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Gli spietati (1992): colui che non può (e non vuole) essere perdonato

Abbiamo un lavoro da portare a termine, ovvero la trilogia Western targata 2022 della Bara Volante con l’ultimo capitolo, l’ultimo compleanno d’autore non poteva che essere per Clint Eastwood.

Il genere Western, periodicamente dato per morto come il Rock ‘n’ Roll più che altro dai detrattori, negli anni ’90 è risaltato in sella alla grande, ci sono stati svariati grandi autori che in quel decennio si sono cimentati con il più americano di tutti i generi cinematografici, anche se la vera svolta è facilmente identificabile nel successo di Balla coi lupi, seguito a ruota da quello di “L’ultimo dei Mohicani” a quel punto un vecchio pistolero come Clint non poteva restare con le mani in mano.

In realtà l’ex sindaco di Carmel-by-the-Sea aveva già messo gli occhi sulla sceneggiatura firmata da David Webb Peoples più o meno dagli anni ’80, ben prima di dirigere “Il cavaliere pallido” (1985), per molti anni l’ultima sortita di Eastwood sotto un cappello a tesa larga. La storia di suo è una variante ancora più rugginosa del classico “La pistola sepolta” (1956), fu solo alla scadere dell’opzione detenuta in precedenza da Francis Ford Coppola nel 1992, che Clint poté mettere le mani sul copione e a quel punto, le rughe sul suo viso già iconico, lo rendevano perfetto per stare da entrambi i lati della macchina da presa.

Clint prende la mira con un altro genere di arma, in formato Panavision.

La prima modifica sostanziale fu il titolo del film, si passò da “The cut whore killings” (ve lo vedete Eastwood a dirigere una roba con una parolaccia sessista in locandina? Ma va!) fino a “The William Munny killings”, per fortuna lo stesso Eastwood, forse con in testa “Gli inesorabili” (1960) di John Huston (in originale “The Unforgiven”), fece sparire l’articolo e mandò a segno un titolo molto evocativo, purtroppo storpiato dall’adattamento nostrano, comprendo che non fosse semplice tradurre colui che non è stato perdonato in una sola micidiale parola, ma “Gli spietati” diluisce il senso del dramma in favore di qualcosa di più (cry) macho. Perdonatemi non ho resistito.

«Dopo questa freddura, forse ammazzo anche Cassidy»

Clint con la sua seconda espressione (quella con il cappello) attira sempre l’attenzione della stampa, infatti il film alla sua uscita venne frettolosamente etichettato come l’ultimo grande Western Americano, cosa che può rappresentare per prestigio ma non sicuramente per intenti e contenuto, anche perché restando all’interno della cerchia dei Western diretti da Eastwood, il percorso è stato piuttosto netto.

“Lo straniero senza nome” (1973), con il suo finale quasi metafisico – piallato dal nostrano doppiaggio – era un modo per andare oltre lo Spaghetti Western che aveva lanciato Clint, “Il texano dagli occhi di ghiaccio” (1976) riusciva ad elaborare a suo modo l’epica per poi archiviarla con “Il cavaliere pallido” (1985) e per certi versi anche con “Bronco Billy” (1980), tacciato ingiustamente di essere super patriottico quando semmai, era proprio il contrario.

Ho visto film iniziare appena peggio di così.

“Unforgiven” si gioca una vistosa dedica a Sergio e Don, i Maestri dell’ultimo Maestro del cinema classico americano, che in questo film non solo chiude idealmente un lungo capitolo della sua carriera, tutto passato sfoggiando l’espressione numero due (quella con il cappello), ma lo fà alla sua maniera, sfoggiando un nichilismo radicale mai espresso prima da Eastwood, altro che “Western crepuscolare”, etichetta che non manca mai quando si parla di questa tipologia di film, qui ogni elemento della storia e della mitologia della frontiera, viene spogliata della sua gloria e del suo presunto eroismo e calato in una realtà rugginosa, in cui i peccati del passato andranno scontati per tutti, senza perdono, “Unforgiven” appunto e se ci pensate, questo è un tema caro alla filmografia del regista di San Francisco.

