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Gli spiriti dell’isola (2023): l’isola è silente adesso (ma i fantasmi infestano ancora le onde)

Lo sapete che non corro dietro alla stagione dei premi
cinematografici, anzi a dirla tutta sono anche abbastanza scapestrato quando si
tratta di nuovi titoli in uscita, diciamo che mi piacciono più i film che tutta
la loro attesa o le chiacchiere da bar sui premi.

Mettiamola così però, se qualcuno mette dosi abbondanti di
Irlanda nel suo film è facile che mi abbia già idealmente venduto un biglietto,
facciamo due visto che ho rotto talmente tanto le balle alla Wing-woman con “In
Bruges” (2008), che quando le ho detto che il regista e i due protagonisti si
erano ritrovati per un nuovo film, ha alzato gli occhi al cielo. Ma appena le
ho detto «Però è tutto ambientato in Irlanda», solo a quel punto si è convinta
(storia vera).

«Questo rumore, sono le Banshee che urlano?», «No è Cassidy che si sta gettando di corsa sul nostro film»

Dopo il successo del suo Tre manifesti a Ebbing, Missouri, il regista di origini irlandesi Martin
McDonagh torna a casa, per una storia che sembra fatta dal sarto per ricordarmi
la mia distanza da tutta questa fregola da premio attorno ai film. “Gli
spiriti dell’isola” (sul titolo italiano ci torniamo più avanti) è stato
venduto come una commedia, beh si certo, nel film di McDonagh ci sono momenti
in cui si ride, di un umorismo grottesco se non proprio nerissimo, ma
equipararlo all’ultima friccicarella stronzat… ehm commediola con Jennifer Lopez, mi sembra un discreto salto dello squalo.

Il gran parlare di film PRIMA della loro uscita, spesso lo
trovo dannoso e basta, immaginatevi lo spettatore medio che va in sala
aspettandosi un’allegra commedia irlandese, spinto magari dalla notizia della gragnuola
di Golden Globe vinti dal film, dalle ottime recensioni raccolte all’ultimo
festival di Venezia e da quelle venticinque o ventisei nomination ai prossimi
Oscar appioppate al film. Sarà che la mia fiducia nell’umanità sta spesso sotto
i tacchi, ma difficile che tutto questo possa essere buona pubblicità, anche
perché la sensazione che ho avuto, è che il film di McDonagh sia in lizza per
molti premi, in mancanza di categorie più adatte tipo: «Miglior paesaggio
Irlandese che basta inquadrarlo per bucare lo schermo», «Miglior asino non
protagonista» oppure «Miglior film che vi farà venire voglia di una Stout».

Voglio un prequel sulla vita di Jenny l’asinella, subito!

Oh badate bene, non mi frega un accidente di premi e
nomination, però i quattro attori umani del cast (e quello equino) sono tutti
bravissimi, la fotografia è eccezionale (brillante la trovata della luce a
forma di croce cattolica, sul volto del prete confessore), però “Gli spiriti
dell’isola” conferma la mia idea per cui i film vadano valutati per quello che
sono, non per tutto il chiacchiericcio da bar Pub che li precede o li
segue.

Anche perché con il mio bizzarro umorismo (date un’occhiata
al nome nel blog per conferma), ho sempre dei problemi con i film etichettati
come commedia, per fortuna l’ultima fatica di McDonagh ha diversi strati di
lettura, spalmati sui 114 minuti di una trama molto semplice, che riesce tra le
altre cose, a parlare in modo intelligente della stupidità umana, ma prima di
tutto, affrontiamo la questione del titolo italiano.

Ho avuto la fortuna di beccare una sala dove vedere “The
Banshees of Inisherin” in lingua originale, in modo da potermi godere il cast
libero di non trattenere il proprio naturale accento, un trionfo di “Fecken” al
posto del più canonico (alle nostre orecchie) “Fuckin”. Come italiani non
abbiamo molta dimestichezza con le Banshee, anche perché non esiste nel nostro
folklore qualcosa di equivalente a questa sorta di streghe urlanti, che
fischiano come il vento che in linea di massima, in Irlanda non manca mai e che
si manifestano a qualcuno per annunciargli la sua prossima dipartita. Inoltre l’isola
di Inisherin è un’invenzione cinematografica, che nel film sfoggia i paesaggi
bellissimi delle contee di Galway e di Mayo, se non ci siete mai stati, vi assicuro che prima di morire, meritano una visitina.

«Un altro giro?», «Non bevo con te sopracciglione, sei noioso»

Per questo il titolo migliore sarebbe stato “Le Banshee di
Inisherin” oppure risparmiare tempo lasciandolo in originale, anche perché “Gli
spiriti dell’isola” è un titolo abbastanza moscio per un film che invece ha
parecchi strati di lettura. Ad esempio, potrebbe essere una Banshee la spettrale signora
McCornick, con il suo scialle nero, anche se sarebbe una rappresentazione un po’
didascalica e un’analisi frettolosa del film.

