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Geronimo (1993): Gli americani, quelli veri

Avete presente quei film che si amano prima di diventare
cinefili senza ritorno, prima di passare le giornate a caccia di film imparando
a memoria nomi, date e filmografie? Uno di quelli è il protagonista di oggi
della rubrica… King of the hill!

Invoco il vostro perdono fin da subito, per arrivare a
parlare del film di oggi dovrò partire non da lontano, ma da lontanissimo, oggi
siamo seriamente a rischio della più lunga premessa mai inchiodata su questa
Bara, mettetevi comodi, non sarà una cosa breve.

La passione per il western mi è rimasta incollata addosso
per tradizione paterna, qualcuno eredita il tifo per la squadra del cuore, noi
a casa Cassidy siamo sempre stati appassionati solo del re di tutti i
generi cinematografici, quello che sta al cinema come il Rock alla musica.
Prima di andarci sotto come tanti della mia generazione ed imparare nomi di
dinosauri come se esistesse la concreta possibilità di vederne uno dal vivo,
ero già fanatico della storia dei Nativi americani che, poi, parliamoci chiaro:
sono gli unici Americani degni di questo nome, quelli veri.
Questa forma di lucidissima malattia mentale è stata
alimentata da un libercolo, un vecchissimo tascabile western, dalla copertina
verde consumata, le pagine ingiallite e l’aria di chi ha attraversato mille
battaglie e altrettante letture. Un libro di Forrest Carter che, in realtà,
erano due libri di Forrest Carter, la prima parte s’intitolava “Geronimo” e
non credo serva spiegare di chi raccontava la storia, la seconda “Cercami sulle
montagne” era la cronaca della resistenza del più fiero guerriero della storia
americana, del modo in cui per decenni ha preso per il naso le divise blu che
lo cercavano in lungo in largo, senza riuscire a scovarlo mai.

Direttamente dall’archivio di casa Cassidy (ringraziate il signor Cassidy senior)

Quando ho iniziato a leggerlo e rileggerlo io quel libro,
era già seriamente provato dalle svariate letture del signor Cassidy senior,
sono certo che quel glorioso tomo sia ancora a casa su qualche mensola, con le
pagine miracolosamente ancora tutte (abbastanza) insieme. Per anni fantasticavo sul chiamare un mio ipotetico figlio Geronimo, ho cambiato idea
quando ho scoperto che Ignazio La Russa aveva già fatto lo stesso (storia
vera).

Forrest Carter e la sua biografia (occhio che tra poco arriva il colpo di teatro)

Volete qualcosa di ancora più compromettente? Sono
abbastanza certo che senza quel libro di Forrest Carter in giro per casa, la
mia passione per la lettura non sarebbe mai sbocciata, quindi ho sempre
associato quel nome e quel cognome a qualcosa di bello, solo anni dopo ho
scoperto che da una storia di Carter (“The rebel outlaw: Josey Wales” 1972) è
stato tratto uno dei miei film di (e con) Clint Eastwood del cuore, ma che ha anche
scritto “Piccolo albero” ancora oggi uno dei libri per bambini più amati credo
di sempre. Problema: lo scrittore di (presunte) origini Cherokee, in realtà, non
è mai esistito. Perché Forrest Carter altro non era che lo pseudonimo di Asa
Earl Carter, segregazionista convinto, antisemita e tra i membri fondatori
negli anni ’50 di una setta di signori bianchi che amavano indossare
cappucci a punta dello stesso colore. Vi lascio immaginare la risata che mi
sono fatto quando ho scoperto che devo il mio amore per la lettura in parti
uguali ad un vecchissimo tascabile, a mio padre e ad uno dei membri fondatori
del Ku Klux Klan (storia vera). Ma per sapere tutto sul libro in questione, fate un salto
sulle pagine di Gli Archivi di Uruk, Lucius ha fatto un gran lavoro di
archiviazione!

The KKK took my baby away (Cit.)

Ho amato “Geronimo” dal suo primo passaggio in tv da qualche
parte negli anni ’90, ho consumato la vhs su cui mio padre (ovviamente) l’aveva
registrato, non dico quanto il romanzo di Forrest Carter, ma quasi, a volte
rivedevo il film per intero, spesso lo mettevo su per guardarmi giusto qualche
scena. Ancora oggi quando vedo Wes Studi in un film (cosa che accade piuttosto
spesso visto che l’attore ha una filmografia infinita) urlo «GERONIMO!» nemmeno
fossi un paracadutista. Crescendo, con l’esplosione della mia passione cinefila
Walter Hill è diventato uno dei miei preferiti, uno di quei registi che ha
formato il mio (dis)gusto in fatto di film, scoprire che nella notevole
filmografia di Gualtiero c’era anche questo film, è stato come tornare a casa.

