
Abbiamo studiato il piano, le uscite sono coperte, due minuti entriamo e usciamo, mi troverete fuori con il motore della Bara Volante in moto, sangue freddo, è il giorno dedicato al nuovo capitolo della rubrica… Sam day Bloody Sam day!

Da tempo Steve McQueen accarezzava l’idea di avviare una carriera come produttore, il tentativo che molti divi del cinema avevano già tentato prima di lui (ma anche dopo), per riuscire a guadagnare per davvero grazie agli incassi dei film in cui compariva, ecco perché insieme a Barbra Streisand, Sidney Poitier e Paul Newman aveva fondato la First Artists. Più controllo avrebbe voluto dire più possibilità di scelta, quella che, ad esempio, era mancata durante la promozione della sua ultima fatica, malgrado l’ottimo rapporto di lavoro sul set con Sam Peckinpah, L’ultimo buscadero è stato pubblicizzato male e distribuito come un grande film d’azione, raccogliendo risate al botteghino.
McQueen era pronto a giocarsi diversamente le sue carte, questa volta con la sua casa di produzione alle spalle, aveva messo da poco le mani sui diritti di sfruttamento di “Getaway” (1959), un thriller dello scrittore Jim Thompson, quello di “L’assassino che è in me” (1952). I produttori David Foster e Richard D. Zanuck pensavano che il regista giusto per portare sul grande schermo questo storia fosse Peter Bogdanovich che insieme a Jim Thompson si mise al lavoro su una sceneggiatura che, però, a McQueen proprio non piaceva, quindi alla prima occasione utile, il divo fece valere il suo nuovo potere e affidò il film proprio a Sam Peckinpah, in virtù del loro ottimo rapporto durante la realizzazione di L’ultimo buscadero.

Bloody Sam, dal canto suo, per decidere di accettare la regia ci ha pensato su… Circa tre secondi (ma pieni, eh?), parliamo di un regista che malgrado le sue condizioni fisiche, una testa matta e uno stato di sbornia quasi costante, tra il 1969 e il 1975 ha girato un film via l’altro, lavorando spesso su due produzioni in contemporanea. Ecco perché Peckinpah ci ha messo davvero un attimo a radunare la banda: la sua assistenza Katy Haber, il suo direttore della fotografia Lucien Ballard, Robert Wolfe e Roger Spottiswoode al montaggio e per finire Jerry Fielding alle musiche, su di lui lasciatemi l’icona aperta, più avanti ci torneremo. Ora abbiamo un’altra faccenda molto importante da affrontare: la sceneggiatura.
La produzione deve partire il prima possibile, McQueen vuole subito un grande successo al botteghino per risalire in sella, dopo la culata battuta a terra con gli incassi di L’ultimo buscadero, l’imbeccata giusta gli è arrivata da Polly Platt, produttrice e moglie del licenziato Bogdanovich, rimasta molto impressionata dalla sceneggiatura di un piccolo film diretto da Robert Culp intitolato “La morte arriva con la valigia bianca” (1972). McQueen accetta al volo il consiglio: «Chi lo ha scritto quel film? Facciamolo venire a riscrivere “Getaway” forse, fuori il nome». Il nome era quello di uno destinato a diventare un grandissimo, uno dei preferiti di questa Bara Volante, signore, signori, date il bentornato al Re della collina… Walter Hill!

