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G.I.Joe – La nascita dei Cobra (2009): il cobra non è un serpente

1963, Stanley Weston a caccia di un’idea per un nuovo
giocattolo per le strade della sua Manhattan, si lascia ispirare dai film di
guerra visti e viene fuori con uno spunto: quattro pupazzi, come le Barbie ma
per maschietti, ognuno ispirato ad una tipologia di soldato.

Al suo capo, Donald Levine, l’idea piace e al momento di
farla mettere in produzione dalla Hasbro fa una proposta a Weston: 50.000
dollari e l’1% sugli incassi oppure 100.000 fogli verdi con sopra facce di ex
presidenti spirati. Weston agguanta il malloppo più sostanzioso, comprensibile,
ma in prospettiva futura non una gran idea.

La Hasbro grazie alla linea G.I.Joe, battezzata così
strizzando l’occhio ad un film con Robert Mitchum del 1945, non solo è
diventata una delle più grandi case di produzione di giocattoli del pianeta, ma
ha messo in moto una macchina in grado di incassare più di un miliardo di
dollari nel corso dei decenni, tutto grazie ad una strategia vincente, un
concetto necessario a ribattezzare il giocattolo con un nome più tosto, “Action
figure”, due parole che servivano a convincere i bambini a giocare con le
bambole. Armate, in mimetica e una cicatrice sul volto, ma sempre bambolotti di
plastica altri 30 centimetri.

Se non vi ricordate di loro è solo perché gli Aqua non hanno mai dedicato loro una canzone.

G.I.Joe diventa il modello su cui poi è stato creato Big Jim
per i rivali della Mattel, ma la sua corsa è terminata con la crisi energetica del
1973, l’alto costo del petrolio e una sanguinosa guerra in Vietnam, non erano
certo le condizioni ideali per continuare a vendere ai bambini pupazzi da
battaglia. La Hasbro ammaina la bandiera e ordina il rompete le righe ai suoi soldatini.

1981, gli Stati Uniti di Yankeelandia hanno un nuovo
presidente, un tempo attore (nemmeno troppo bravo), tutto quello che è a stelle e strisce piace molto
e alla Hasbro, hanno un piano bellicoso per togliere il primato di vendite alla
Kennel, che con i suoi giocattoli di Star Wars faceva il bello e il cattivo tempo. Una nuova linea di G.I.Joe, questa
volta alti 9.5 centimetri, tutti snodati e pieni di accessori, dei soldati
tutti nuovi, supportati da un fumetto pubblicato in accordo con la Marvel Comics
e da una serie di cartoni animati, da sempre il modo migliore per vendere i
giocattoli. Ma prima di ogni altra cosa, bisogna ottenere l’approvazione di Stephen
Hassenfeld, figlio del fondatore della Hasbro e responsabile dell’azienda di
famiglia. Le migliori menti della Hasbro si impegnarono in una presentazione con
i fiocchi, con tanto di responsabile del progetto con frustino ed elmetto in
stile generale Patton (storia vera), ma Hassenfeld resta gelido, almeno fino a
quando non gli fanno sentire il tema principale del cartone animato. Quando finisce la canzoncina nella sala
riunioni cala il silenzio (e il gelo), Hassenfeld è una Gioconda indecifrabile,
ad un certo punto si alza e dice: «Devo parlare con mio padre» e lascia la
stanza.

Non ce la faccio, troppi ricordi (cit.)

I dirigenti della Hasbro intontiti ci mettono un attimo a
realizzare: «Ma suo padre è morto due anni fa». La mitologia che ci è stata
tramandata racconta di Stephen Hassenfeld, dritto al cimitero, sulla tomba del
padre a dichiarare: «Papà, G.I.Joe è tornato» (storia vera). Per la seconda
volta la Hasbro lega il suo nome ai soldatini snodabili di plastica e il resto
è storia, tra le centinaia di migliaia di bambini cresciuti combattendo guerre
termonucleari globali sul pavimento di casa, metteteci anche il vostro
amichevole Cassidy di quartiere.

Nei commenti potete dirmi quali di questi avevate nella vostra collezione.