“The Banshees of Inisherin” parte da uno spunto semplice,
quasi una commedia della minaccia, in stile Pinteriano (o Pinteresque) anche se
non è interamente ambientato in interni, ma per fortuna sfoggia i bellissimi
paesaggi irlandesi. Tutto inizia dal molto piccolo, tra la fine di
marzo e l’inizio di aprile del 1923, con le esplosioni della guerra civile
irlandese in lontananza, sull’isoletta di Inisherin tutto procede quasi come al
solito, tranne per il fatto che il vecchio violinista Colm Doherty (Brendan
Gleeson), non ha più voglia di passare le giornate a sentire l’amico allevatore
Pádraic Súilleabháin (Colin Farrell), sbronzo al Pub a parlare e questo per gli
irlandesi, una nazione basata sulla buona chiacchiera, è un affronto. Sul
serio, da quelle parti non puoi andare al bancone e ordinare una pinta, devi
come minimo metterti a chiacchierare dieci minuti con il barista (storia vera).

«Sai fare anche qualcosa di più allegro? Tipo boh, gli U2?»

Forse il difetto vero di “The Banshees of Inisherin” è il
suo essere uno di quei film, dove per raccontare la sinossi, devi descrivere la
prima mezz’ora della trama, ma è davvero l’unica critica che posso muovergli,
perché Pádraic non si capacita che il suo amico non voglia più parlargli.
Ancora più assurda la spiegazione, Colm avverte il tempo che scorre via e vorrebbe
usarlo per fare qualcosa di più creativo che chiacchiere da ubriachi, come ad
esempio comporre una melodia al violino, qualcosa che resti anche dopo la sua
dipartita, quindi nasce uno scontro tra la vita reale e le ambizioni artistiche, che
portano all’incomunicabilità totale tra le persone.

Anche perché Colm manifesta la ferrea intenzione di non
parlare più con Pádraic, tanto da minacciare di tagliarsi via un dito
(fondamentale per un violinista) se l’allevatore gli rivolgerà ancora la
parola. Con la trama qui mi fermo, il bello di “The Banshees of Inisherin” sta
anche nel vedere come Martin McDonagh faccia rotolare il sassolino già per la
discesa, per assistere a come questo si trasformi in una valanga per i
protagonisti, la loro grottesca faida ha effetto su tutti, dall’adorata Jenny,
l’asina di Pádraic, passando per l’altrettanto amata sorella dell’uomo, Siobhán,
interpretata dall’ottima Kerry Condon. Se guardavate Better Call Saul di sicuro vi ricorderete di lei.

«Ah ecco dove ti avevo già vista, sei la miglia di Mike!»

Le Banshee e il loro coro greco irlandese di morte,
primo strato di lettura. Una riuscita commedia della minaccia, che fa ridere e
tiene in tensione grazie al talento degli attori e alla maestria nell’orchestrare
il tutto da parte di McDonagh, secondo strato di lettura. Il terzo, quello che
mi ha colpito più di tutti è il modo in cui “The Banshees of Inisherin” riesca
ad essere un’allegoria della storia dell’Irlanda: per certi versi il violinista
Colm rappresenta la vecchia Irlanda, quella con aspirazioni, nel suo caso
rappresentate dalla sua volontà di fare arte. Un personaggio che non ha nessuna
paura ad adottare gesti rivoluzionari e autolesionistici come tagliarsi via le
dita, un tipo di approccio che difficilmente non può non far pensare agli
attentanti interni alla nazione dell’IRA.

Pádraic invece è l’Irlanda più giovane, quella del governo
provvisorio che ha acquistato abbastanza indipendenza da ritenersi soddisfatto
della sua semplice vita e proprio non riesce a capire gli strambi desideri “alti”
dell’amico. Posizioni inconciliabili che generano guerre civili, come quella
sullo sfondo, lontana dall’isola di Inisherin, ma combattuta in una sua piccola
versione locale. Non è un caso se in maniera molto circolare, il film si
concluda con una riflessione sulle esplosioni in lontananza («Sono sicuro che ricominceranno
presto vero? Certe cose non terminano mai.»)

Tutti i peggiori conflitti sono cominciati così, per motivazioni spesso da niente.

Il restare immobili, in un muro contro muro di posizioni inconciliabili
porta ad una grottesca faida che lascia sul campo vittime, qualcuno non arriva
alla fine del film, morendo di morti rese ancora più grottesche dalla
situazione, altri invece, quelli più sensibili, nei casi migliori non possono
fare altro che scappare, lasciando la natìa Irlanda come in un pezzo dei Pogues.

Quattro attori in croce per un altro film davvero riuscito
per McDonagh, bisogna dire che Barry Keoghan nei panni di Dominic riesce con
niente a delineare un personaggio più sfaccettato del solito “scemo del
villaggio”, così come Kerry Condon che con la sua Siobhán incarna l’unica voce
che si alza in cerca di una mediazione, destinata a restare inascoltata. Già il
cappello davanti a Brendan Gleeson e Colin Farrell, passivo aggressivi come i rispettivi ruoli richiedono, con la stessa chimica sfoggiata in “In Bruges”, ma su fronti
apposti.

La frettolosa etichetta “commedia” e le tante nomination non
so se possano essere un bene o un male per un film così, forse serviranno solo
a creare aspettative nel grande pubblico, difficili da sostenere. Poco importa
l’ho davvero apprezzato, se pensate possa essere nelle vostre corde, altamente
consigliato, se siete appassionati di Irlanda e della travagliata storia di
quell’isola, un titolo imperdibile. L’unico vero difetto è che ti lascia con una voglia
di birra che lèvati, ma lèvati proprio. Dove la trovo una “Fecken” Beamish come
si deve da queste parti?

The island it is silent now
But the ghosts still haunt the waves
And the torch lights up a famished man
Who fortune could not save.
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