Tema: “Il mio personaggio storico preferito”. Svolgimento: Guardatelo in foto e ditemi perché dovrei preferire chiunque altro!

Anche perché da parecchio tempo il nostro Walter accarezzava
l’idea di tornare al western puro, come ai tempi di I cavalieri dalle lunghe ombre (guarda caso, altro titolo che ho
“ereditato” dal lato paterno della famiglia), forte della sua collaborazione
con la Carolco, Hill pensava di portare al cinema la vita di Cavallo Pazzo,
prima di rendersi conto che poteva essere molto complicato anche per lui,
riassumere la vita del capo degli Oglala Lakota. L’alternativa poteva
essere solo Geronimo, la cui vita non era ancora stata raccontata al cinema,
non nel modo giusto almeno.

Mentre è al lavoro sul set di Johnny il bello, riceve una sceneggiatura scritta da Larry Gross e
da un signore che ha fatto un paio di film della mia infanzia (anche quelli, eredita paterna) di un certo spessore, un
vecchio amico della Bara Volante che ha già fatto capolino durante la rubrica dedicata a Walter Hill e che, come vi dicevo,
era destinato a tornare, ridate il benvenuto a John Milius e alla rubrica… Un
Milius alla volta!

«I like Geronimo just as he was, a human predator».

Queste sono la parole del grande John e, dài, ammettiamolo,
se Milius non esistesse bisognerebbe inventarlo! Anche perché non è difficile
capire perché Geronimo sia materia per il cinema di Milius, stando alle sue
parole Geronimo è stato un uomo che ha visto la storia della sua gente
spazzata via, tra tutti gli Apache lui è stato quello più famoso, l’essenza del
ribelle che non si sarebbe mai arreso, per certi versi anche un piantagrane
per la sua gente. Un po’ come John Milius, aggiungo io.
Nel 1992 i diritti del film e della sceneggiatura di Milius
passano dalla Carolco alla Columbia pictures che capisce che i tempi sono
maturi, “Balla coi lupi” (1990) e “L’ultimo dei Mohicani” (1992) sono grandi
successi che hanno anticipato un decennio, quello degli anni ’90, dove il Western non è mancato di certo, sto pensando a titoli come “Gli
spietati” (1992), il mio amatissimo “Tombstone” (1993),
“Wyatt Earp” e “Maverick” (1994), ma anche “Pronti a
morire” (1995).

Gualtiero con lo sguardo rivolto ad ovest, anzi, al West.

Con un cast pescato da tutti i film che ho citato qui sopra,
ad esclusione di Jason Patric (preferito ad Alec Baldwin), il quasi esordiente Matt
Damon (che ha mollato l’università per diventare un attore) e Robert Duvall
(che ha definito il film “Una vacanza pagata” per quanto si è divertito), si va
tutti a girare nello Utah, in Arizona e nel deserto della California. Forte di
un budget di 35 milioni di fogli verdi con sopra le facce di altrettanti
presidenti defunti, Hill ha l’occasione di dirigere nei luoghi del cinema di
uno dei suoi eroi, John Ford.


Con un vecchio trucco di sceneggiatura, Milius racconta la
storia del punto di vista dell’unico personaggio con cui il pubblico può
immedesimarsi, il giovane soldato Britton Davis (lo sbarbatissimo Matt Damon)
che nel 1885 si ritrova accanto al tenente Charles B. Gatewood (Jason Patric) a
gestire la resa di Geronimo (Wes Studi) capo degli Apache Chiricahua,
anticipato dalla sua fama, ma, comunque, rispettato da tutti, da Gatewood
sicuramente, ma anche dal generale di brigata George Crook (Gene Hackman)
davanti al quale dovrebbe arrendersi.

Come da tradizione della rubrica, i titoli di testa del film.

A Walter Hill il titolo originale del film “Geronimo: An
American Legend”, da noi piallato semplicemente nel più diretto “Geronimo” non
piaceva proprio. Per lui il titolo giusto avrebbe dovuto essere “The Geronimo
war” perché il suo film non è solo una biografia sul grande capo dei Chiricahua,
ma la cronaca degli uomini coinvolti nella lunga trattativa, resa, tentativo di
vita pacifica nella riserva e successiva rivolta (la prima e la seconda) con
conseguente caccia all’uomo durata anni ed anni, insomma un film corale,
sfaccettato, fatto di uomini che devono combattersi per dovere, per il bene del
proprio popolo, ma che non odiano il loro nemico, anzi il più delle volte lo
rispettano. Insomma difficile non notare lo zampino di Milius in tutto questo.