Non so quanti ragazzini in uno strambo Paese a forma di
scarpa fossero infognati come me con i G.I.Joe, tra i ragazzi della mia leva
andavano per la maggiore le Tartarughe Ninja che ho sempre adorato, ma dico
sempre che con i G.I.Joe ho consumato tutti i miei istinti guerra fondai. Avevo
una collezione nutrita di personaggi e mezzi e devo a quei pupazzetti una
buona parte del mio immaginario, anche se qualcuno ha fatto peggio di me, come
Larry Hama, lo scrittore celebre per un lungo ciclo di storie sul personaggio
di Wolverine, ricordato per gli anni dedicati ai fumetti Marvel dei G.I.Joe,
contribuendo a creare molti degli eroi e dei cattivi, destinati a diventare
giocattoli per i più piccoli.

Il fumetto nel Guinness dei primati per più personaggi in copertina? “Gi Joe: America’s Elite #25”, Chris Lie ha disegnato 236 personaggi (storia vera)

La popolarità di G.I.Joe negli Stati Uniti non è mai
scemata, la Hasbro ha continuato a produrre giocattoli senza sosta, era
inevitabile quindi che prima o poi, un “franchise” di tale portata arrivasse
anche al cinema. Visto che a breve uscirà il prequel/Spin-off (quante brutte
parole inglesi tutte insieme) dedicato a Snake Eyes (la vedo più nera del suo
costume da ninja…) mi sembra giusto che questa Bara si occupi della saga
cinematografica, anche se voglio giocare a carte scoperte, questo primo film è
una tragedia, lo è stato quando lo vidi per la prima volta nel 2009 e dopo
essermi sottoposto ad una seconda visione in vista di questa mini rassegna,
forse l’espressione tragedia pecca di ottimismo.

Attorno al 2009 i film fantastici ispirati al mondo dei
fumetti non erano più dedicati a quei quattro abitanti delle fumetterie meglio
noti come Nerd. La Marvel si
espandeva a lunghe falcate, Nolan
collezionava consensi, in questa corsa agli armamenti (cinematografici), evidentemente
la Hasbro, in collaborazione con la Spyglass entertainment (e la Universal a
distribuire il prodotto finito) devono essere rimasti con la pagliuzza più
corta in mano, perché di tanti registi in quel momento impegnati con film
tratti da fumetto, loro sono riusciti ad accalappiare solo Stephen Sommers.

Addominali di gomma e vai in spiaggia senza pensieri!

Sulla carta una scelta quasi giusta, per citare un pezzo di
Caparezza, un “campione dei novanta” che aveva spaccato i botteghini con “La
mummia” (1999) e il suo seguito del 2001, due film che ho sempre apprezzato il
giusto e un giorno mi deciderò a rivedere, anche se poi rimando sempre, chissà
perché. Il suo “Van Helsing” (2004) era stato un costoso disastro sotto vari
punti di vista, eppure sulla carta Sommers poteva essere l’uomo giusto per
portare al cinema i G.I.Joe, ma a ben guardare, anche il momento era dei
migliori.

La prova che questo è un film di Sommers? La presenza di un convintissimo Brendan Fraser.

Nel 2009 la saga di Fast & Furious sembrava aver finito
la benzina (o il gasolio, ah-ah!), per rilanciarsi avrebbe avuto bisogno del
cast originale in beh, “Fast & Furious – Solo parti originali” (2009),
quindi esisteva uno spazio sul mercato per infilare una nuova saga fracassona,
tra l’intrattenimento e l’azione, che per altro grazie alla leva della
malinconia, “G.I.Joe” avrebbe potuto ricoprire alla perfezione. Andiamo su! La
distinzione tra buoni e cattivi non potrebbe essere più chiara, da una parte i G.I.Joe e dall’altra un gruppo terrorista chiamato Cobra, infatti non a caso
quelle rare volte in cui un personaggio cambiava schieramento, venivano fuori
gli episodi più drammatici della serie animata e del fumetto.

Però guardate QUESTO, fatto? Bene, il sergente Slaughter che salta giù dal suo Triple T per tirare un cazzottone
in faccia a uno dei Dreadnoks. La sigla del cartone animato era tutto un piano
sequenza d’azione, sarebbe bastato replicarlo quasi identico per portare a casa
il risultato, invece Stephen Sommers cosa fa? Prima si fa affidare un budget
faraonico (150 milioni di fogli verdi con sopra facce di altrettanti ex presidenti
defunti) e lo utilizza per accaparrarsi i servigi di uno come Alan Silvestri, che
firma una delle poche cose riuscite del film, la colonna sonora. Scelta saggia
perché Silvestri è un gancio ideale con il padre putativo di tutta l’operazione
G.I.Joe, ovvero Delta force, peccato
che il resto dei soldi siano stati buttati fuori dalla finestra.

