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Ghost in the shell (2017): Il fantasma di sé stesso

Nel 2017, anno
del Gallo secondo il calendario cinese, la promozione cinematografica ha un
nuovo fronte su cui combattere, quello del Web, ironico che un film che aspira
ad essere Cyberpunk, si sia dimenticato dell’importanza di Internet.

Non è nemmeno
semplicissimo dover riadattare per il grande schermo il manga di culto del 1989
di Masamune Shirow, già nel 1995 Mamoru Oshii ci aveva provato raccogliendo diversi
nasi arricciati da parte degli appassionati del fumetto, ma allo stesso tempo
diventando un anime giustamente idolatrato. Un film con i soldi (e gli attori…
Lasciate l’icona aperta che ripasso) americani, su una delle pietre miliari del
genere Cyberpunk nel 2017, è davvero un’operazione rischiosa che arriva fuori
tempo massimo e, forse, anche un po’ oltre.

Inoltre, pare
chiaro che tu, grande casa di produzione americana che per comodità chiameremo Paramount
Pictures, puoi spendere carrettate di ex presidenti morti stampati su fogli
verdi, in pubblicità vecchia maniera, passaggi televisivi per creare l’attesa
(nel 2017 si chiama “Hype”) per il tuo film, ma è anche chiaro che se su
Internet vieni presa di punta, non hai quasi più scampo e la polemica rischia
di diventare più famosa e importante del film finito. Certo le chiacchiere
starebbero a zero se poi il film fosse una bomba e non un’operazione poco
ispirata tipo che so, il remake di Ghostbuster, giusto per non fare nomi, anche se mi viene da pensare che la
parola “Ghost” nel titolo, stia attiri l’odio del web come il sangue gli
squali.



Internet è un posto pericoloso Rossella, William Gibson lo sapeva…

Al netto di 110
milioni dei sopra citati presidenti defunti, negli Stati Uniti il film di Rupert
Sanders viaggia intorno ai 20 milioni d’incasso, la Paramount al momento
rischia uno scoperto tra i 60 e i 100 milioni, Scarlett Johansson in tutina
semi adamitica non attira il pubblico? Strano, mi viene da pensare che tutto
quel parlare di Whitewashing abbia fatto presa sul pubblico.

Gli Americani
hanno una parola per tutto e se non ce l’hanno se la inventano, “Whitewashing”
è quella che indica ruoli da stranieri, assegnati ad attori bianchi e
Americani, una candida mano di bianco razzista che nell’Era del perbenismo
comunque e sempre fa il giro su se stesso diventando spesso più estremista
degli estremisti, quindi NO! Un bianco non può fare arti marziali e ancora NO!
Ghost in the shell è giapponese,
quindi ci vogliono attori Giapponesi. Ora, io che sono fatto alla vecchia
maniera, penso che i film vadano visti prima di essere giudicati e una cosa,
forse l’unica cosa positiva che posso dire sul “Ghost in the shell” di Rupert
Sanders è il suo essere una pellicola CONTRO il “Lavaggiobianco”.



Ma il white washing è quello che si fa in lavatrice vero?

Senza rovinarvi
la trama (traduzione: NO SPOILER), il film giustifica in una maniera anche
sensata, la scelta di Rossella Di Giovanni nel ruolo del Maggiore, anche il
“crimine” di aver dato un tocco Yankee al nome del suo personaggio (che qui
diventa Mira Killian, invece di Motoko Kusanagi), ha una sua logica all’interno
del film e delle azioni della cattivissima Hanka Robotics, non approfondisco il
punto perché ho promesso nessuna rivelazione sulla trama, ma provate a
guardarvi il film e poi ne riparliamo.

Giuro, ma giurin
giurello davvero, che sono partito con l’intenzione di vedere il film di Rupert
Sanders, senza fare il Nerd cagaminchia con gli occhiali incerottati che con
voce nasale dice “Questa scena è diversa all’anime del 1995”, mi sono
approcciato al film dicendo: “Dai, vediamo cos’hai da offrire”, ma già sui titoli
di testa inciampa quando dichiara a chiare lettere “Tratto dal fumetto
di Masamune Shirow”. No cocchi di mamma, tratto dal manga un bel paio di balle
cibernetiche, questo film non è altro che la versione bignami dell’anime del
1995 di Mamoru Oshii. Il film è iniziato da un minuto e tutti i miei buoni
propositi sono già finiti giù per lo scarico.