Le prime sceneggiature di Gualtiero Collina sono un territorio inesplorato, ma interessante, pieno di storie di uomini soli contro tutto e tutti, come ad esempio “Detective Harper: acqua alla gola” (1975), ma di quella porzione di film il più citato è ovviamente “Getaway!” perché è quello che ha messo il talento di Walter Hill sulla mappa geografica, inoltre è il film che ha permesso al Re della collina di affiancare quello che sarebbe diventato a tutti gli effetti il suo mentore. Su Sam Peckinpah esiste in quantitativo di materiale impressionante (ma io continuo a consigliarvi “Se si muovono… Falli secchi!” di David Weddle), mentre su Walter Hill come ho avuto modo di costatare anche mentre scrivevo post per la rubrica a lui dedicata, non esiste poi molto. Hill è una sorta di divo del muto, apre bocca solo il mercoledì (e nemmeno tutti), ma quando parla di Sam Peckinpah sembra Magic Johnson quando parla di Michael Jordan, gli si scioglie la lingua e gli brillano gli occhi, anche perché Peckinpah ha amato molto l’adattamento del romanzo scritto da Hill e poi, ammettiamolo, quei due erano fatti della stessa pasta, è normale che Hill abbia appreso molto da Bloody Sam.

Il romanzo originale di Thompson ha un ultimo atto molto strambo, un grottesco e lisergico finale in Messico che prevede rituali e sacrifici umani, una roba che, ovviamente, a Peckinpah (fanatico del Paese oltre il confine americano) piaceva, ma McQueen non poteva rinunciare ad una sorta di lieto fine per il suo personaggio. Era dello stesso avviso Walter Hill che in una delle sue rare dichiarazioni ha ammesso: «Getaway! è uno dei miei film preferiti. È il più fedele alla mia concezione originale. Solo un 10% è stato modificato. […] La storia offriva la splendida possibilità di costruire al suo interno un mondo quasi surreale. La mia idea era di rimanere al di fuori del vero mondo della criminalità; volevo che sembrasse una favola, una storia che narrasse di purificazione dopo un viaggio nelle viscere della terra, non una tragedia, bensì una situazione tragica». A ben guardarlo “Getaway!” è stato fondamentale per la carriera di Hill, sembra quasi un Driver l’imprendibile molto più parlato, ma il nostro Gualtiero è il primo ad ammettere che se questo film è diventato un classico è stato grazie al magnifico lavoro fatto da Sam Peckinpah.

Per Bloody Sam “Getaway!” era poco più che un modo facile per fare soldi, una rapina in tutti i sensi, ma malgrado questo ha firmato un film che ancora oggi è un modello di riferimento per tutti gli altri film di rapina. Un film di rapina è come saper suonare il Jazz, se sai suonare bene il Jazz, puoi suonare con facilità quasi qualunque altro genere musicale, Sam Peckinpah qui ha girato una rapina, inseguimenti in auto e una tormentata storia di coppie in crisi a cui ancora tanti oggi, guardano come modello di riferimento, insomma ha diretto un Classido!

Per dirvi quanto fosse chiara la volontà di sfornare un film spacca botteghini, per il ruolo della protagonista femminile Peckinpah voleva nuovamente Susan George, dopo averla strapazzata sul set di Cane di paglia, ma alla fine fu preferita Ali MacGraw, alta bella, allergica al reggiseno e fresca dell’enorme successo di “Love Story” (1970). Posso dire la mia sulla MacGraw? Una meraviglia sullo schermo, ma con dentro gli stessi segni di vita che potreste trovare in un manichino esposto in vetrina, perfetta a bucare lo schermo, quello sì, ma il suo ruolo migliore è arrivato la seconda volta che ha incontrato Peckinpah sulla sua strada, ci arriveremo nel corso della rubrica. Per gli amanti del pettegolezzo, galeotto fu il set perché Ali MacGraw e Steve McQueen finirono a fare coppia nella vita e non solo sollo schermo.