Proprio per essere stato tra i film che hanno guidato la carica del grande ritorno del cinema Western negli anni ’90, per quel suo modo di imporsi, nella cultura popolare ma anche tra i punti più alti della filmografia di Eastwood, “Gli spietati” si merita un posto tra i Classidy!

L’unico momento speranzoso del film è l’inizio, l’alba fotografata alla grande da Jack N. Green che però mette subito in chiaro che qui l’aria che tira è diversa, William Munny (il grande Clint), cresce i suoi figli e alleva maiali febbricitanti nella sua fattoria nel Montana, che tra fango e fatica è tutto tranne che un “Buen retiro”, l’amata moglie di Munny, quella che lo ha salvato dal suo passato da assassino dedito alla bottiglia e alla violenza non c’è più, ma sono gli echi della sua vecchia fama ad attirare alla fattoria Schofield Kid (Jaimz Woolvett), giovane pistolero in cerca di gloria che vuole coinvolgere Munny in una nuova impresa, ovvero vendicare lo sfregio subìto da una prostituta per mano di un paio di pendagli da forca, niente di particolarmente prestigioso, questo dovrebbe essere chiaro a tutti.

«Chi è papà?», «Il passato, è venuto a cercarmi»

Munny a cui qualche soldo farebbe molto comodo, accetta cercando di cavalcare i resti di quella sua pessima fama, ma si porta dietro il compare di un tempo, Ned Logan (Morgan Freeman) e qui Eastwood è bravissimo a mettere in chiaro che non si tratta di un gradito ritorno ai vecchi tempi, le selle sono scomode, il cavallo fa pagare a Munny i tempi in cui maltrattava gli animali e anche l’abilità con la pistola, non è più quella di un tempo, alla faccia della mira infallibile dello straniero senza nome o dell’ispettore Callaghan, qui Munny agguanta un ben più sicuro fucile per essere certo di centrare i bersagli più piccoli. A pallettoni.

«Senti un po’ avevo in mente questa storia, dove tu interpreti Nelson Mandela, come ti suona?»

Il bello di un film come “Gli spietati” sta anche nella sua assenza di assoluti, dimenticatevi il bianco e il nero, ogni personaggio del film è una sfumatura di grigio, se i “buoni” sono un ragazzino miope e due vecchi rottami con un passato da criminali, i “cattivi” spaziano da due sfregiatori di prostitute fino ad arrivare allo sceriffo, figura classica del genere Western che qui viene smontata con il cacciavite, ma affidata ad un altro gigante come Gene Hackman.

Lo sceriffo Gene è in città, dormite pure preoccupati.

Il suo Little Bill Daggett nella vita privata lavora per realizzare un sogno per certi versi molto americano, costruire di suo pugno la casa in cui andrà a vivere, malgrado un certo rozzo senso dell’umorismo, il personaggio è anche un violento, che protetto dalla stella sul petto fa il bello e il cattivo tempo in città, la prova del buon vecchio Eugenio è magnifica, inutile girarci attorno il suo personaggio è una nemesi perfetta per smontare tutta l’iconografia del genere Western, spogliandola del suo mito.

Basta vedere come Dagget si pulisce gli stivali con il vanesio English Bob (Richard Harris, altro giro, altro grande attore e icona dei Western prestato alla storia), un personaggio che per certi versi mi ricorda sempre Bad Bob l’albino in un altro film tendente al crepuscolare, che spogliava il West del suo mito come L’uomo dai 7 capestri. Per certi versi il personaggio di Richard Harris rappresenta tutti quei pistoleri fulminei che il cinema ha per decenni rappresentato come scintillanti eroi che qui vengono trascinati nel fango e smascherati dallo sceriffo di Gene Hackman, uno che incarna alla perfezione quello che la frontiera era per davvero: violenta, polverosa, con gli stivali infangati e soprattutto con ben poca gloria.

