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Godzilla (1954): BIG IN JAPAN

A volte il destino uno lo ha nel nome, pensate all’attrezzista della Toho, un tizio piuttosto corpulento, che tutti quanti chiamavano “Gojira”, un nomignolo ottenuto fondendo insieme le parole “gorira” (gorilla) e “kujira” (balena). In realtà, non è chiaro se questo paffuto addetto ai lavori esistesse davvero, ma la conoscete la regola di John Ford, no? Tra la realtà e la leggenda, la seconda vince sempre.


I nomi sono importanti, infatti quando “Gojira” arrivò alle orecchie di Tomoyuki Tanaka, lo storico dirigente della Toho, questo capì che era proprio quello che stava cercando. Sì, perché negli anni ’50, il leggendario King Kong del 1933, quello diretto da Merian C. Cooper ed Ernest B. Schoedsack, godeva di rinnovata fama grazie ad una riedizione, molto popolare anche nel Paese del Sol Levante. Quel nome che per metà prevedeva un gorilla e per l’altra metà un’enorme creatura degli oceani, era la strada da seguire, considerando anche che il b-movie Il risveglio del dinosauro, era uno dei titoli con cui la Toho voleva rivaleggiare.

Come dico sempre, i Giapponesi sono dei marziani super evoluti che trattano il resto di noi abitanti di questo gnocco minerale che ruota intorno al Sole come cuccioli che corrono dietro alla loro stessa coda, la parola “Gojira” è stata sdoganata nel mondo nel modo sbagliato, venendo incontro alla fonetica con cui gli Yankee la pronunciavano, ovvero Godzilla. Che è un po’ come andare a mangiare Sushi rivolgendosi per tutta la sera al cameriere, parlando come Ten di “Nick Carter”, quello non ti prende a colpi di Katana solo perché lo sa di provenire da una cultura millenaria e anche parecchio superiore.

Tomoyuki Tanaka ed un paio di sottoposti in tuta da lavoro, si prendono gioco dei lavoratori sovrappeso.

L’unico Paese al mondo che ha davvero provato sulla sua pelle la distruzione nucleare è quell’isola nel mezzo del Pacifico popolata da alieni con gli occhi a mandorla, il terrore per l’energia atomica e i suoi scellerati utilizzi sono parte del DNA di una nazione e si ritrova anche in molte delle loro storie più popolari. Nel 1954 erano passati solo nove anni dalle distruzione di Hiroshima e Nagasaki, il Giappone stava ancora lentamente cercando di rimettersi in piedi e in quel clima Godzilla muoveva i suoi primi passi.

Ma per capire fino in fondo quanto ‘Zilla sia parte della cultura Giapponese, non basta tenere a mente l’orrore per le radiazioni che Tomoyuki Tanaka voleva cavalcare, ma anche la mitologia di questo Paese. In realtà, è molto più complicato di così ed io non sono certo la persona giusta per spiegarvelo, ma a grandi linee, basandosi su Buddismo e Shintoismo, nel Paese del Sol Levante ogni cosa ha un’anima, non solo le persone oppure gli animali, ma anche le piante, le rocce i fiumi, non chiedetemi di approfondire perché tutto quello che so sull’argomento l’ho imparato guardando i film di Hayao Miyazaki, però funziona così, ogni cosa in natura ha uno spirito e Godzilla è la forza della natura incarnata, venuta a batterti il ditone sulla spalla, per dirti quanto l’hai fatta incazzare.

Una specie di gigantesca Greta Thunberg, però senza le trecce.

Negli anni i film di Godzilla sono proliferati, mi sono impegnato a vederne il più possibile, ma non credo di aver raggiunto nemmeno la metà, anche perché in totale dovrebbero essere circa 34 (per la serie Rocky levati, ma levati proprio). Queste pellicole sono così tante, da essere state suddivise in tre grosse Ere: la Showa, l’Heisei (1984-1955) fino alle serie Millennium (1999-2004). Nel corso di tutti questi film ‘Zilla è diventato la massima icona giapponese nel mondo, il difensore dell’umanità che ci protegge a colpi di mosse di wrestling dai nemici più improbabili. Ma all’origine di tutto, Godzilla era di fatto una metafora semovente sul terrore nucleare, una delle più grosse mai viste al cinema, un METAFORONE alto 50 metri che ha fatto la storia della settima arte.