Cosa dico sempre dei primi cinque minuti di un film? Ne determinano tutto l’andamento, quelli di “Getaway!” sono a dir poco micidiali. Partendo come al solito da un quantitativo immenso di pellicola girata, Peckinpah apre il suo film fatto solo per guadagnare, il più possibile, con quella che è una vera e propria lezione dell’uso del montaggio. Si comincia con alcuni cerbiatti in libertà, per passare subito alla prigione dov’è detenuto Carter ‘Doc’ McCoy (McQueen), un modo chiarissimo per sottolineare come il protagonista sia un puro chiuso in gabbia, grazie ad un magistrale utilizzo di un montaggio spezzato e serratissimo, Peckinpah ci racconta in contemporanea tante sequenze di vita in prigione, da una parte la routine di McCoy in cella, fatta di partite a scacchi, lavoro manuale e il colloquio con cui gli vietano la libertà vigilata, malgrado il suo comportamento impeccabile. Il ritmo è sincopato, una scena che va in crescendo scandita dalle presse utilizzate dai prigionieri, che senza nemmeno bisogno di una sola parola, rende allo spettatore insopportabile la vita in prigione, tanto quanto lo è per Doc McCoy. Questo ci permette istintivamente di capire l’esigenza di libertà del personaggio, per ottenerla va bene tutto, anche un patto con il diavolo.

Il diavolo in questione è Jack Beynon (il sorrisone diabolico di Ben Johnson), un ricco uomo d’affari con le mani in pasta e gli agganci giusti per far scarcerare McCoy, ma il favore verrà pagato in due modi, il primo ve lo dico subito, il secondo più avanti, anche perché lo stesso McCoy ci metterà un po’ a scoprirlo. Beynon vuole che McCoy sfrutti il suo talento per compiere una rapina che farebbe guadagnare a tutti bei soldi, quindi la prima parte di “Getaway!” si alterna tra un ritorno alla normalità per McCoy e sua moglie Carol (Ali MacGraw) che Peckinpah ci mostra nella loro intimità, mentre sguazzano felici in un laghetto godendosi finalmente il rispettivo abbraccio e tra i preparativi per la rapina.

Trovo incredibile e perfettamente riuscito il fatto che Bloody Sam abbia utilizzato il suo caratteristico rallenti in questo film, sia per enfatizzare la violenza ma allo stesso tempo anche per sottolineare l’importanza del rapporto di coppia tra i due protagonisti, raccontato con un perfetto idillio quasi favolistico, esattamente in linea con le parole di Walter Hill sulla trama. Insomma questa è la parte del film in cui ai protagonisti va tutto bene, ora passiamo al resto della tragedia, nel secondo atto del film è la rapina a tenere banco in “Getaway!”.
McCoy è un tipo preciso e metodico, ma i soci che gli vengono imposti da Beynon non lo sono altrettanto, tra questi spicca Rudy Butler (Al Lettieri) che sembra l’esatto opposto di McCoy, per stile e approccio al lavoro (e alle donne). La rapina di “Getaway!” sembra un’unica infinita scena capace di tenerti sul filo anche se il film lo hai già visto decine di volte, una scena tesa, incalzante, capace di moltiplicare i punti di vista (e l’azione) facendo scelte che risultano ancora moderne oggi, anche se sono stati davvero tanti i titoli ad aver cercato di imitare il modello creato da Sam Peckinpah con questo film. Una scena di rapina e un bell’inseguimento in auto, per me sono il sale del cinema, se sai dirigerli come si deve vuol dire che hai talento, ma tra tutti quelli che si sono distinti in questa specialità, Peckinpah resta ancora oggi uno dei migliori, scusate se è poco.

Ma il bello di “Getaway!” non è solo quel costante senso di minaccia per i protagonisti e il loro essere sempre in fuga (uno dei miei momenti preferiti? Quando alla pausa al fast-food, grazie alla stessa canzone in radio, capiamo che inseguitori e inseguiti sono incredibilmente vicini), ovviamente verso l’amato Messico di Sam Peckinpah, questo film d’azione riesce a brillare quando di tratta di inseguimenti e sparatorie, ma allo stesso tempo, a portare avanti la storia dei personaggi che è a tutti gli effetti il racconto di una storia d’amore, un buon matrimonio a differenza di quello pessimo già raccontato da Peckinpah in Cane di paglia.
Vi ero debitore di una rivelazione, il secondo favore richiesto da Beynon per liberare McCoy era di natura sessuale. Nel cinema di Peckinpah è facile trovare riflessi dei tradimenti che hanno costellato la sua vita, tradimenti di fiducia, ma anche amorosi, per un regista che nella vita da amanti, collaboratori e amici pretendeva fedeltà totale, ma poi spesso era il primo a tradire. Il senso di lealtà è una delle tante chiavi di lettura del cinema di Peckinpah, fin da Sfida nell’Alta Sierra, McCoy non può accettare il fatto che sua moglie abbia fatto sesso con un altro, anche se ha ottenuto in cambio la libertà e la possibilità di tornare da lei, dal canto suo Carol, invece, ritiene che tale sacrificio, per quanto disgustoso, sia per certi versi la massima prova del suo amore e della sua fedeltà a Doc.