«English Bob eh? Sempre meglio di quando mi chiamavano cavallo»

In questo senso il personaggio del biografo a caccia di nomi da rendere leggendari nei suoi “Dime novel”, ovvero W. W. Beauchamp (Saul Rubinek) è la definitiva pietra tombale calata da “Unforgiven” sulla fossa in cui è sepolto il mito del West, qui rappresentato con maggior realismo come un posto dove i pistoleri, il più delle volte sempre ubriachi, sparano alle spalle e più che per grandi ideali, si ammazzano per bassi istinti o soldi. Se un tempo la menzogna veniva usata per alimentare la leggenda, Eastwood qui fa il contrario di quello che faceva John Ford in L’uomo che uccise Liberty Valance, svela la menzogna per far crollare il mito, eppure ottiene lo stesso risultato, un altro grande film che parla della fine della frontiera.

I momenti anti eroici sono tanti, come la dolente sparatoria con i ricercati, faceva un certo effetto nel 1992 – ma trent’anni dopo non la sensazione non è affatto cambiata – vedere un personaggio interpretato da Eastwood che invece di riportare la giustizia a mano armata, qui urlare ai suoi nemici «E dategli un po’ d’acqua porca puttana!», mentre uno di loro agonizza per un colpo semi mancato ma dai dolorosissimi effetti, alla faccia di quando un tempo, avrebbe seccato il cattivone, BANG! In mezzo agli occhi.

«Di un po’, sei sicuro di essere del mestiere?», «Zitto, ho Cassidy sotto tiro»

Ma anche l’aspetto generale di “Gli spietati” contribuisce a decostruire il mito dei film Western, la palette cromatica tende al marrone, alla ruggine, ci sono scene assolate ma vengono oscurate da quelle dove la pioggia scroscia («Sei sempre convinto che sarà facile ammazzare quei due?», «Se non affoghiamo prima») come se fossimo in un noir, non vorrei scomodare “Taxi Driver” (1976) ma l’associazione mi viene naturale. L’eroismo non sta da nessuna parte, non ha proprio cittadinanza in “Unforgiven” e Will Munny è il perfetto personaggio Eastwoodiano, quello che sarebbe diventato canonico nella seconda metà della carriera dell’autore, perché parliamoci chiaro, ancora oggi, a trent’anni dall’uscita di questo film, molti non saprebbero fare un titolo dei tanti diretti da Eastwood in precedenza, perdonatemi oppure no (per restare in tema con il film), ma ci tenevo a ribadirlo.

«Dimmi un film che ho diretto prima del 1992, ti sfido!»

Will Munny persevera in uno stato di quiete apparente ma non è sereno, invoca sempre l’amata moglie che lo ha salvato dal peccato ma è lui a non essersi perdonato, l’evoluzione del personaggio in realtà è una strada segnata, che passa dalla scena del delirio febbrile, il suo straparlare notturno indotto dalla febbre mette in chiaro quanto il personaggio non abbia dimenticato il suo passato violento, non è mai andato oltre, la colpa ancora lo divora, per certi versi, la scena in cui calmissimo torna a farsi un goccio dopo anni di sobrietà è l’antitesi di quello che faceva Dean Martin in Un dollaro d’onore, la direzione del suo personaggio per Eastwood può essere solo una, un sacrificio per rimediare ai torti, presenti e passati, un canone per i suoi personaggi che ritroveremo spesso, sicuramente da “Mystic River” (2003) in poi, che poi è l’altro grande titolo che scandisce la carriera di Eastwood almeno per il grande pubblico, tutti lo ricordano per quel film, qualcuno ha cominciato a considerarlo un vero regista da “Gli spietati”, pochi sono consapevoli che era un autore con la sua poetica e il suo stile ben riconoscibile già da molto prima.

Lo scontro finale in “Unforgiven” deve essere antieroico come tutto il resto del film, dimenticatevi i duelli sotto il sole magari a mezzogiorno, qui l’attesa prima dell’ultima sparatoria è scandita da una pioggia battente, avviene al chiuso in un saloon, tutta in equilibrio sulla canna del fucile di Munny, che dall’alto (anche dell’inquadratura) punta sul primo piano di Gene Hackman, perché i pistoleri di questo film non hanno più la vista di una volta e Eastwood costringe il pubblico a guardare in faccia i personaggi mentre affrontano la loro dannazione, in un duello che di eroico non ha proprio niente («Non me lo merito, di morire in questo modo… stavo costruendo una casa», «I meriti non c’entrano in questa storia»).