“Chi ha detto che solo i personaggi di Michael Bay possono camminare in parata?”

I tre sceneggiatori (tre dico io, per scrivere ‘sta roba?)
in evidente combutta con Stephen Sommers, fanno una scelta che nel 2009 era già
vecchia e datata, ma non nel senso retrò del termine, nel senso che puzzava già
di riciclaggio becero. Per la prima scena decidono di raccontarci una tortura e
quindi la genesi del cattivo di turno, questa volta nessuno viene chiuso in un
sarcofago e divorato dagli scarrafoni come succedeva in “La Mummia”. Si inizia a
guardare un film che si chiama “G.I.Joe” e come spettatore ti ritrovi nella
Francia del 1641, ad assistere ad una nuova tortura, una brutta coppia della
maschera di ferro che serve fondamentalmente a giustificare il fatto che nel
finale, Christopher Eccleston finirà per indossare la capoccia di metallo di
Destro, che per altro si vede per circa due secondi prima dei titoli di coda. Perché per tutto il film Eccleston recita diciotto metri sopra le righe,
utilizzando un accento che fa sembrare la sua (ottima) prova come Nine in
Doctor Who, quasi una recitazione sottotraccia, minimalista, e parliamo di un
personaggio che aveva come frase simbolo un entusiasta «Fantastic!».

“Improvvisamente aver lasciato Doctor Who non mi sembra più una buona idea Rose”, “Chi è Rose?”, “Una finta bionda come te, non farci caso”

Una volta digerito questo prologo fuori tempo (in tutti i
sensi), “G.I.Joe – La nascita dei Cobra” getta la maschera (ah-ah!) e con la
frase “Tra qualche anno nel futuro”, Stephen Sommers mette in chiaro che il suo
modello per il film è il primo X-Men,
con la sostanziale differenza che nel 2000, Bryan Singer era un regista che
arrivata da thriller seri e premiati, alla ricerca di una credibilità per un
genere da sempre considerato roba per bambini. Sommers non credo sia mai stato
considerato più che per un cinema rivolto ad un pubblico di età superiore ai 13 anni,
di certo non nel 2009, eppure ricalca tutto questo lungo film di origini, sugli
Uomini-Pareggio di Singer. Di là avevamo Anna Paquin, la ragazza con cui il
pubblico poteva immedesimarsi, che scopre un mondo più grande di lei popolato
da mutanti, buoni e cattivi in lotta tra loro, qui invece il ruolo della Anna
Paquin di turno è ricoperto da uno spaesato Channing Tatum, il cui Duke sfoggia
una cicatrice sul volto in omaggio al primo pupazzo action figure di
G.I.Joe e al suo compare, la spalla comica Marlon Wayans che conferma la mia
teoria: tenetevi ben distanti da tutti i film in cui compare un Wayans che non
si chiami Damon.

“Ehi ma tu non sei Damon!” , “Molto appropriato, tu non mi sembri proprio Bruce”

Cioè, secondo voi come spettatore io dovrei scoprire il
mondo dei G.I.Joe e dei Cobra, con gli occhi di Channing Tatum, uno che di
norma funziona solo quando fa la parte del cretino (e qui deve fare quello
serio tutto il tempo) e di Marlon Wayans che per 118 minuti strabuzza gli occhi
(soprattutto quando vede Rachel Nichols, ma quello è più che comprensibile) e
che comunque in questa baracconata risulta il più morigerato di tutto. Ve lo
ripeto, il film è talmente esagerato che persino Marlon Wayans pare suo fratello Damon diretto da Tony Scott.

Il film poi sceglie di giocarsi una serie di G.I.Joe minori,
ad esclusione di Duke e Scarlett, nomi come Heavy Duty oppure Breaker, non
erano certo i favoriti dei bambini, il fatto che poi siano interpretati dal più
improbabile dei cast non aiuta. Adewale Akinnuoye-Agbaje me lo ricordo per quel
pazzo di Adebisi in Oz, mentre qualcuno mi spieghi come ha fatto Saïd Taghmaoui
a passare da “L’odio” (1995) a questo, non dico nella stessa carriera, ma proprio nella
stessa vita.

Questa è la storia di una carriera che precipita… (quasi-cit.)