Nella fantascienza degli anni ’50, le radiazioni non sono certo una novità, spesso servivano a dare il via alla storia, oppure creavano il mostro, ma qui la faccenda è un pochino diversa, non solo perché i Giapponesi sono stati gli unici a dover davvero affrontare l’incubo nucleare, ma anche perché le radiazioni in questo caso non creano il mostro, ma lo risvegliano. Lo spunto è ancora una volta un fatto di cronaca ben noto all’epoca, quello del peschereccio giapponese Lucky Dragon No. 5, che la fortuna l’aveva solo nel nome, visto che è stato coinvolto per errore in un test atomico nell’Atollo di Bikini (storia vera).

«Bikini!? Ho sentito distintamente parlare di Bikini? Dove? Dove!»

Ishiro Honda, viene scelto da Tomoyuki Tanaka per dirigere questo film e, infatti, fa iniziare il suo film proprio con un peschereccio che nella prima scena si salva miracolosamente da un’esplosione atomica sottomarina e l’equipaggio diventa testimone del risveglio di una gigantesca creatura emersa dagli abissi. Se pensate di essere di malumore quando suona la sveglia la mattina, pensate come potreste essere se vi tirassero giù dal letto con un’atomica, ma giuro di non proseguire lungo questa spericolata metafora, non voglio che nessuna pensi che il devastante soffio nucleare di ‘Zilla, in realtà sia solo “fiatella” mattutina.

«Ieri sera ho mangiato la peperonata con il wasabi, tiè!»

Honda aveva un curriculum di tutto rispetto, era stato assistente alla regia del Maestro Akira Kurosawa e aveva anche diretto la seconda unità di uno dei suoi film che preferisco “Cane randagio” (1949). Qui prende il suo compito come una missione, in pieno rispetto dell’etica giapponese, “Godzilla” da solo inaugura il genere dei Kaijū Eiga, anche noti per amore di semplificazione come Kaiju, ovvero tutti i film con poveretti dentro enormi tute di gommapiuma, impegnati a demolire modellini ricostruiti accuratamente in scala.

Godzilla impegnato a chiedere ai due tecnici Enel più alti del mondo, se hanno tolto corrente ai cavi, prima di girare la scena. Un vero perfezionista.

Haruo Nakajima era uno stuntman venuto a mancare nel 2017 alla ragguardevole età di 88 anni (poi dicono che le radiazioni fanno male) che al suo primo film aveva fatto… Vabbè, robetta… Solo “I sette samurai” di Kurosawa (scusate se è poco) e alla sua seconda pellicola si è ritrovato a fare da ripieno a Godzilla, ruolo che avrebbe ricoperto per altri dodici film, senza contare tutti gli altri in cui interpretava altri mostri celebri come Rodan, oppure Moguera. Quindi, quando pensate a nomi storici come Robert Englund oppure Kane Hodder, ricordatevi della costanza del vecchio Nakajima.

Ishirô Honda entra di diritto nella storia del cinema, trattando con una serietà più unica che rara la trasformazione di un dinosauro “realmente” esistito tra l’era giurassica e quella cretacea, mutato e risvegliato dalle radiazioni. Sua è l’idea della devastante alitata radioattiva di ‘Zilla, paragonabile solo a quella del mio cane quando viene a farmi le feste alle sei del mattino, capace nel film di squagliare i pali dell’alta tensione, un espediente voluto per dare corpo sul grande schermo, a qualcosa di invisibile come le radiazione nucleari.

«Il treno viaggia con cinque minuti di ritardo a causa di un attacco di Godzilla, ci scusiamo per il disagio»

Ma Honda fa molto di più di così, dirige tutto il film mantenendo un’atmosfera drammatica e implacabile, distantissima da quella dei tanti (tantissimi) seguiti dedicati al dinosauro atomico, mettendo in chiaro che per i protagonisti umani, non c’è scampo dalla furia di Godzilla, madre natura è venuta a servire il conto all’umanità e sarà salatissimo.

