Home » Recensioni » Gli intoccabili (1987): cosa sei disposto a fare? (per realizzare un capolavoro)

Gli intoccabili (1987): cosa sei disposto a fare? (per realizzare un capolavoro)

Stringetevi il nodo alla cravatta, mettetevi il Fedora in testa e state pronti, oggi facciamo un viaggetto a Chicago per il nuovo capitolo della rubrica… Life of Brian!

Dopo il flop al botteghino di Cadaveri e compari, De Palma aveva bisogno di una vittoria, perché anche in questo il nostro Brian da Newark aveva fatto sua la lezione di Alfred Hitchcock, l’arte è bella, ma se i tuoi film non incassano, sarai un artistico regista disoccupato, quindi da questo punto in poi, la filmografia di De Palma sarà un alternarsi di titoli personali molto sentiti e grandi film, scelti anche per garantirsi un successo sicuro al botteghino, direi che con il primo di questi lavori, chiamiamoli su commissione (con i dovuti distinguo del caso), in linea di massima ci è andata benino.

La Paramount Pictures era molto interessata a portare sul grande schermo l’autobiografia dell’agente federale Eliot Ness, già adattata in precedenza nella serie televisiva “Gli intoccabili” (1959-1963) con Robert Stack. Provate ad indovinare a chi non piaceva per niente quella serie? Dopo un po’ di capitoli di questa rubrica dovreste ormai conoscere il regale sdegno Depalmiano che, però, era molto interessato al film anche perché, parliamoci chiaro, la sceneggiatura era a prova di bomba, un gioiellino firmato da David Mamet fresco di premio Pulitzer.

«Brian non vorrai far girare una scena sotto la doccia anche a me, vero?»

Da Palma aveva già affrontato il genere Gangster, ora Scarface è considerato per quello che è, un capolavoro e un vero culto, ma per certi versi è stata la scelta del regista del New Jersey di dirigere un altro film di Gangster (questa volta tutto dalla parte dei buoni) a legittimare anche “Scarface” all’interno della sua filmografia. Provando a guardare un po’ più in là del nostro naso, dei tre grandi film a tematica criminale diretti da De Palma, il migliore e il più personale resta il terzo (a breve su queste Bare), ma se devo riportare una mia sensazione che è qualcosa di più di un prurito alla base del collo, sono abbastanza certo che “Gli intoccabili” non sia solo il più amato della trilogia, ma sia proprio uno dei film più amati di De Palma in generale presso il pubblico generalista, ma non solo.

A costo di ripetermi: zero occhio per le inquadrature questo De Palma eh?

Penso che per trovare un caso analogo io debba scomodare il solito John Carpenter, il suo Grosso guaio a Chinatown è allo stesso tempo un’anomalia, ma anche perfettamente parte della filmografia di cui fa parte, dal pubblico è amatissimo pur non essendo il più rappresentativo dei film del suo regista. Tutti argomenti applicabili anche a “The Untouchables”, con la differenza che De Palma con questo film ha incassato palate di fogli verdi con sopra facce di ex presidenti defunti (oltre cento milioni, al netto di una spesa di venticinque), concedendo al regista la possibilità di alternarsi, dirigendo progetti più personali.

Noi siamo gli intoccabili e voi ci avete rotto, voi vi chiamate grandi, ma vi pisciate sotto (cit.)

Brian De Palma non si è mai preso i meriti della sceneggiatura, intervistato dal New York Times il 6 luglio del 1987 ha dichiarato: «Essere al servizio della visione di un altro è esercizio di grande disciplina per un regista». Come sempre un vero signore nei modi, perché in linea di massima De Palma avrebbe messo più di qualcosa del suo cinema in “Gli intoccabili”, ma prima bisognava iniziare a girarlo, mettere insieme il cast non è stato così semplice.

Giacche, cravatte, Fedora e fucili, lo stile di Chicago prima di tutto.

