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Gangs of New York (2002): l’America è nata nelle strade

Di tutta la cerchia dei registi newyorkesi, per certi versi uno dei più autorevoli e rappresentativi cantori della Grande Mela è un figlio di immigrati, come del resto lo sono tutti gli americani non rinchiusi nelle riserve, parliamo anche di questo nel nuovo capitolo della rubrica… Non è cinema, è Martin Scorsese.

Il fin troppo sottovalutato Al di là della vita è stata l’ultima sortita nella New York urbana e contemporanea per il Buon Vecchio Zio Martin, quasi un saluto alla sua città ma senza dimenticarla mai davvero, perché alcuni film hanno una sola genesi, circoscritta ad un breve periodo di tempo, altri invece ne hanno una che richiede decenni, perché crescono, si ammalano, cambiano pelle, e in qualche caso muoiono e risorgono più volte prima di arrivare sullo schermo, ovviamente “Gangs of New York” appartiene senza discussioni alla seconda categoria.

Un film dalla lunga pre-produzione seguita da un set rimasto un cantiere aperto per un tempo infinito, tanto da diventare mito e generare miti, si è arrivato a vociferare che l’uscita sia slittata ad ottobre del 2002, perché l’inquadratura sullo “skyline” della città che si vede nel finale, potesse urtare un pubblico con ancora in testa i fatti dell’11 settembre, in realtà la vera ragione dello slittamento e della lunga produzione è stato uno scontro, per raccontare quello tra Amsterdam Vallon e Bill il Macellaio, bisogna passare da quello tra Martin Scorsese e il produttore con le mani lunghe – in più di un senso di questa espressione – Harvey Weinstein, ma come avrebbe detto Anders Celsius, andiamo per gradi.

Più cappelli a cilindro che in un film di Burton con Danny DeVito.

Quando Martin Scorsese era ancora un ragazzino con problemi di asma nella sua Little Italy, osservando la strada fuori dalla sua finestra, si interrogava su quante storie ci fossero là fuori e su dove avesse origine tutta quella violenza.

“Gangs of New York” non è solo un film del 2002, è un’ossessione cominciata negli anni ’70, quando Scorsese lesse “The Gangs of New York: An Informal History of the Underworld” di Herbert Asbury, più che un libro un saggio pieno di aneddoti sulla Grande Mela di metà Ottocento, che non era ancora una città ma un ring, un porto, una trappola per topi e un esperimento sociale condotto a colpi di mannaia. Zio Martin quel mondo non lo vuole solo raccontare, lo vuole disseppellire come il coltello di Amsterdam, come se sotto Manhattan ci fosse ancora una New York primordiale sporca e cattiva, che attendeva solo qualcuno con abbastanza soldi, voglia e talento per rimetterla in piedi.

Irlandesi da combattimento, guidati da uno degli eroi della Bara.

Il problema è che per trent’anni nessuno ha dato retta al regista, un progetto troppo grande, troppo costoso, troppo violento, troppo poco “classico”, nel frattempo Scorsese ha tirato su una filmografia di tutto rispetto, ma nel fondo della sua testa “Gangs of New York” è rimasto lì, come il Grande Romanzo Americano che non riesci mai a scrivere. Quando finalmente la grande macchina si è messa in moto all’inizio degli anni duemila, il cinema è cambiato, New York è cambiata per sempre dopo l’11 settembre, l’industria era cambiata e tutto questo finisce dentro il film.

Il budget iniziale del film era di circa novantasette milioni di fogli verdi con sopra facce di ex presidenti defunti, tutti necessari quando chiedi ad uno come Dante Ferretti di ricostruire a Cinecittà oltre un miglio di Manhattan ottocentesca, oltre alle zone di Lower Manhattan e dei Five Points, inaugurando la tradizione per cui, ogni volta che Terry Gilliam alza il telefono per proporre il suo nuovo lavoro a Ferretti, quello gli risponde che sta lavorando al nuovo Scorsese (Storia vera).

