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Gioco a due (1999): McTiernan e i remake (Quando tutto funziona)

Sapete qual è il
bello di parlare della filmografia di un regista? La possibilità di recuperare qualche
titolo mancante, come il film che oggi è protagonista della rubrica… John
McTiernan had a gun!


Non avevo mai
visto “Gioco a due”, ma non partivo completamente a bocca asciutta, perché questo
film è il primo remake della carriera di John McTiernan, che durante la lunga e
complicatissima post produzione de Il 13° Guerriero, ha deciso di puntare a qualcosa di forse più facile da dirigere
e, soprattutto, vendere al pubblico. La cosa che mi ha fatto piacere scoprire è
che il nostro Johnny ha sì rifatto un vecchio film, ma lo ha rifatto alla sua
maniera, il che è quello che un filmaker degno di questo nome dovrebbe sempre
fare.
L’originale “Il
caso Thomas Crown” del 1968, con da Steve McQueen e Faye Dunaway, è uno dei
titoli più famosi del regista Norman Jewison, lo stesso regista di quel
capolavorone di Rollerball. McTiernan
è “Rollerball” nella stessa frase? Questo argomento tornerà presto di stretta
attualità da queste parti, ma per ora, è un’altra storia.
Nel film del ’68
il Thomas Crown di Steve McQueen era un playboy milionario intenzionato a
rapinare una grossa banca con cui aveva avuto degli affari, sulle sue piste si
metteva Vicki Anderson, la detective assoldata dalla compagnia assicuratrice interpretata
da Faye Dunaway. Tra i due scoppiava la scintilla e spesso si ricorda il film
anche per la celebre scena della corsa in spiaggia dei due protagonisti a bordo
di una Dune Buggy, che quel gatto senza collare di McQueen pretese di guidare
lui stesso senza controfigura.



“Tranquilla bimba, ho guidato anche sulle strade di San Francisco”.

In originale i
due film hanno lo stesso identico titolo (“The Thomas Crown Affair”) qui da noi
in uno strambo paese a forma di scarpa, hanno pensato bene di intitolarlo “Gioco
a due” e se avete la pazienza di lasciarmi l’icona aperta più vanti vi dico
anche il perché.

La
sceneggiatura è scritta a due, quattro, sei! Sei mani da Alan Trustman, Leslie
Dixon, Kurt Wimmer ed è il classico caso di autore che riesce ad imporre
alcune delle sue idee sul film, mentre allo stesso tempo deve sottostare alle
mode e ai gusti del pubblico, è abbastanza semplice distinguere quali sono
le idee uscite dal sacco di McTiernan e quali quelle portate in scena per accaparrarsi
il pubblico, si riconoscono perché sono tutte le trovate più strettamente
visive, spettacolari e, quindi, cinematografiche.



“Scene di nudo? Non so nulla…” (McTiernan fischietta indifferente).

Ad esempio,
McTiernan torna a lavorare con Pierce Brosnan, l’attore che lui stesso ha
contribuito a lanciare con Nomads e
che, nel frattempo, è diventato una star, basta dire che in questo film, malgrado
il suo Thomas Crown sia ricco ed elegantissimo, non ha mai potuto indossare il
classico taxedo alla James Bond, perché l’attore era già sotto contratto per il
ruolo del celebre agente 007. Per altro, sempre dal film di esordio di
McTiernan, torna anche il compositore Bill Conti.

Ma è proprio
un’idea del nostro Johnny quella di far sparire dalla storie le banche, sostituite
con i musei d’arte, secondo McTiernan il pubblico sarebbe stato più pronto a
fare il tifo per un ricchissimo ladro, che ruba quadri famosi non per soldi, ma
per il gusto della sfida, infatti, guarda caso, le parti migliori del film sono
proprio gli spettacolari furti al Metropolitan Museum di New York.



Dai smettetela di cantare la sigla di Lupin, fate i bravi!

Per
sottolineare quanto il suo Thomas Crown sia un riccone sì, ma amante del
pericolo, McTiernan fa sparire la partita di Polo, considerata quasi un clichè
della vita da ricchi, sostituendola con un’altra scena molto visiva e
spettacolare, ovvero la gara di catamarani e qui Pierce Brosnan dev’essere
stato posseduto dallo spirito di Steve McQueen, visto che ha girato la scena
del ribaltamento del catamarano senza controfigura, il che è sempre un
vantaggio, McTiernan tiene sempre la macchina da presa su di lui, anche nel
momento in cui l’imbarcazione si piega con un angolo che ti fa pensare “Pierce
spero tu ti sia tolto l’orologio perché stai per fare il bagno”.



Potrei sbagliarmi, ma non credo sia il modo giusto di guidare quei cosi.

L’ultimo
debito verso il film originale, McTiernan lo ripaga chiamando Faye Dunaway, qui
impegnata ad interpretare la psichiatra del protagonista, un trucchetto ottimo
sia per omaggiare il film originale, che per permettere al protagonista di
parlare di se stesso e, quindi, di presentarsi allo spettatore.