La Paramount aveva puntato molto su questo film, infatti non ha badato a spese, De Palma alla regia, Mamet alla sceneggiatura, la colonna sonora composta dal Maestro Ennio Morricone e i costumi di Giorgio Armani che, per altro, spingeva per avere come protagonista colui che aveva definito “la sua musa maschile”, un attore che aveva già vestito di tutto punto in “Miami Vice”, purtroppo Don Johnson era impegnato con le riprese della quinta stagione e dovette rinunciare al ruolo di Eliot Ness (storia vera).

In cerca di qualcuno spendibile nella parte sono stati vagliati tutti, da Sean Penn a Mel Gibson passando per William Hurt ed Harrison Ford, fino ad arrivare ad un giovanotto di belle speranze come Kevin Costner che arrivava dalla buona tripletta del 1985 composta da “Fandango”, “Silverado” e “Il vincitore”, ma proprio grazie alla sua prova e al successo del film di De Palma, lo avrebbe lanciato nel Valhalla, perché di lì a poco Costner sarebbe diventato IL DIVO degli anni ’90.

«Sono io, sono il futuro divo, ho anche il certificato, su le mani ad applaudirmi»

Se per Andy Garcia e Sir Sean Connery non ci sono state grosse difficoltà a convincerli a calarsi nei rispettivi ruoli (lo scozzese in particolare, forte della sua esperienza in tante produzioni, aveva sempre a portata di mano la sacca da golf per riempire i tempi morti con una sortita lampo sui prati, storia vera), molto più complicato è stato assegnare il ruolo di Al Capone. Dopo aver diretto una versione aggiornata agli anni ’80 del noto criminale, ovvero Tony Montana, questa volta De Palma puntava al bersaglio grosso, proprio per questo Bob Hoskins non andava bene, secondo il regista dava a tutta l’operazione un’aria da teatro inglese, ci voleva un grande gangster americano, anzi italo-americano, quindi Hoskins ha incassato un notevole assegno come buona uscita e De Palma ha fatto valere le sue conoscenze.

«Ti sei fatto i soldi dal nostro ultimo film eh Brian?», «Senti chi parla mister pezzo grosso»

Era stato proprio lui a dirigere Robert De Niro all’inizio della sua carriera, solo che ora l’attore era una celebrità, proprio per questo si è preso il suo bel tempo prima di accettare il ruolo, pare che la risposta al telefono di De Niro alla Paramount sia stata: «Sarà costoso», lo è stato, ma ne è anche valsa la pena.

«Sei solo chiacchiere e libretto degli assegni»

Ingrassato per la parte, De Niro che di ruoli in cui faceva paura per davvero è sempre stato maestro, qui penso raggiunga un apice della sua capacità di fare paura con un ruolo. Talmente calato nel ruolo da indossare sotto gli abiti di scena biancheria di seta, proprio come faceva Capone, nemmeno saperlo in morbidissime mutande scalfisce la sua prova spaventosa, in più di un senso di questa parola, tutta recitata due o tre metri sopra le righe, urlando frasi diventate di culto (come la mitica «Sei solo chiacchiere e distintivo!» che ho usato tante volte nella vita reale, storia vera), il suo personaggio è IL MALE allo stato puro, diabolico anche quando parla del suo sport preferito, il baseball (segni di continuità) e poi usa la mazza per farsi rispettare dai suoi uomini.

«Vogliamo giocare a baseball!?» (cit.)

Inutile girarci troppo attorno: ogni elemento, riga di dialogo, prova degli attori o sequenza di questo film è diventata leggendaria e parte della cultura popolare, De palma ha saputo mediare tra le esigenze commerciali e la coerenza interna del suo cinema, regalando al mondo un classico, anzi, un Classido!

“Gli intoccabili” è un trionfo di costumi impeccabili, Fedora e Mitra Thompson a buttare, come se non ci fosse un domani, una perfetta ricostruzione della Chicago degli anni ’30 in pieno proibizionismo, con cattivi cattivissimi da una parte e buoni buonissimi (ma disposti a sporcarsi le mani) dall’altra, un film talmente dritto che sembra un manuale di ottimo cinema. La sceneggiatura di Mamet è un Rolex perfettamente calibrato, gli attori sono tutti carichi a pallettoni e De Palma gestisce tutto con uno stile e soprattutto un ritmo invidiabili, i primi quarantacinque minuti del film filano via come se “The Untouchables” fosse iniziato da soli cinque minuti ed è tutto così per le sue due ore piene di durata, suddivise tra una scena madre e l’altra.