Altri guerrieri per la filmografia di Walter Hill.

Ecco perché Jason Patric interpreta un ex ufficiale sudista
(quindi uno che ha combattuto a favore dello schiavismo) che, però, ammira
Geronimo e parla regolarmente la lingua degli Apache. Ecco perché Matt Damon
che qui a lungo interpreta la parte del tonno (“Meeeeit Deeeeimon” Cit.) nel
finale alla domanda «È più importante una promessa fatta ad un selvaggio che il
tuo Paese?» non ha dubbi.

Gene Hackman è l’unico a cui Geronimo concede di rendere le
armi, perché si è guadagnato il rispetto dei Chiricahua e il soprannome di capo
Lupo Grigio. Mentre Robert Duvall ha forse il personaggio più bello anche se
quello assolutamente minore in un film su Geronimo, ovvero quella vecchia volpe
di Al Sieber, profondamente convinto che i Musi Rossi debbano stare al loro
posto, che comunque non si fa problemi a stringere amicizia con lo scout apache
Chato (Steve Reevis), uno che si è arruolato seguendo l’esempio di pace e
collaborazione iniziato proprio da Geronimo con la sua resa.

“Eccoli laggiù gli indiani cattivi”, “Sei sicuro che siano loro i cattivi?”

Perché da Europei siamo abituati a pensare che la conquista
del West sia stata qualcosa di eroico, oppure un fottuto massacro di poveri Pellirossa (a seconda della vostra forma mentale) durato relativamente poco, il
tempo per dare a John Wayne materiale per i suoi film. Milius aveva già in
parte raccontato il difficile processo di coesistenza tra Americani e… Ehm, veri Americani in un’altra sua sceneggiatura,
ma qui firma un film che ha tutto della sua poetica fatta di uomini duri capaci
di rispettarsi anche a discapito degli schieramenti opposti (altro tema Miliussiano classico), tutta roba
che in mano a Walter Hill, è un po’ come chiedere alla gazzella di correre,
perché di tipi tosti e una definizione non manichea tra “Buoni” e “Cattivi” il
nostro Gualtiero è sempre stato grandissimo interprete.

Il fantasma degli “America FUCK YEAH!” passati.

Potete solo scegliere i momenti preferiti di questo film, io
ne ho tanti, l’entrata in scena di Geronimo, ad esempio, è notevole, Wes Studi
sul cavallo bianco ha tutto l’orgoglio che ti aspetti dalla fama del grande
guerriero e tutto il film è costruito per rendere omaggio ad ogni aspetto del
personaggio. Perché la sua fama ha travalicato il tempo diventando patrimonio
culturale, urlo di guerra di Dottori
con il papillon, o il testo per tormentoni pop, ma il fascino del personaggio è già tutto in questo film.

Walter Hill rende perfettamente onore ad un guerriero che ha
provato ad accettare il sistema delle riserve, prima di arrivare a considerarlo
semplicemente disumano per il suo popolo e fare l’unica cosa sensata quando sei
un uomo responsabile: ribellarti.

Nel 2020 Wes Studi riceverà l’Oscar alla carriera. Per me
aveva già vinto tutto negli anni ’90.

La scena dell’uccisione dello sciamano ribelle è una delle
più potenti, Hill la dirige con l’enfasi giusta perché è il momento chiave
della prima ribellione di Geronimo. Uno il cui nome è stato per sempre
associato ad una fama da feroce guerriero, anche se non era nemmeno il suo
nome, era quello che gli è stato appioppato dai Messicani, con i quali ha
combattuto a lungo e che se lo vedevano piombare addosso schivando i proiettili
finendo così per appellarsi ai santi come San Girolamo, ed urla con accento
messicano oggi «Jerónimo!», urla domani, che poi finisce per diventare
il tuo vero nome, un po’ come per Forrest Carter, ma con decisamente più
messicani uccisi.

