribadisco, per molto, troppo pubblico è ancora l’unico “Fuori in 60 secondi” perché quello di H.B. Halicki lo conosciamo in quattro, gli altri al massimo lo hanno sentito citare da Tarantino. Jerry Bruckheimer per il remake ha applicato la formula: sceneggiatura di Scott Rosenberg (lo stesso di Con Air), una fotografia da film di Michael Bay (e spesso anche lo stesso umorismo becero) applicata ad un regista che non sa come scatenare il BAYHEM, ma è qui per fare la funzione di Michele Baia di turno, mi riferisco a Dominic Sena.
L’applicazione della formula prevede tutto, protagonista compreso, quindi “Gone in 60 Seconds” non fa parte della santissima “Trilogia d’azione Cage”, perché non può permettersi di arrivare a quei titanici livelli, ma è una sorta di coda strumentale, un terzo capitolo e mezzo, di minor valore e di stesso livello di tamarraggine, con cui ho un paio di legami personali, ad esempio ai primi tempi della conoscenza con la Wing-woman, abbiamo pronunciato in contemporanea il titolo del pezzo che faceva da traino al film con la colonna sonora (ribadisco, ventisei anni, non bruscolini) ovvero Painted on my heart dei The Cult, non il loro pezzo migliore, ma uno dei più strappamutande che abbiano mai composto, anche se il motivo per cui voglio bene a questo film, ve lo racconterà più avanti, tenetemi l’icona aperta e beccatevi un po’ di musica!
La storia cerca di mettere un po’ di “trama” attorno al film di H.B. Halicki, quindi abbiamo ancora il ladro professionista che deve rubare cinquanta “ragazze” in settantadue ore, per evitare al fratello pasticcione Kip Raines (Giovanni Ribisi) di finire dentro una bara, non volante ma di legno, dal cattivo committente, uno stereotipo di inglesaggio che odia tutto quello che è americano (infatti entra in scena parlando male del Baseball, così, tanto per) ma ama lavorare il legno, caldo e in contrastro con il freddo metallo dei “Ferri” di cui sono fatte le automobili. In carriera Christopher Eccleston ha coperto due ruoli-stereotipo così, l’altro era in G.I.Joe se ve lo state chiedendo.


Il gioco poi diventa semplice, rimettere insieme la banda (cit.) per fare il colpo e sfuggire dalle grinfie dei due Zenigata di turno, il mastino Delroy Lindo e uno straordinariamente quieto Timothy Olyphant che ancora non vantava uno status abbastanza da star per pretendere più spazio.

Per farvi capire quando la formula sia stata applicata parola per parola, tra i componenti della banda compare il veterano dei film di Bruckheimer, ovvero Will Patton e la madre dei due fratelli Raines è la stessa attrice della scena dell’osservatorio di Armageddon, questo dovrebbe farvi intuire quante volte io abbia visto entrambi i film, e di conseguenza, dirvi molto dei miei problemi.
Sorvolo sui giovanotti, nuove leve della banda, perché servono solo a snocciolare battute di un umorismo proto-Bay, quindi indifendibile, preferisco concentrarmi su Vinnie Jones, che non si era ancora completamente svalutato, e qui ricopre il ruolo del Silent Bob di turno, quindi già sapete cosa tutto questo prevede: muto per tutto il film e poi frasona a capocchia nell’ultimo atto che dovrebbe fare da morale alla storia. Anche se io sto qui a parlarvi della fuffa, perché tanto state pensando tutti ad Angelina

Angelina è ovviamente Jolie, al massimo o comunque, da quelle parti, della sua “Jolietudine” ovvero quando era carica a pallettoni di “Sesso a pile”, qui è una barista, nel senso di lettrice della Bara Volante, ladra di auto, che padroneggia la guida con il cambio manuale (le metafore, quelle sottili) il cui compito è risultare stilosa con quei rasta che fanno molto primi anni 2000 e giocarsi la scena di sesso alla guida con il protagonista, tanto basta per averla impressa a fuoco nell’immaginario collettivo, poi chiedetevi perché ci ho messo una vita (e un film di Eastwood dopo) a capire che sapeva anche recitare.

Il film, senza girarci attorno, è una tamarrata che ha fatto i compiti, che si gioca Robert Duvall nei panni del meccanico Otto, strizzando l’occhio ai film giusti di quello giustissimo di casa Scott, condito da battute cretine sparse qui e là, come i cani che si sono mangiati le chiavi delle auto oppure la discesa di un Hummer targato “Snake” sulle note di un pezzo di DMX, insomma ci bastava poco negli anni 2000 per essere felici, anche perché poi Dominic Sena fa un lavoro competente quando è ora di far sgommare le vere protagoniste.

Mi riferisco alla Ferrari 275 GTB, la Ferrari F355, la Ferrari 550 Maranello, la Jaguar XJ220, la Ford Thunderbird, la Cadillac Eldorado e l’Escalade, la Lamborghini Diablo, svariate Porsche, Corvette e chi più ne ha più ne rubi, perché poi tutto si gioca sull’ultima auto da far arrivare al porto, lei, l’unicorno, ribattezzata Eleanor, quel prodigio di stile e arroganza che risponde al nome della Ford Shelby Mustang GT500 del 1967, una creatura mitologica che ruggisce a colpi di V8 da 500 CV e che se spacca lo specchietto lato passeggero, nella scena successiva è nuovamente integro perché non è un errore di montaggio, è l’auto che è una leggenda.

A proposito di trovate leggendario, alcune righe di dialogo sono così ignoranti da generare almeno un’alzata di sopracciglio d’approvazione («Con le buone o con le cattive?», «Credo che abbia scelto le cattive») fino a passare alle varie risposte spavalde del protagonista, il nostro festeggiato di oggi impersona Randall “Memphis” Raines con dei capelli orrendi, interpretato da Cage come uno dalla calma olimpica, freddo tanto da rispondere faccia a faccia al cattivo alla sua satirica domanda «Ti sembro uno stronzo?» con un lapalissiano «Sì» e perdere solo un po’ la calma quando gli fanno notare un ritardo di dodici minuti, posso dirlo? Una delle prove più gustosamente ignoranti del nostro Nicola Gabbia, solo stima.
Il suo Memphis Raines è sciamanico nel suo rapporto con le auto, alla guida va in trance agonistica, schiavo di una concentrazione assoluta, tutta riassunta nella scena di cui vi sono debitore di un’icona lasciata aperta, la scenetta che ogni tanto ripeto lanciando a qualcuno un «Donnie, Low Rider» quando mi aspetto una risposta immediata, perché in quel movimento di dita a caso, prima dell’andiamo, ci sta tutto il Nicolas Cage più Nicolas Cage di sempre, rivediamola insieme.

Insomma, ci tenevo ad inaugurare la nuova stagione di post della Bara con questo compleanno e ricordando questa clamorosa tamarrata, che non allaccia nemmeno le scarpe al film di cui porta il titolo, nemmeno alla sacra trilogia di cui rappresenta la coda strumentale, se non fosse proprio per il nostro Nick Cage. Qui sotto, il resto della festa per lui insieme a Vengono fuori dalle fottute pareti e Il Zinefilo!


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