Molti, in cerca del pelo nell’uomo negli anni, hanno criticato la prova di Kevin Costner che secondo me è perfetta, non solo perché proprio come Eliot Ness si affida agli altri membri della sua squadra, ma anche perché è il contraltare perfetto di un De Niro sopra le righe e mefistofelico, uno talmente cattivo che come sgherro ha uno dei più iconici bastardi mai visti al cinema. Billy Drago ha fatto brutto in un sacco di film, ma il suo Frank Nitti è il personaggio con cui ancora oggi tutti ricordano il suo volto, senza per forza ricordare il nome dell’attore.

Facce (da bastardo) che appartengono al cinema, quel gran mito di Billy Drago.

Il rischio con un Classido di tale portata, sta nel trasformare il post in una descrizione di tutte (e sono proprio tante!) le scene mitiche che lo compongono, l’arruolamento degli uomini scelti di Ness dà valore alla selezione degli attori, il colletto bianco Oscar Wallace, più avvezzo alla burocrazia che all’azione è allo stesso tempo spalla comica e cuore pulsante degli Intoccabili, Charles Martin Smith che lo interpreta lo avete visto in tutti i film, ma è probabilmente questo quello per cui ancora oggi lo ricordate.

L’attore di cui conoscete la faccia ma non il nome.

Quel tamarro di Andy García è la recluta dalla mira infallibile e dal nome italiano “americanizzato” in George Stone, prova generosissima anche nel lasciare spazio ai nomi più grossi in cartellone come, ad esempio, a quello di Sir Sean Connery che nei panni del poliziotto veterano Jimmy Malone buca lo schermo a ripetizione ogni volta che entra in scena, una prova tanto leggendaria da essere premiata con l’unico Oscar della carriera del grande Sean, doveroso visto che questo film letteralmente se lo mangia anche quando esce di scena.

L’attore di cui conoscete tutto, anche quando divide la scena con il mitico Mitra Thompson.

Quello che trovo buffo ancora oggi, quando mi capita di leggere qualche parere su “Gli intoccabili” sta nel fatto che chi lo apprezza finisce per darlo per scontato. Un film tanto bello che puoi riguardarlo anche cento volte godendotelo ogni volta, mentre chi lo critica, il più delle volte si accanisce sul fatto che sia poco Depalmiano, un lavoro su commissione di cui sembra quasi che il regista dovrebbe vergognarsi per aver svenduto la sua arte.

Arte che, invece, è presentissima nel film, i detrattori di solito a questo film riconoscono solo due guizzi registici, il momento Western, dichiaratamente ispirato a John Ford da parte di un De Palma che non si è mai nascosto dietro ad un dito. Mi riferisco alla scena canadese, con i nostri quattro eroi che per essere ragazzi di città, cavalcano tutti come eroi di un Western, in cui Oscar Wallace riesce ad essere nella stessa sequenza spalla comica, ma anche il secondo personaggio (dopo Jimmy Malone) con cui per il pubblico è automatico identificarsi. Certo, poi avere la colonna sonora del Maestro Ennio Morricone aiuta a calarsi in quella dimensione Western, eh?

«Credi che potremmo chiedere al Maestro di avere anche un fischio?», «Abbiamo detto Western non Spaghetti-Western»

Qui bisogna aggiungere qualche dettaglio, De Palma da regista molto visivo, al suo fidato compositore Pino Donaggio mostrava parti di girato e poi lo lasciava tornare in Italia a produrre la colonna sonora. Con Morricone ha dovuto lavorare diversamente, il Maestro voleva sempre che il regista gli raccontasse il film senza vedere nemmeno un fotogramma, nel bellissimo documentario “Ennio” (2021) di Giuseppe Tornatore il Maestro la racconta alla perfezione: «Brian per l’ultimo pezzo da consegnare, quello del trionfo della polizia, io da Roma ti mando un po’ di brani, nove per l’esattezza, scegli quello che ti pare, ma non il numero sei, perché tra tutti è quello che mi piace di meno, ok?». Secondo voi quale brano ha scelto De Palma? Proprio il numero sei che, per inciso, era il monumentale e ultra iconico Victorious (storia vera). Ed ora io ve lo devo chiedere: se questo pezzo incredibile che ti avvolge in un cappotto di pelle d’oca ad ogni ascolto era il peggiore secondo Morricone, gli altri otto scartati che razza di meraviglia dovevano essere?