“Non mi puoi trattare così, io sono stato il più grande cattivo degli anni ’90!”.

Oshii ai tempi si
è preso la sua bella dose d’insulti per aver semplificato molte delle sottotrame del manga di Masamune Shirow, ma il risultato finale è stato comunque un
film fantastico degno di essere ricordato come un cult.

Gli Americani
avrebbero potuto ripartire dal complicato Manga per regalarci la loro versione,
ma siccome fare come hanno fatto i Coen per il loro “Il Grinta” (2010)
(ispirato più al romanzo di Charles Portis che al film con John Wayne del ’69)
costa tempo e fatica, via tutte le riflessioni sul senso della vita, siamo mica
i Monty Python? Basta con i pipponi filosofici! Via tutto e sotto con tanti
spiegoni che servono a sottolineare l’ovvio e ad allungare il brodo senza
aggiungere davvero nulla di utile, se non una mezz’ora di minutaggio extra
rispetto al film del 1995, che azzoppa il ritmo senza portare novità.



Ho detto meno parlare! Più sparare! 

“Ghost in the
shell” è un film che spiega l’ovvio, guardandolo sembra che la direttiva
imposta agli sceneggiatori Jamie Moss e William Wheeler sia quella di
giustificare lo strambo aspetto dei protagonisti, ma soprattutto di epurare la
trama del film di Mamoru Oshii da ogni possibile rischio di riflessione,
percarità! Il pubblico deve pensare solo ad ingozzarsi di pop-corn, non
possiamo distrarli con pipponi filosofici sull’umanità.

Quindi, per
replicare i bellissimi titoli di testa dell’anime del 1995, ci viene spiegato
in stampatello l’incidente del Maggiore, oppure si allunga il brodo
illustrandoci le origini degli occhi bionici di Batou (Pilou Asbæk il Ponzio
Pilato del Ben-Hur sbagliato) che
davvero non necessitavano di una presentazione.



Tutto ok dottò dieci decimi, patente rinnovata.

In compenso, il
film procede con l’avanti veloce e con il minimo di enfasi possibile su tutti
i momenti chiave, la scena del netturbino è presente anche qui, ma il dramma
del personaggio e della sua rivelazione sul suo passato sono gettati nel
mucchio. Ma cosa resta ad una storia come questa se gli togli l’anima? Pardon,
chiedo scusa, il Ghost? Un guscio vuoto, realizzato bene quanto volete ma
sempre un guscio vuoto.

Come passare dal costume da Vedova Nera, al costume adamitico.

Privare questa
storia delle riflessioni filosofiche ed etiche, è un po’ come rifare “La notte
dei morti viventi”, senza la critica sociale per non correre il rischio di
offendere qualcuno, ve lo immaginate il capolavoro di George A. Romero senza la
critica sociale? Il protagonista di colore esce dalla casa in pieno mattino, si
stiracchia e dice “Beh, si è stata una nottata tosta, ma tutto bene ciò che
finisce bene…” e se ne va fischiettando “Raindrops Keep Fallin’ on My Head”.

Occhio agli
SPOILER moderati:
In questa
versione ripulita diretta da Rupert Sanders, il finale è l’equivalente del
pezzo più famoso di B. J. Thomas fischiettato, le motivazioni del personaggio
interpretato da uno sprecatissimo Michael Pitt sono riassumibili con un grande
astio verso la Hanka Robotics e per essere sicuri che IL MALE in questo film
non si nasconda nelle zone d’ombra che le riflessioni sull’umanità possono
generare, ha il volto del burocrate cattivo Cutter (Peter Ferdinando) che
attacca gli uomini della sezione 9 e radiocomanda un Blindo-Ragno (d’ora in poi
nei doppiaggi italiani sarà tutto blindato) contro la protagonista, sistemato lui abbiamo anche concluso il
film, i buoni possono darsi una sistemata ai vestiti e far partire l’allegro
fischiettare
Fine degli
SPOILER!
Persino la
colonna sonora mi è sembrata riciclata, ultimamente il reparto sonoro dei film
mi sembra sempre meno ispirato, qui il tema principale nei momenti d’azione è
l’ormai abusato ZAAAAAANNN ZAAAAANNN drammatico che si sente un film su cinque
come le sorprese dell’ovetto Kinder.