Per la sua gente “Geronimo” era solo Goyaalé che in lingua
Apache vuol dire “Colui che sbadiglia” (storia vera), ma anche “Il sognatore”
per la sua capacità (si vocifera) di predire il futuro attraverso i sogni,
insomma un pantofolaio che vorrebbe solo stare a casa sua a cui è meglio non
far girare le palle e che ogni cosa che abbia fatto, l’ha fatta
solo per il bene del suo popolo, anche arrendersi al massimo della sua fama,
era l’unico modo per lui per ottenere il trattamento migliore per gli
uomini, le donne e i bambini di cui era responsabile.

Born in the U.S.A. (prima che si chiamassero con un acronimo)

Spero non vi sfugga l’ironia, molto Milliussiana, di essere
riuscito nella stessa carriera a rendere protagonista di due film distinti,
prima un musulmano testardo in lotta
con un grande impero e poi un apache ribelle che per anni ed anni ha fatto
fare una figura di niente all’esercito americano, quando era semplicemente
nascosto su una montagna a ridere dei suoi nemici. Un conservatore ultra repubblicano come Milius, per due volte ha raccontato la storia di due “Bin
Laden” ante litteram (nome dell’operazione militare con cui è stato ucciso il famigerato terrorista? “Operazione
Geronimo” visto che tutto torna?) con la lucidità di chi non ragiona per schieramenti,
etichette e dicotomie facili, il genere di paradosso che non manca mai quando
si parla di Millius, ma anche il genere di paradosso che scaturisce, dall’imparare ad amare i libri,
dalla storia di un grande ribelle scritta però dal fondatore del KKK ora che ci
penso.

Tutto questo nel film di Walter Hill arriva forte e chiaro,
in 115 minuti in cui la sua regia diventa la più ampia e di grande respiro, si
sia mai vista in un film del nostro Gualtiero. Eppure, ancora oggi “Geronimo” è
considerato un film noioso, il fatto che abbia incassato solo 18 milioni di
dollari al botteghino, al pari del suo protagonista non ha certo aiutato la sua
fama.
“Geronimo: An American Legend” è un film volutamente anti
spettacolare, fedele alla storia e ai fatti, facendo giusto qualche
concessione al mito di Geronimo. Perché proprio John Ford ci ha insegnato che nel
West se la leggenda diventa realtà, vince la leggenda. Walter Hill ha sempre usato il cinema per migliorare la realtà, ma qui firma il suo film più vicino alla realtà della sua
filmografia, non a caso accolto con gioia dai nativi americani.

Per il nostro Gualtiero, il western è sempre il modo migliore per migliorare la realtà.

A ben guardarlo, “Geronimo” potrebbe essere più vicino per
sensibilità ai grandi Western revisionisti degli anni ’70, quelli che hanno
contribuito a riabilitare l’immagine dei veri Americani, che per molti anni il
cinema ha dipinto come selvaggi rapitori assetati di sangue. Non riesco proprio
a trovare niente di noioso nella storia di un eterno ribelle, allo stesso
tempo incredibilmente responsabile nei confronti del suo popolo e di uomini
che hanno giurato fedeltà alla divisa, ma non per questo dimenticano cosa sia
il rispetto per la vita umana.

Se poi ci mettiamo momenti davvero mitici come la mira
infallibile di Geronimo («bel colpo!», «Non tanto, avevo mirato alla testa») e
le musiche di Ry Cooder che sono epiche, ma dimesse, quasi a mettere in musica
il destino segnato, come i binari del treno le cui visioni perseguitano il
protagonista, da cui non si può scappare. No, sul serio io di noioso in
“Geronimo” non trovo davvero niente.

“Laggiù vedo uno che trova noioso questo film”…
…“Fuoco a volontà!”

Ci trovo tanto del suo regista, invece, uno che non rilascia
interviste, che ama il western classico e sa esattamente come dirigerlo e che,
per altro, ha una malinconia da “Sono un uomo, faccio quello che devo costi quel
che costi” che traspare in tanti suoi finali, sicuramente in quello di questo
film. No, sul serio, quando ami il lavoro di un regista, ancora prima di sapere
che un film è stato diretto da lui, quando già andavi pazzo per il romanzo da
cui questo film NON è stato tratto, non c’è davvero niente di noioso, anzi
sarebbe ora di riscoprirlo e rivalutarlo questo film in cui la violenza esplode
fulminea come in un film di Fuller ed è stato scritto, pensato a diretto,
ancora una volta fuori da ogni moda, ribelle fino in fondo.

Non mettete via cappello e speroni, si resta nel West perché
dopo aver raccontato la leggenda di Geronimo con un approccio storico, è il
momento di fare lo stesso con un’altra leggenda, tra sette giorni qui, non
mancate!
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