Il momento chiave, quello della domanda tormentone di Malone.

Gli unici momenti alla De Palma che i detrattori (un po’ snob a mio modesto avviso) del film riconoscono, sono l’improvvisazione con pistola in bocca al cadavere di Malone («Non posso approvare i vostri metodi», «Perché lei non è di Chicago») e ovviamente la scena della scalinata finale, su cui torneremo più avanti. A me sembra molto strano che due dei momenti migliori del film vengano sempre spazzati così frettolosamente sotto il tappeto, per altro due momenti che sono puro De Palma.

Il primo è quello che interrompe la “striscia positiva” di successi di Ness, quando lui e la sua banda viene colpita dritta al cuore, dove non arrivano i tentativi di corruzione e le minacce alla famiglia, arriva l’omicidio di uno degli Intoccabili che dove avviene? In uno di quei luoghi claustrofobici in cui De Palma ama sempre mettere nei guai i suoi protagonisti, ovvero l’ascensore. Tra tutte le grandi scene in ascensore (e lo stesso De Palma non si è mai tirato indietro in questa specialità) quella di “The Untouchables” è una stilettata al cuore, per ritmo e costruzione della suspense certo, ma anche per il modo in cui tira dentro anche noi spettatori alla guerra di Ness, quella scritta insanguinata “Touchables” urla vendetta e da maestro della tensione quale è, De Palma più avanti ci mette il carico pesante.

Con De Palma in zona, meglio prendete le scale…

Ci sono tanti momenti e frasi di culto uscite da questo film, ma la prima che mi viene in mente ogni volta che penso a “Gli intoccabili” è Jimmy Malone che ripete più volte nel corso delle due ore, «Che cosa sei disposto a fare?» che diventa il mantra di Ness, ma anche del suo regista che pur di dirigere un film di successo era il più motivato di tutti, tanto da sfornare un capolavoro che alla faccia dei criticoni snobbini è Depalmiano al 100%. Decidere di uccidere uno dei personaggi chiave a film inoltrato è una tecnica che Brian da Newark conosce molto bene, la morte di Jimmy Malone è una scena incredibile, inizia con un momento di figoseria da parte di Sir Sean Connery quando parla di presentarsi ad una sparatoria con un coltello, ti fa tirare il fiato sperando che sia tutto finito per il meglio e poi ti lascia steso a terra a colpi di Mitra Thompson. Il colpo di grazia è mostrare Capone all’opera, mentre Malone idealmente muore sulle note di “Ridi pagliaccio” anzi no, il colpo al cuore definitivo è proprio l’ultima frase ringhiata da Malone a Ness, la sua «Che cosa sei disposto a fare?» che ti fa venire voglia di infilarti il Fedora e andare anche tu a prendere quel cazzo di contabile alla stazione a mezzanotte.

Le lezioni di vita, direttamente dalla Scozia. Grazie Sean, sarai sempre il benvenuto su questa Bara Volante!

Per inciso, Connery ha odiato, ma letteralmente odiato girare quella scena, è finito in ospedale per via della polvere del fumo finto delle armi finita negli occhi e De Palma, comunque, dopo gli ha chiesto di girarla ancora, stupendosi del fatto che nessuno avesse mai “sparato” a Sean Connery, ma d’altra parte a 007 non era mai successo prima, no?

… Ripensandoci, con De Palma in zona, neanche le scale sono sicure!