A sottolineare la purezza (a loro modo) dei due protagonisti, ci pensa il loro perfetto contraltare, il Rudy Butler interpretato da Al Lettieri è uno schifo d’uomo (non mi vengono in mente espressioni più gentili) che sopravvive per miracolo allo scontro con Doc e per fuggire insidia una coppia in viaggio, costringendo il marito a fargli da autista, mentre si spupazza la consenziente moglie (interpretata da Sally Struthers), un altro esempio di pessimo matrimonio che Peckinpah ci racconta con passaggi grotteschi da commedia nera, nessuno fa mai questo tipo di domande ai fratelli Coen perché tanto anche loro sono due enigmi semoventi, ma non mi stupirei di scoprire che questo film abbia ispirato i due gemelli mancati del Minnesota per molti dei loro titoli.

Doc e Carol sono ancora oggi tra i più rappresentativi esponenti delle coppie in fuga lungo le strade d’America, tanti registi hanno provato a dare la loro interpretazione di questo modello da Hill a Oliver Stone passano per David Lynch. Il film è diventato talmente un modello che nel 1994 ne è stato fatto un rifacimento con Alec Baldwin e Kim Basinger che sono abbastanza convinto di aver visto e di cui non ricordo molto, magari lo rivedrò per sfizio, ma sono sicuro che non avrò la stessa tensione, questo matrimonio controverso viene cementato in corsa, tra fughe dalla polizia, sgommate in autostrada e momenti d’azione che lasciano i protagonisti (e noi spettatori) sempre sulla corda. Trovo altamente significativo far compiere alla coppia il più classico dei faccia a faccia risolutivi, dopo essere stati “vomitati” dal retro di un camion dei rifiuti, nel mezzo di una discarica, quando a quel punto del film i due personaggi solo a loro volta due rottami devastati dalla fatica, dalla fuga e dai dubbi nei confronti della persona amata, si siedono sul retro di un rottame (spezzato come il loro rapporto in quel momento della storia) di un vecchio maggiolino Volkswagen e finalmente si chiariscono.

La scena successiva in un altro film, sarebbe quella finale, Carol e Doc mano nella mano che camminano verso il tramonto, quasi romantico se questo non fosse un film di Peckinpah, quindi prima dei titoli di coda, ci aspetta un ultimo “Balletto di sangue”, seguito a ruota da un signore anziano oltre il confine, che sembra il saggio della montagna che in cambio del suo vecchio pick-up, congeda la giovane coppia con alcuni pragmatici consigli su come gestire un buon matrimonio (« Sono sposato da trent’anni, sempre la stessa. Un po’ rompicoglioni ma tutto quello che ho fatto, l’ho fatto grazie a lei»).