La Scarlett di Rachel Nichols poi è veramente un ruolo
infame, non solo è l’unica donna del gruppo e in quanto super avvenente,
vittima del broccolamento di Marlon Wayans, ma allo stesso tempo deve essere
anche la più sveglia della stanza perché non vogliamo certo beccarci accuse di
sessismo no? Di fatto è un personaggio che ha solo caratteristiche positive ma
non influisce mai positivamente sull’andamento della storia, l’unico momento in
cui emerge è quando traduce dal Gaelico i comandi dell’aereo pilotato da Ripcord,
perché sì, questo è il film dove un costosissimo aereo da combattimento, viene
impostato con i comandi in Gaelico, come quando sullo smartphone sbagli a
selezionare la lingua e ti ritrovi con i comandi in spagnolo.

Bella, rossa e parla anche Gaelico. Forse ha anche dei difetti, forse.

Per non parlare di tutto quell’inutile e ingarbugliato
tentativo di unire tutti i personaggi tra di loro, con un grado di parentela e
legami affettivi, che in teoria dovrebbero portare pathos una volta spezzato.
Risultato finale? “G.I.Joe – La nascita dei Cobra” è il film con più alto
numero di flashback utilizzati a cazzo di cane (per dirla alla Renè Ferretti)
che io abbia mai visto. Roba per cui un flashback si utilizza per spiegare
tutto, perché quello si chiama Snake Eyes? Flashback con un ragazzino che si
allena da ninja che fa lo “sguardo da serpente” con un primo piano sugli occhi.
Quello è uno sguardo da serpente? Io che sono stato miope per decenni stringevo
gli occhi allo stesso modo, inoltre fuori da questo blog sono uno di poche
parole che ama vestirsi di nero, dovrei farmi chiamare anche io Snake Eyes?

Il Duke di Channing Tatum era fidanzato con Sienna Miller,
ed era grande amico di suo fratello Joseph Gordon-Levitt, poi per effetto del
flashback numero 47 (morto che parla), scopriamo che Giuseppe Gordone-Luigi è
rimasto sfigurato e pazzo e questo spiega perché per tutto il film recita
mascherato e con la voce in stile Darth Vader o Fenner, fate voi. Fino a quel finale ridicolo in
cui indossa un’altra maschera (ancora più brutta) e annuncia al mondo che ora
tutti dovranno chiamarlo Commanderrrrrrrrrrrrrr, pronunciato proprio così,
con abbondanza di “R” alla fine.

Pensate che sfiga se avesse avuto la “R” moscia.

Di fatto Joseph Gordon-Levitt e Sienna Miller sono stati
pagati (profumatamente) per apparire al naturale in una scena flashback, perché
la Miller in particolare, credo che sia l’unica bionda naturale, chiamata a
recitare nei panni di una mora. Si perché il film non ci risparmia nemmeno
questa dicotomia pietosa, bionda e vestita di bianco uguale buona, mora e
vestita di nero uguale cattiva. Se non altro Sienna Miller in versione Morticia
Addams è molto caruccia, anche se sembra più un’indossatrice che una
terrorista, d’altra parte la sua frase più riuscita nel film è «Belle scarpe»,
mentre semina il terrore a Parigi.

Siena Miller mora > Siena Miller bionda (perdonate il giovanilismo)

Stephen Sommers a cui veniva chiesto solo di rispettare la
colorata caciara patriottica del cartone animato, ci toglie ogni punto di
riferimento. Come Singer fa vestire di nero tutti i suoi Joe rendendoli anonimi
personaggi che si chiamano come quelli che un tempo conoscevamo, un ottimo modo
per passare come pialla sull’effetto malinconia. Senza nessun controllo Sommers si fa prendere la mano, almeno Steven E. de Souza per “Street Fighter” (1994) aveva subito pressioni per inserire tanti personaggi (storia vera), ma Sommers invece che scusa ha per questa folla di soldatini usati così male? Per assurdo il pacchiano film con Van Damme era molto più in linea con lo spirito del cartone animato dei G.I.Joe rispetto a questo incidente stradale in CGI.

Non è un caso quindi che gli unici a funzionare davvero, siamo quelli che hanno mantenuto le divise sopra le righe sì, ma identiche alla loro controparte originale. Sommers che ha dimostrato di apprezzare la dicotomia bionda
buona e mora cattiva, qui forse per la stessa ragione mantiene l’idea del ninja
bianco dei Cobra Storm Shadow (Byung-hun Lee) e del ninja nero tra le fila dei
buoni Snake Eyes, il fatto che sia interpretato da Ray Park poi, ricorda
moltissimo una brutta copia di Star Wars,
non è un caso quindi che uno dei due duellanti, muoia cadendo nel vuoto come da
tradizione imposta da George Lucas.