“Sospetto che ci sia altro nella vita oltre ad essere bello bello in modo assurdo” (cit.)

Non è semplice
rifare un capolavoro, devi essere un regista d’esperienza e di gran carisma,
non solo uno capace di gestire gli effetti speciali, come Rupert Sanders
aveva già dimostrato di saper fare nel suo “Biancaneve e il cacciatore” (2012).
Visivamente il ragazzo si sbatte tantissimo per cercare di creare un futuro Cyberpunk
senza, però, riuscire a smarcarsi dall’iconografia imposta da “Blade Runner”, ma
ho il sospetto che non avesse nessun intenzione di farlo.

Qui si limita
troppo spesso ad un compitino, uno Shell primo di Ghost progettato e costruito
per ricordare il film originale, quindi se Motoko Kusanagi nel 1995 si lanciava
nel vuoto dal palazzo, qui Rossella Di Giovanni lo fa DUE volte, un po’ come
rifare “Via col vento” e far dire alla protagonista “Domani è un altro giorno”
all’inizio e alla fine del film, per convincere anche gli spettatori con la
bocca piena di pop-corn.



Su questa invece, i pop-corn sono stati sputati dal naso.

Se da una parte
sono contento di vedere Juliette Binoche reggere più di tre minuti sullo
schermo in un grosso blockbuster americano (battuto il precedente record di
“Godzilla”), dall’altra il suo personaggio è schematico da morire.

Tutto questo
parlare di “Lavaggio bianco”, poi, potrebbe distrarre dalla prova di Scarlett “Cambio
colore di capelli ad ogni film” Johansson che è davvero una delle poche cose
azzeccate di tutta la pellicola. 
Anche se sembra
che abbia scippato la parrucca da Aeon Flux alla sue collega Charlize Theron,
Rossella ha il piglio giusto per far funzionare il personaggio e anche il
vissuto artistico azzeccato per il ruolo.

Non sarà orientale ma per me resta sempre guardabile.

Qui sembra una
versione 2.0 della “Lucy” di Luc Besson e se in “Lei” (2013) di Spike Jonze
interpretava la voce sexy di un software, qui ci mette anche l’Hardware con il
corpo e l’aspetto giusto per la parte di una Ginoide.

Sono l’unico che sta pensando ad un video di Bjork?

Menzione speciale
per il mio preferito, il grande “Beat” Takeshi Kitano qui recita come uno che
non c’ha cazzi, per qualche oscura ragione, lo fanno pettinare come Donald
Trump e allora lui risponde: “Va bene, in Takeshi’s Castle tanto ero conciato
pure peggio… Però recito in Giapponese! Cosa che di fatto fa per tutto il
film e appena pensi che il suo ruolo sia lì per giustificare almeno un
vero Giapponese nel cast, lui ti piazza una delle sue scene di ammazzamento, in
cui spara a qualcuno senza mai cambiare faccia, giocandosi la migliore (ma
forse anche unica) frase maschia del film: “Non mandare un coniglio ad
uccidere una volpe”.

“A chi hai detto fottuto Giapponese?” (Cit.)

Grazie Beat sei
un grande! Evidentemente, il suo destino è quello di comparire in film cyberpunk
americani destinati a fare flop di brutto al botteghino, spero solo che, come
accaduto a me con

Johnny Mnemonic, qualcuno vedendo questo film si faccia smuovere
da sana curiosità e corra a scoprire tutta la filmografia di quel Giapponese
con il tick all’occhio, e magari perché no, il film Masamune Shirow, è davvero l’unica speranza che ormai ripongo in
questa operazione senza Ghost.





Visto che siete lanciati, passate anche dal Zinefilo che ne stacca altre due sul film.
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