«Nel West non è il caldo che ti ammazza, ma l’umidità»

Dopo essersi fatto carico di questo peso, per Will Munny la direzione – a ben guardare già segnata – può essere una sola, alla classica minaccia da duro «Ci vediamo all’inferno William Munny», lui risponde rassegnato e consapevole con un laconico e tostissimo «Già», l’unica concessione al personaggio (o a se stesso visto che lo interpreta lui) fatta da Eastwood è l’ultima minaccia ringhiata agli uomini di Little Bill, un momento in cui Clint mette una fifa fottuta prima di uscire in strada, sotto la pioggia battente. Il modo in cui viene inquadrato davanti a quella bandiera americana, anche lei fradicia, è quanto di più anti eroico ci possa essere, prima che Munny scompaia nel buio che di fatto non ha mai abbandonato per davvero, pagando tutti i suoi peccati passati e allo stesso tempo, accrescendo la sua leggenda per aver riabbracciato la violenza, in una versione speculare della lezione Fordiana, che anche per Eastwood richiede un tributo pesante e la totale assenza di perdono.

Come dicevo lassù “Unforgiven” riporta alla popolarità non solo il genere Western ma anche Clint Eastwood, il suo film si porta a casa quattro premi Oscar, miglior montaggio per Joel Cox, miglior attore non protagonista per Eugenio Mazzatore, ma soprattutto miglior regia e miglior film, primo Western ad ottenere l’abito premio dopo Balla coi lupi e terzo nella storia contando anche “I pionieri del West” (1931).

«Ho finito le mani Eugenio, reggine uno anche tu»

Per essere un film in grado di demolire l’iconografia e il mito del genere Western, bisogna dire che “Gli spietati” ne ha creata a sua volta tanta, Mark Millar nel 2008 ha ricalcato la trama del suo “Old man Logan” su quella del film di Eastwood, di fatto dando il là al film Logan, non a caso anche lui in odore di Western. Per restare in tema fumettistico, il Santo degli assassini di Preacher deve parecchio a Eastwood in generale e a Will Munny in particolare. Inoltre questo è un film che chiude parecchi cerchi, se Leone aveva lanciato Eastwood guardando (molto attentamente) al cinema orientale, nel 2013 è stato realizzato un remake proprio in Giappone, intitolato “Yurusarezaru mono”, con Ken Watanabe nel ruolo del protagonista, se non è un modo per concludere un’epoca questo, non ne conosco altri.

What I’ve felt
What I’ve known
Never shined through in what I’ve shown
Never free
Never me
So I dub thee unforgiven

Sepolto in precedenza giovedì 14 luglio 2022

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  1. Secondo me si… Ed era anche il finale che mi aspettavo io data la prima ora e mezzo di film! Però diciamo che a me il finale è arrivato in maniera diversamente malinconica, ecco. :–)

    • Ci sta, però anche quello scelto da Eastwood allegrissimo non è, ecco 😉 Cheers

  2. Secondo me solo Sentieri Selvaggi lo supera nel genere Western

    • Arbitrario, siamo in campo soggettivo quindi vale quello che vale. Cheers

  3. Esagero quando ti scrivo che per me è più un film drammatico che western ? Clint Eastwood, io lo ripeto sempre, è del 1930, 31 Maggio, e in questa come in altre opere io ci ritrovo la Tragedia dove gli sceneggiatori, anni 40 e 50, erano Maestri. D’accordo sull’antieroicità del personaggi che il nostro evidenzia per tutta la durata del film. Buona giornata.

    • A me sembra anche molto ma molto Western, in ogni caso grandioso. Cheers!

  4. Molto interessante la tua lettura del finale, che io avrei preferito diverso e più in linea con il resto del film. Secondo me non è così antieroico, però quasi che preferisco comprare la tua versione per vedere il film come più coeso! :–)

    • Se mi dici che la mia “versione” è meglio di quella di Eastwood, io cosa ti devo dire se non grazie 😉 Cheers!

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