La sparatoria a breve distanza, con rallenti e morti ammazzati, è girata e montata da Peckinpah alla perfezione, come sempre, state pure tranquilli che Walter Hill sul set ha imparato molto dal regista di Fresno, perché le sparatorie violente e a breve distanza, sono diventate una specialità del suo cinema.
La produzione di “Getaway!” fila liscia, Peckinpah non accumula troppo ritardo sulla tabella di marcia anche se il film richiedeva svariati spostamenti, per seguire il percorso di fuga dei due protagonisti, anche il suo problemino con la bottiglia viene tenuto sotto controllo, un sorso di vodka alla mattina alle sette, per fermare i tremori alle mani e via al lavoro, con una regola ferrea: nemmeno un goccio fino alle 17.00. Solo che ogni tanto sul set si sentiva Peckinpah urlare «Chalo! Portami un drink!» e Chalo (uno degli assistenti dedicati, che sul set si presentava con un secchiello pieno di ghiaccio e bottiglie di Vodka, scotch e Campari. Storia vera), faceva notare al capo che non era ancora l’ora, risposta del regista: «Che ore sono a New York adesso? Le 17.30… Portami quel maledetto Drink!» (storia vera).
Avevo un’icona da chiudere lo faccio subito: l’unico dissidio nella produzione è arrivato riguardo alle musiche di Jerry Fielding, a McQueen non piacevano e per questo decise di coinvolgere una leggenda come Quincy Jones. Decisione che Peckinpah prese male, ma molto male, anche se ha potuto consolarsi con i risultati al botteghino del film.

Proprio come Charlton Heston per Sierra Charriba, Ali MacGraw si fece ridurre lo stipendio in cambio di un percentuale sugli incassi del film, sarà stata di sicuro più bella che brava, ma di certo la MacGraw non era stupida, “Getaway!” costato poco più di tre milioni di fogli verdi con sopra facce di alcuni ex presidenti defunti, portò a casa quasi trentasette milioni, pareggiando il successo di “Bullitt” (1968) e doppiando Il mucchio selvaggio. La combinazione tra McQueen di nuovo alla guida e protagonista di un film d’azione, insieme ai “Balletti di sangue” che il pubblico desiderava da Bloody Sam, erano proprio quello che gli spettatori volevano, finalmente Peckinpah aveva un grande successo commerciale nella sua filmografia, anche se all’orizzonte cominciavano a farsi largo i registi della nuova generazione, come Spielberg e Lucas che il cinema lo avevano studiato a scuola, Bloody Sam aveva piazzato un colpo notevole contro i suoi diretti concorrenti: in una manciata di anni aveva mandato a segno più film importanti del metodico, ma lentissimo Kubrick, per livello di violenza aveva eclissato l’odiato (da Sam) “Gangster Story” di Arthur Penn e Mike Nichols, ormai non lo vedeva più nemmeno con il binocolo, anche perché nessuno attirava attenzioni come Sam Peckinpah.

In quel periodo il regista di Fresno era sulla cresta di un’onda altissima, per dirigere “Getaway!” si portò a casa cinquecentomila dollari (che poi sono i soldi con cui Doc e Carol scappavano in Messico) più una grossa fetta sui notevoli incassi. Ma se già il pubblico era attratto dal regista con la bandana, gli occhiali a specchio e il vizio di bere e lanciare coltelli, la sua intervista alla rivista “Playboy” (perché tra le foto di donne nude, ci sono anche alcuni parole scritte note come “articoli”) rilasciata nell’agosto del 1972 confermava il suo stato di celebrità, ormai era arrivato anche lui su quelle pagine dove erano stati intervistati solo nomi come Marlon Brando e Dustin Hoffman, solo che Peckinpah ne approfittò per consolidare l’immagine da “macho” che il pubblico aveva di lui, attraverso alcune dichiarazioni in cu il regista si è senza girarci troppo attorno “dato all’atteggio”. Controverso come sempre, ma poteva anche permetterselo a quel punto della carriera.
Passo successivo? Quando un regista arriva così in alto, si gioca il titolo della vita e per Peckinpah non poteva che essere un western, ma ne parleremo la prossima settimana sempre qui, spero che vi piaccia Bob Dylan. Intanto non perdetevi la locandina d’epoca dalle pagine di IPMP e un’analisi scacchistica firmata da Lucius!
Sepolto in precedenza venerdì 20 novembre 2020


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