Grazie a stacchi rapidi e a movimenti di macchina da presa lenti quanto l’incedere di ‘Zilla, Ishirô Honda non fa quasi mai notare il costume di gommapiuma e i modellini della città, una sospensione dell’incredulità che dura per 98 minuti e che anche grazie al bianco e nero rende tutto omogeneo ed epico, la sagoma di Godzilla che si staglia contro un cielo in fiamme entra subito a pieno titolo nella storia del cinema, diventano subito un classico, anzi, un Classido!

Altrettanto leggendario è il ruggito di ‘Zilla, il compositore Ifukube dopo aver tentato invano di mescolare il verso registrato di svariati animali, ottenne il risultato desiderato, sfregando un guanto di cuoio rivestito di resina su un contrabbasso, l’ingegno giapponese applicato alla storia della settima arte.

Il film di Ishiro Honda è un vero e proprio horror che ribadisce il suo monito anti nucleare ad ogni piè sospinto, se non bastasse un METAFORONE alto 50 metri impegnato a distruggere il Giappone, ogni momento in cui Godzilla non è in scena viene utilizzato per portare avanti il dramma dei protagonisti umani, tutti pensati, scritti e recitati in modo da portare avanti la causa.

«Odio quello è un mostro!», «No peggio, è una metafora!»

Tutto ruota attorno al dilemma morale del dottor Serizawa (Akihiko Hirata) il geniale, ma riluttante, inventore di un’arma ancora più potente della bomba atomica, l’Oxygen Destroyer che rappresenta l’unica possibilità per fermare Godzilla, ma allo stesso tempo il prossimo passo della corsa agli armamenti. A rendere ancora più instabile l’emotività dei personaggi, la storia prevede anche un triangolo amoroso tra la fidanzata di Serizawa e un giovane marinaio sopravvissuto al primo attacco al peschereccio, tutta dinamite da aggiungere ad un finale tiratissimo che, in puro stile anni ‘50, risulta volutamente retorico e teatrale, come solo la recitazione nei film giapponesi (figlia del teatro Kabuki) può essere, un vero e proprio monito lanciato dai personaggi dritto in faccia al pubblico.

«Brivido, Terrore, Raccapriccio» (Cit.)

Se per caso voleste fare la conoscenza di questo classi(d)o del cinema, sappiate che in giro esiste la versione americana, assolutamente inutile e ridondante, che serviva fondamentalmente ad aggiungere una volto amico (senza occhi a mandorla) a cui gli spettatori Yankee potessero aggrapparsi, nella fattispecie quello di Raymond Burr, il mitico Perry Mason televisivo, che non fa altro che fare la telecronaca di quello che possiamo vedere nelle immagini. Questa utilissima versione prende il titolo di “Godzilla, King of the Monsters!” (1956).

Non tutti sanno che ‘Zilla è un grande appassionato di modellismo, qui ci mostra fiero la sua collezione.

Sostengo fieramente che il cinema, anche quello più smaccatamente di genere come i Kaiju, è comunque cultura, il maestro Ishiro Honda con questo film ha dato corpo al terrore e alla filosofia di un’intera nazione, regalando al Giappone un mostro, ma anche un difensore, il paladino della loro sfaccettata e molto nutrita cultura popolare, un humus culturale talmente vasto da far girare la testa, ma quando riesci ad emergere e spiccare come ha fatto il nostro ‘Zilla in sessantacinque anni… Beh, vuol dire che sei qualcuno.

Esiste anche una versione nostrana del 1977, curata dal regista Luigi Cozzi, grande appassionato del primo Godzilla. Si tratta di un’edizione a colori, a cui è stata aggiunta una ventina di minuti di immagini di repertorio prese da documentari della seconda guerra mondiale e altri film di fantascienza, s’intitola “Godzilla: Il re dei mostri”, ma per gli appassionati è più nota come “Cozzilla” e non facciamo facili battute dài!

«Hai da accendere?», «No Ishiro, ma posso spararti una fiammata radioattiva se vuoi»

Per motivi anagrafici sono legato alla cover dei Guano Apes, ma le parole provenivano dal pezzo originale degli Alphaville e sono quelle che utilizzo adesso per chiudere: “Le cose sono facili quando sei famoso grande in Giappone” e nessuno è più grande e famoso di Godzilla.

Sepolto in precedenza in data lunedì 13 maggio 2019

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