Quindi, tavola apparecchiata per il gran finale, la scena che persino i due detrattori snob di questo Classido considerano ben fatta (vincendo così il premio G.A.C.: Grazie Al Cazzo) ovvero quella della scalinata. De Palma non si sarà mai preso i meriti della sceneggiatura di ferro di Mamet, ma lo scrittore a quel punto era già passato ad altro e si rifiutava di scrivere anche una sola riga per “The Untouchables”, anche se tutti (compreso De Palma sul set), pensavano ci volesse qualcosa di più forte per quella scena. Me lo immagino così il nostro Brian, con in testa la frase “Che cosa sei disposto a fare?», che si tira su le mani e inventa di sana pianta la scena della scalinata, dove ormai per la tensione non ci si avvale più nemmeno della famigerata “Grammatica Hitchcockiana” si passa direttamente a colui che ha reinventato il montaggio nel film, pescando a piene mani direttamente da “La corazzata Potëmkin” (1925) di Ėjzenštejn, per una scena che vorrei poter arrotolare e sbattere sul muso di tutti quelli a cui urge di citare Fantozzi. Il risultato è una meraviglia per montaggio e controllo dello spazio, con quello scambio «Ce l’hai?», «Sì, ce l’ho» che è il trionfo finale, figlio delle precedenti scene madri sulle scalinate di De Palma e anticipatore di quelle future, su altro tipo di scale (mobili).

Forza, so che volete dirlo, quindi tutti insieme: l’occhio della madre!

Sempre in virtù di un ritmo che fa sembrare la durata del film la metà di quella effettiva, la risposta emotiva ai cattivi del film, dev’essere restituito pan per focaccia, lo scontro prima verbale e poi molto fisico tra Ness e Nitti («Era un urlo che somigliava a questo?!») conclude il film al meglio e lancia Billy Drago dritto nell’immaginario collettivo, oltre che attraverso il tettuccio di un’auto («Dov’è Nitti?», «Nella macchina») perché il cinema ci ha insegnato che i cattivi devono morire urlando e possibilmente, cadendo giù da un palazzo.

«Ma Hans Gruber morirà a Natale dell’anno prossimo!», «Allora facciamo che tu sei il suo trailer!»

Pensare che, malgrado tutta questa meraviglia diretta da De Palma, la Paramount con il culo strettissimo, temeva che il film non fosse abbastanza, infatti anticiparono l’uscita di due giorni (3 giugno del 1987) per provare a battere sul tempo il film che secondo loro li avrebbe fatti a pezzi al botteghino, tenetevi forte, perché il titolo che terrorizzava i vertici della Paramount era… Bigfoot e i suoi amici (storia vera). Che è una bomba assoluta, ma ancora molto ironico visto che il protagonista di quel film (oltre al Bigfoot Harry) è il mitico John Lithgow, praticamente un derby giocato in famiglia per De Palma.

Malgrado i timori della Paramount, “Gli intoccabili” è diventato il più grosso successo al botteghino della carriera di De Palma, ha permesso a Sean Connery di portarsi a casa un Oscar e in generale è diventato un classico del cinema. Mica male per un filmetto su commissione, no?

«Non sei neanche a metà della rubrica Cassidy, non hai fatto ancora niente, sei solo chiacchiere e bare volanti!»

La prossima settimana, invece, inizieremo l’alternanza tra titoli su commissione e opere più personali che detteranno il passo di questa rubrica, con un nuovo cambio di pelle per De Palma, questa volta è guerra (cit.), di quella peggiore in assoluto per altro, non mancate!

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

    Film del Giorno

    Giochi stellari (1984): congratulazioni Starfighter!

    In un’epoca lontana ma non dimenticata, gli anni ’80, il vostro amichevole Cassidy di quartiere al tempo bambino, passava il suo discreto quantitativo di tempo libero, appeso ai cabinati del [...]
    Vai al Migliore del Giorno
    Categorie
    Recensioni Film Horror I Classidy Monografie Recensioni di Serie Recensioni di Fumetti Recensioni di Libri
    Chi Scrive sulla Bara?
    @2024 La Bara Volante

    Creato con orrore 💀 da contentI Marketing