Poco lo so, ma questo scontro ninja lo dedichiamo a Lucius.

Ma dove “G.I.Joe – The Rise of Cobra” fallisce miseramente è
nell’orgia di effetti speciali in CGI non brutti, orribili, erano già vecchi
nel 2009 figuriamoci rivisti oggi. Roba che l’orso polare che muore di freddo
(eh?) fa rimpiangere quelli della pubblicità della Coca Cola e il mega
inseguimento a Parigi, con le super tute che fanno saltare i Joe come
cavallette (o come Tony Stark) sono un pugno in un occhio condito da pessimi
dialoghi. Se non altro, nella versione italiana sono riusciti a raggirare il
verbo “rise” che mette sempre in crisi tutti i titolisti, consideriamoci fortunati, avremmo potuto trovarci di
fronte a qualcosa tipo: “G.I.Joe – Il cobra
si alza”, oppure ancora meglio “G.I.Joe – l’alzabandiera del Cobra”.

Potrei andare avanti due giorni a demolire ogni scelta di
questo disastro che per comodità chiameremo film, per assurdo sono le facce di contorno a funzionare meglio, infatti
Sommers sceglie di affidare il ruolo del presidente degli Stati Uniti a Jonathan
Pryce ma poi lo utilizza pochissimo, forse impegnato a gestire i troppi
personaggi, molti dei quali affidati ai suoi pretoriani: Brendan Fraser che non
può mancare compare tre secondi in un ruolo creato apposta per lui (per non fare
nulla), quello del Sergente Stone. Arnold Vosloo nei panni mutanti di Zartan è
quello che ha capito meglio tutta l’operazione, infatti fischietta (il motivetto
“Perché è un bravo ragazzo”) sperando che tutto finisca in fretta, in attesa di
poter incassare l’assegno e sparire. D’altra parte non si è vergognato a
recitare nei due pessimi seguiti di Darkman,
non avrò certo vergogna di un ruolo così.

“Questo è un colpo basso Cass! Per punizione fischietterò per le prossime due ore”

Il migliore resta Dennis Quaid, che si inventa una gran
imitazione di John Wayne per il ruolo del Generale Hawk, parte accettata solo
per far felice suo figlio, un altro cresciuto giocando con i G.I.Joe (storia
vera). Peccato che tutti questi, chiamiamoli caratteristi di lusso, siano
impiegati poco e male al servizio di un lungo prequel, una storia di origini
inutilmente intricata, dedicata a personaggi che nessuno riconosce, perché
diversi nel tono e nell’aspetto alla loro controparti originali. Un film che
oltre a sbagliare la direzione, sbaglia tutto: la regia è sciatta, il
montaggio rende i combattimenti inguardabili e non permette di vedere un colpo
mandato a segno che sia uno, ma nemmeno per sbaglio.

La macchina Tuck Pendleton, zeeeeeeero difetti (cit.)

Stephen Sommers per un momento avrebbe potuto lanciare la
prossima saga milionaria e caciarona al cinema, colmando lo spazio lasciato
temporaneamente vuoto da Toretto e la sua famiglia, invece ha sbagliato tutto, riuscendo solo nell’impresa di disgustare nuovo potenziale pubblico scontentato allo stesso
tempi i vecchi appassionati dei G.I.Joe, chissà cosa avrebbe pensato il
padre di Stephen Hassenfeld di tutto questo?

A volte i freddi numeri non dicono molto e non servono a
valutare un film, ma in questo caso fatemi snocciolare un dato: 103. Il numero
di auto distrutte da John Landis in The Blues Brothers. Sapete quante ne ha distrutte Sommers? 112 ma posso
dirvelo? Guardando il film nemmeno me ne sono reso conto. Landis dava peso ad
ogni sgommata, ciocco o lamiera contorta, in “G.I.Joe – The Rise of Cobra” è tutto talmente posticcio che nemmeno la soddisfazione di vedere 112 automobili
devastate regala una gioia, per me il film è tutto riassunto qui.

Landis perdonali, sono ragazzi, giocano.

Prossima settimana, parleremo del secondo capitolo, quello
che ha tentato di rimettere un po’ insieme i cocchi di questo pasticcio. In
memoria dei vecchi tempi vi saluto così… Yo Joe! Tu invece Sommers ti meriti
solo pernacchie.

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