
Torniano ai nostri solito venerdì della Bara, torniamo a parlare del Maestro di New York nel nuovo capitolo della rubrica… Non è cinema, è Martin Scorsese!

Il decennio degli anni ’80 di Martin Scorsese non è stato semplicissimo, Toro Scatenato è stato un tiepido successo al botteghino malgrado i due Oscar (miglior attore e miglior montaggio), in compenso, l’opera successiva, Re per una notte, come abbiamo visto, fu un bagno di sangue ricordato, più che pienamente rivalutato solo dopo il 2019. Va detto che il Buon Vecchio Zio Martin non ha mai accettato troppo volentieri lavori su commissione, ma quest’ultimo flop ha seriamente rischiato di mettere fine alla su carriera, allontanandolo sempre di più dalla concreta possibilità di realizzare un soggetto che per lui, era uno dei suoi film della vita.
“L’ultima tentazione di Cristo quando” venne bloccato dalla Paramount essenzialmente per due motivi, uno ufficiale ed uno ufficioso, il primo, la valanga di lettere di protesta ricevuti dalla casa di produzione, che all’annuncio del progetto, erano già pronti a tacciare tutti i coinvolti di blasfemia, il secondo, decisamente più influente ma meno “alto” negli intenti, girava attorno ai soldi, il produttore Irwin Winkler ritirò il denaro messo idealmente sul tavolo dopo l’insuccesso di un altro capolavoro come Uomini veri, ma quando piove, grandina.

Oltre alle delusioni lavorative, Scorsese dovette registrare anche quelle sul piano personale e amoroso, fresco di divorzio da Isabella Rossellini, il nostro trovò un’occasione di rilancio nel copione intitolato “Lies”, scritto da Joseph Minion come suo saggio finale del corso di cinema alla Columbia University. “Lies” era già passato attraverso diverse mani, oltre ad essere temporaneamente ribattezzato “Una notte a Soho” (ma non quella), in un mondo parallelo al nostro, il film conosciuto con il titolo definitivo di “After Hours” da noi “Fuori orario”, è il film d’esordio di un giovane ricciolone di nome Tim Burton, che rinunciò all’ultimo lasciando campo libero ad un entusiasta Scorsese optando invece per Pee-wee’s Big Adventure, decidendo così, probabilmente, dell’andamento di tutta la sua carriera (storia vera).
Per Scorsese, “Fuori orario” diventa l’occasione per ritornare alle basi, la palestra di provincia dove ha iniziato il grande campione, anche solo per motivi geografici, il nostro ha potuto girare tutto a New York, con un budget più piccolo certo, ma con più controllo che era anche quello che il regista cercava. Per questo dal cast spariscono tutte le facce note del suo cinema, da De Niro a Keitel, anche se resta a bordo in una piccola parte (il cameriere del River Diner) il mitico Dick Miller, attore feticcio del pigmalione di Scorsese, ovvero Roger Corman.

“After hours” è un viaggio nella folle notte di New York, molto, ma molto lontano anche dalla famosa e nota zona di sicurezza del regista, un titolo che fa del grottesco la sua arma per fare satira della società del capitale, iniziando in modo già frenetico nelle armoniose carrellate, tutte sulle note di Mozart, per introdurci alla noiosa vita del tecnico dei computer, archetipo dello yuppie alienato di nome Paul Hackett (Griffin Dunne). “Fuori orario” ha avuto una buona risposta di pubblico in proporzione al budget speso, ed è stato premiato a Cannes l’anno successivo, per la miglior regia, una sorta di rinascita artistica per Scorsese che ironicamente, non viene mai nominato nella rosa dei migliori titoli del regista, anche se ha ispirato il programma omonimo di Enrico Ghezzi, grazie alla quale abbiamo scoperto tutti Patti Smith e abbiamo potuto vedere una serie di grandi film altrimenti impossibili da beccare altrove. Se la misura di un Classido si valuta anche sulla base del suo impatto culturale, direi che ci siamo!

Per il suo “Un ragazzo incontra una ragazza”, Scorsese ha deciso di partire da un omaggio, se non proprio un amorevole parodia di Marnie, per catapultare il grigio Hackett dal suo appartamento, anche un po’ triste, illuminato solo dalla luce della televisione, alla colorata e caotica Soho, esposto senza filtro ad una masnada di personaggi pazzi, in una situazione con il passare dei minuti, sempre più Kafkiana.
Bronson Pinchot, Catherine O’Hara, John Heard, Linda Fiorentino, Verna Bloom e Cheech Marin sono solo alcuni dei nomi che impersonano baristi con l’esigenza di tornare a casa, cassieri ballerini, tassisti che guidano a tavoletta, sensuali scultrici, cameriere e ladri di opere d’arte, che sono tutti agenti del Caos nella vita del protagonista, rotolato giù in questa tana, non per aver inseguito il Bianconiglio ma per essersi fatto tentare da una seduttrice, molto probabilmente bipolare, di nome Marcy e fatta a forma di Rosanna Arquette. Chiamatelo scemo, aggiungo io.