Pierce Brosnan
è fatto dal sarto per la parte, lo stile che gli ha permesso di diventare il
quinto James Bond della storia, al suo fianco, Rene Russo una che, ridendo e
scherzando, ha fatto un sacco di film “di genere” anche se il più delle volte me
la ricordo solo per il suo ruolo nella saga di “Arma Letale”, qui interpreta lo
stesso ruolo della sua controparte nel film del 1968, anche se il personaggio
ha un altro nome, Catherine Banning.



“Si percepisce il messaggio dell’artista in quest’opera” , “Quello è l’estintore”.

Il film inizia
subito forte con il furto del celebre “San Giorgio Maggiore al crepuscolo” di Claude
Monet, McTiernan prima ci distrae con un gruppo di ladri, che s’intrufolano
nel museo notte tempo, sfruttando una statua a forma di cavallo, siete liberi
di gridare fortissimo “Cavallo di Troia!” non è una parolaccia, ci fareste
anche una bella figura per una volta.

Dopodiché,
grazie ad un’ottima gestione di ritmo e montaggio, ci mostra il vero furto che
darà il via alle indagini e alla immancabile svolta amorosa della storia. Le
indagini sono proprio il “Gioco a due” tra i protagonisti, così posso chiudere
l’icona lasciata aperta lassù, una partita a scacchi a distanza che sembra la
versione con attori degli scontri tra Lupin e Fujiko, solo molto più
seriosi, anche qui è possibile riconoscere lo zampino di McTiernan, il trucco
delle telecamere termiche, che diventano inutilizzabili aumentando la
temperatura del museo, è qualcosa che Johnny ha provato in prima persona sul
set di Predator.

“Guarda che lei sopra non credo si faccia proprio così”.

Il film di
McTiernan più vicino a “Gioco a due” che verrebbe istintivamente da citare è Mato Grosso, con un’unica differenza,
ovvero la parola con tre “S”. Sì, perché, c’è comunque il pubblico da
accontentare, il film va anche venduto al botteghino e forse vi ricorderete
anche voi, che dopo il successo di “Basic Instinct” di Paul Verhoeven nel 1992,
è stata una corsa agli armamenti, ad Hollywood di quel film hanno capito solo
una cosa: attori famosi poco vestiti che trombano uguale SOLDONI!



“Gioco a due”
rientra in questa categoria, inizia fortissimo con un furto acrobatico diretto
alla grande, t’intrattiene con lo scontro a distanza tra ladro e poliziotta e
quando inizia la parte romantica vera, subentra anche la noia, rotta soltanto
dalla scena di sesso che probabilmente sarà stata quella su cui il reparto
marketing avrà puntato tutto.

Solito discorso, espressione verticale di un desiderio orizzontale.

I due
protagonisti prima ballano (Verticalmente), per poi passare a ballare
(orizzontalmente) a casa di lui, quindi sì, esattamente come succedeva in “Basic
Instinct”, se siete interessati a questo tipo di cose, qui c’è la prima scena
di nudo di Rene Russo (o di una sua popputa “Body Double”, in cui “Double” è la
parola chiave), in compenso, un attimo dopo tocca lo stesso trattamento alle
chiappe di Brosnan (o del suo “Culista” sostituto), se siete appassionati di nudi
famosi nei film ora lo sapete, per quanto mi riguarda tutta la parte centrale
di “Gioco a due” è anche quella più canonica e, quindi, noiosa.

Il viaggetto
in Brasile dei protagonisti fa lievemente calare la palpebra, l’unica cosa che
posso dirvi per tenervi svegli e che la Shelby Mustang guidata da Pierce
Brosnan in questa scena, era stata pensata per essere la macchina di Jack
Slater in Last Action Hero e
arrivava direttamente dal garage privato di McTiernan, così dopo gli
appassionati di scene di nudo, faccio contento anche chi ama i motori, poi
ditemi che non vi penso!



Facciamo a chi si butta per primo, come Jack Slater (cit.)

Il film si
riprende nettamente nel finale, dove finalmente John McTiernan può tornare a
dirigere una scena articolata al museo, che rende omaggio al celebre quadro di René
Magritte “Il figlio dell’uomo” quello con l’uomo con la bombetta e la mela, non
potete non conoscerlo, il tutto sulle note di “Sinnerman” cantata da Nina
Simone, che vi resterà in testa almeno fino ai titoli di coda.

Sono contento
di aver recuperato “Gioco a due”, certo se il film fosse stato interamente
composto da scene di furti mi sarei divertito di più, però mi ha fatto bene
rivederlo oggi, è la prova che volendo dei remake creativi, in equilibrio tra
coerenza autoriale ed esigenze monetarie si possono fare, se tutti remano nella
stessa direzione, oppure possono diventare dei clamorosi disastri, ma di questo
secondo scenario apocalittico, parliamo tra sette giorni.
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