«Se ti chiama Terry Gilliam, tu digli che stavi facendo tutto questo»

I costi però sono cresciuti perché nel piano iniziale di Harvey Weinstein, il film sarebbe dovuto essere una sorta di “Via col vento”, con le bande rivali a fare da sfondo alla storia d’amore tra Amsterdam e Jenny, questione che a Scorsese interessava il giusto, ovvero molto poco. Da qui i vari testa contro testa che hanno avuto effetti sulla trama, sulla pianificazione di lavoro e sui ritardi che hanno portato alle defezioni lungo il percorso di nomi come Robert De Niro e Willem Dafoe, che sarebbero stati entrambi due perfetti Bill il Macellaio, ma hanno lasciato campo libero al migliore delle scelte possibili, quel Daniel Day-Lewis che aveva lavorato una sola volta in precedenza con Scorsese e che per la parte, come suo solito, si è totalmente calato nel ruolo imparando a tagliare la carne e rifiutandosi di uscire dal personaggio, anche quando si è beccato la polmonite per il freddo o DiCaprio gli ha rotto il naso durante una scena di lotta (storia vera).

La storia, sulla carta, è semplice e archetipica: Amsterdam Vallon (Leonardo DiCaprio) assiste da bambino alla morte del padre, il “Prete” che essendo fatto a forma di Liam Neeson, risulta una scelta perfetta, non solo perché irlandese, ma anche perché quando si parla di vendetta al cinema, Liam è sempre nella zona delle operazioni. Vendicare il padre ucciso dal capo dei Nativi, Bill “The Butcher” Cutting (Daniele-Giorno Luigi), diventa ragione di vita e spunto per tutta la trama.

Volevo una rubrica su Scorsese, solo per poter arrivare a questo punto e mettere una foto di Daniele-Giorno Luigi con coltello e mannaia in mano (storia vera).

Negli anni, nessuno si è mai lamentato che questo film ha «Una trama troppo sempliceeeeee!», anche se di fatto siamo davanti ad un canovaccio vecchio come il mondo, roba da tragedia greca travestita da western urbano, e infatti Scorsese non prova nemmeno a nasconderlo. Il punto non è il “cosa” ma il “come”, e quello è favoloso, tutto il prologo è stato più volte paragonato ad una sorta di Mad Max in versione ottocentesca, il che è un signor complimento, Scorsese ci getta nel mezzo della rissa, e in un attimo capiamo tutto, dinamiche, personaggi, le loro motivazioni e le loro ambizioni, cinema al suo meglio, per altro filtrato dall’azione, visto che parliamo di una mega rissa da strada che ha l’epica di una battaglia.

I Five Points non sono solo un quartiere, ma un inferno organizzato, un luogo dove l’identità non è una questione culturale ma un’arma, dove essere nato da una parte o dall’altra dell’oceano decide se sei qualcuno o carne da macello, infatti il re senza corona (non ne ha nemmeno bisogna, al massimo ha già un cappello a cilindro) non può che essere un macellaio.

«Tirami il dito e scoprirai, che posso essere anche più cattivo»

Anzi, è Bill il Macellaio, e qui è inutile girarci intorno, Daniel Day-Lewis si mangia il film, il set e probabilmente anche qualche comparsa con ancora i costumi di Sandy Powell addosso. Il suo Bill non è solo un cattivo, è una forza della natura, un personaggio che sembra uscito da una ballata popolare o da un incubo provocato da una cena a base di carne avariata, uno che ama l’America in modo così violento da volerla possedere a colpi di coltello. Patriota, razzista, carismatico, superstizioso, quasi paterno a modo suo, e soprattutto è vivo in ogni singola inquadratura, la prova di Daniele-Giorno Luigi è una delle più solide e iconiche della sua carriera, Scorsese lo filma come si filmano i mostri sacri, lasciandogli spazio e tempo, sapendo di avere per le mani un personaggio memorabile.