Il risultato è una grottesca commedia degli equivoci con protagonista l’ennesimo povero Cristo della filmografia di Scorsese, costretto ad espiare i peccati di un’intera società, quella che lui stesso rappresenta. Fateci caso, Paul Hackett è un tecnico dei computer, magari non diffusissimi come ora nel 1985, ma perfetti rappresentanti del mondo razionale, ordinato, fatto di uno e zero, che viene totalmente sconvolto dal Caos, lo scontro a cui assistiamo nel film è quello tra la società del capitano e l’arte, ben rappresentata dagli abitanti di Soho.
Mondo moderno razionale contro arte, ma anche tutta la crisi culturale nell’America ultra capitalista di metà anni ’80, non è difficile trovare in tutto questo anche un po’ della condizione di Scorsese, ripartito proprio da questa folle notte newyorkese per ridare slancio alla sua di arte, la parte davvero complicata della produzione di “Fuori orario” per il nostro protagonista di rubrica? Il finale.

La conclusione, quasi circolare del film, rivista oggi, aggiunge brillantezza ad un film capace di fare ottima satira della società, ma ai tempi il Buon Vecchio Zio Martin non aveva idea di come concludere in modo davvero a fuoco questa sua opera così sentita, nel tentativo di rompere lo stallo alla messicana, Scorsese invitò a casa sua, a dare un’occhiata ad un montaggio non definitivo del film, tre colleghi, Brian De Palma, Steven Spielberg e Terry Gilliam. Voi avete i numeri di telefono di questi tre se vi scappa di fare una cena tra amici? Ecco, Scorsese sì invece, tiè!
Qui le fonti si disperdono, proprio come nella notte di “Fuori orario” nulla risulta cartesiano, qualcuno sostiene che nessuno dei tre colleghi consultati abbia davvero aiutato Scorsese, il suggerimento sbloccante, quello che in pochi sport professionistici chiamerebbero “Hockey pass” (l’assist geniale prima dell’assist, quello che non va a referto ma che sblocca per davvero il gioco) sia arrivato dalla solita, fedelissima e mai abbastanza celebrata montatrice di Scorsese, Thelma Schoonmaker, anzi, trattandosi proprio di Hockey pass da suo marito, il regista Michael Powell che se ne uscì con: «Deve finire di nuovo sul posto di lavoro.»

Vi rendete conto? Anche la cronaca della lavorazione di “Fuori orario”, ha colpi di scena degni della trama di “Fuori orario”, ma visto che oggi ho deciso di giocarmela così, seguitemi nel mio ragionamento: siamo nel 1985, quel finale, con il protagonista incastrato tra arte e denaro (una statua di gesso e banconote) che si ritrova alla scrivania giusto in tempo per iniziare il turno di lavoro, non ha più che qualcosa di un altro film, molto satirico nei confronti della nostra società, uscito proprio nello stesso anno e firmato da uno degli invitati a cena di Scorsese? Ecco, mentre meditate su questo, io aggiungo un altro paio di posti a tavola, tanto paga zio Martino, che mi frega.
Il primo è quello del direttore della fotografia Michael Ballhaus, che sarebbe poi tornato a lavorare con Scorsese più volte (quindi lo ritroveremo anche qui sulla Bara) e che letteralmente insegnò al regista a lavorare con la stessa qualità, ma in maniera molto più veloce, che poi era una delle critiche mossa da Jerry Lewis al regista, ma l’altro invitato speciale che non può mancare è il grande assente, il mio amico John Landis.

L’ho già messo nero su Bara, il fatto che ogni venerdì io sia impegnato in una rubrica su Scorsese vi fa capire il mio livello di apprezzamento per il lavoro del regista, ma pistola alla testa, tra questo bellissimo film e il suo gemellino dello stesso anno, io scelgo e sceglierò sempre Tutto in una notte, anche perché il sanguinoso flop del film di Landis è stato funzionale al ritorno di Scorsese. “Into the night” uscì nei cinema a febbraio del 1985, portando in scena per primo la stessa struttura, lo stesso livello di satira, ma trovando il pubblico totalmente impreparato, quando a settembre dello stesso anno Scorsese arrivò con “Fuori orario”, forse il sacrificio al botteghino di Landis, gli aveva un po’ facilitato il compito.

Resta il fatto che i due film, anche se di solito viene citato più quello di Scorsese, sono diventati archetipi, di recente, oltre ad “Anora” (2024), abbiamo avuta un po’ di titoli in odore di “Fuori orario”, dimostrazione che il Maestro di New York, ha fatto scuola di cinema anche con un suo film sempre troppo poco ricordato. Prossima settimana invece, scommetto con voi che qui, ci sarà un altro capitolo della rubrica dedicata a Martin Scorsese, se volete, possiamo giocarsela al tavolo da biliardo!


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