Leonardo DiCaprio, dal canto suo, era nel momento più delicato della sua carriera, doveva dimostrare di non essere solo il bel faccino di Titanic, dopo una spaesamento di un paio di titoli, con “Gangs of New York” ha rilanciato interamente tutta la sua carriera, senza nessuna paura di sporcarsi, o di farsi prendere a schiaffi dalla Storia e da un co-protagonista ingombrante come Day-Lewis. Il suo Amsterdam non è il personaggio più affascinante del film, e va bene così, più un testimone che un eroe, uno che attraversa un mondo troppo grande per lui e ne esce cambiato e adulto, per altro quando lascio a casa il coltello, quelle volte che nel caso io debba prendere un aereo, ripeto la sua scena di quando sotterra il suo (storia vera), per altro Scorsese sembra usarlo come ponte tra lo spettatore moderno e quell’inferno ottocentesco, un corpo estraneo che impara a stare in equilibrio su un terreno che non perdona.

La faccia di uno appena sbarcato all’inferno, da una nave che forse, avrebbe preferito vedere affondare (ah-ah)

Cameron Diaz è forse l’elemento più discusso del film, e non senza motivo, il suo personaggio, Jenny, è scritto come una sopravvissuta, una ladra che si muove tra gli uomini come una scheggia, ma resta schiacciata tra due maschere troppo grandi. Non è un disastro, dalla prima visione in sala nell’ormai lontano 2002, la ricordavo come un personaggio scritto sul retro di un post-it, rivedendo il film confesso di essere stato troppo critico, ma resta veramente il personaggio che porta più di tutti i segni delle lotte tra produttore e regista.

Bellissima e sottoutilizzata.

Dove “Gangs of New York” diventa davvero qualcosa di speciale è nella messa in scena, le scenografie di Cinecittà ricostruiscono Five Points come se fosse un organismo vivente, sporco, rumoroso e sovraffollato, un luogo dove ogni angolo sembra nascondere una rissa, una truffa o un cadavere. Una New York che sembra un Medioevo urbano, con il suo cinema Scorsese regala alla sua città quel passato che al cinema, prima di lui non aveva raccontato nessuno, dando un respiro più grande alla sua arte, che non a caso, non avrebbe più abbandonato, perché questo film ha inaugurato la porzione di filmografia del Buon Vecchio Zio Martin, con più costumi, grandi nomi, non proprio Kolossal, ma quasi.

Il tutto però senza togliere gli occhi dall’obbiettivo, il tema dell’America nata nel sangue, che è il cuore vero del film, le gang che si scannano per le strade sono solo l’anticamera di una violenza istituzionalizzata, delle rivolte delle classi sociali più sfortunate, dei ricchi che mandano i poveri a morire in guerra e di un sistema politico che manda usa (o U.S.A? Fate voi) gli immigrati come carne da voto, anche perché i veri nativi sono chiusi nelle riserve e non somigliano a Bill il macellaio. Scorsese non idealizza nulla, non cerca eroi puri, racconta un paese che si costruisce sulla sopraffazione e sulla menzogna, per altro nel 2002, dove risuonava ancora di più come un commento feroce all’America contemporanea.

L’unico “ICE” che vorrei vedere lungo le strade d’America (e non solo)

Il finale, con lo scorrere del tempo sopra le tombe e lo skyline che cambia, è uno di quei momenti in cui Scorsese riflette: tutti quei morti, tutte quelle battaglie, sono state inghiottite dal progresso, ma non cancellate, sono ancora lì sotto, come fondamenta invisibili, per capire davvero una città, la sua città, Scorsese ha bisogno di fare i conti anche con i suoi fantasmi.

“Gangs of New York” non è un film perfetto, specialmente per quei “Cinefili del Super Sayan” come amo chiamarli, che devono sempre fare paragoni e mettere tutto dentro una classifica. Ovvio che rispetto a certi capolavori di Scorsese sia un film più sbilanciato, ma ha battuto forse per primo un terreno che al cinema si era visto prima molto poco, con quella sua natura irregolare a renderlo affascinante oltre che un’opera ambiziosa.

A distanza di anni, “Gangs of New York” continua a piacere e anche a dividere, ma resta innegabilmente il film che ha segnato il nuovo corso della carriera del Maestro di New York e del suo nuovo pupillo, Leo DiCaprio, da qui in poi ospite fisso della Bara, la prossima settimana infatti si replica, e pensate un po’, restiamo sul tema del volo di cui siamo esperti, non mancate, fino ad allora, beccatevi un po’ di musica dalla colonna sonora del film di oggi.

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